Nella ormai vasta filmografia dei fratelli Vanzina, i film di rapine e truffe hanno con il tempo avuto uno spazio a se: I mitici – colpo gobbo a Milano, Febbre da cavallo – La mandrakata, In questo mondo di Ladri, Non si ruba a casa dei ladri ed ora Caccia al tesoro. Diciamolo subito, quest’ultimo è il primo vero passo falso dei Vanzina in questo sottogenere. Abbiamo come sempre dei protagonisti che non sono dei ladri e truffatori professionisti, ma persone perbene, semplici cittadini, che la vita ha messo in difficoltà e si sono trovati costretti ad ingegnarsi, attraverso il furto, per uscirne fuori.

Una forte componente regionale, in questo caso napoletana, e una missione impossibile da compiere. Aspetti che se negli altri film sono stati i punti di forza qui diventano il contrario. I Vanzina si dimostrano esterni, per quanto abbiano lavorato spesso con Vincenzo Salemme, alla commedia di matrice Partonopea. Si assiste infatti ad uno scimmiottare irreale alla napoletanità. A partire dal furto, che ruota intorno al tesoro di San Gennaro, un evidente riferimento a quel gioiello che è Operazione San Gennaro, per finire con la camorra in stile Gomorra, il teatro e il calcio.

In Caccia al tesoro manca una trama credibile, che dovrebbe vedere un crescendo delle difficoltà, mentre qui si assiste a un continuo azzerarsi e ripartire della missione. Ma è sull’aspetto comico che purtroppo il film perde molto. Se l’accoppiata Salemme/Buccirosso funziona, non raggiunge purtroppo il livello delle altre pellicole che li hanno visti insieme. I due napoletani non riescono mai ad entrare in sintonia con Max Tortora, rendendo quest’ultimo un elemento esterno alla storia. Al punto che viene fatto sparire a metà pellicola con un espediente non particolarmente riuscito. E non è il solo espediente che sembra forzato. Tutto il film, come dicevamo, è una continua ripartenza dettata da eccessivi fatti casuali. Tirando le somme, non è il peggiore film dei Vanzina, ma più in basso rispetto alla media delle altre pellicole di questo periodo.

Autore Marco Scali