Sono passati 63 anni dalla prima rappresentazione di “Aspettando Godot” di Samuel Beckett, ma il testo è ancora attuale, probabilmente perenne, perché non c’è fine all’attesa. Anche quando essa viene soddisfatta, ne nasce un’altra, in un ciclo imperituro. E al Teatro dei Conciatori di Roma il regista Alessandro Averone crea una bolla di vuoto in cui quell’attesa può essere vissuta attraverso gli occhi azzurri e profondi di Marco Quaglia e quelli, altrettanto azzurri ma quasi spersi, di Mauro Santopietro, che in scena sono i due vagabondi Vladimiro ed Estragone. Si parla del niente, ci si muove nel niente, si aspetta qualcuno che non si conosce per una sorte ancora più ignota. Eppure sembra che l’intera vicenda abbia un senso, che sia cucita per un lembo alle nostre esistenze, che ce la trasciniamo dietro come un’ombra. Estragone detto Gogo e Vladimiro detto Didi sono già in attesa quando le luci si accendono e continuano ad aspettare quando le luci si spengono. Sono i nostri sentimenti di illusione e trepidazione, disincanto e sconforto che prendono forma mentre in mezzo scorre il fiume dell’attesa. Uno pensa, o prova a pensare, l’altro tenta di sognare e invece ha incubi. Didi e Gogo si integrano l’un l’altro, sono inscindibili, inesistenti se separati e non è un caso che indossino l’uno una giacca verde e l’altro una giacca rossa: rosso e verde, infatti, sono colori complementari e la loro sintesi determina una luce acromatica.

L’entrata in scena del proprietario terriero Pozzo, Antonio Tintis, e del suo servo Lucky, Gabriele Sabatini, scuote le vite dei due vagabondi quel tanto che basta a ridare loro una qualche aspettativa, e scuote anche il pubblico, che applaude il primo per la sua capacità di tenere il palco, e il secondo per i suoi tempi teatrali e il monologo rapido e perfetto. Servo e padrone sono dipendenti l’uno dall’altro esattamente come Estragone e Vladimiro, due pianeti che condividono il campo gravitazionale e che si perderebbero nell’universo se così non fosse.

Nel limbo senza spazio e senza tempo i quattro attori si muovono per due ore e una vita intera, sono nel deserto e su un colle, lungo una strada e in campagna, sono ovunque e in qualunque tempo perché l’attesa aliena da se stessi se non la si sa affrontare, fa perdere l’orientamento. Quello che non si perde nell’attesa è la bravura e l’affiatamento dei quattro interpreti, la precisione dei gesti che ridanno forma ad un copione interpretato mille volte, la netta sensazione che sul palco sia avvenuto realmente qualcosa, anche se non si sa bene cosa. Alla fine, quando la vacuità dell’esistenza ha imposto le proprie regole, quando Godot non si è presentato, al centro della scena, in prima linea, rimangono solo le scarpe che Gogo si è cacciato con fatica. E le scarpe, per un vagabondo, sono importanti quanto il pane. Senza scarpe non si può andare, senza scarpe si può solo rimanere.

“Aspettando Godot” di Alessandro Averone rimarrà in scena al Teatro dei Conciatori fino al 28 febbraio.

Autore Manuel Porretta