A volte uno si crede incompleto ed è soltanto giovane
(Italo Calvino – il visconte dimezzato)

Dopo Hollywood, Luca Guadagnino conquista l’Italia. Acclamato dalla critica internazionale, arriva in sala Chiamami col tuo nome (Call me by your name) il film del regista siciliano ignorato in patria e rinato artisticamente in America. Nonostante sia ambientato in Italia e sia stato girato da un regista italiano, infatti, il film è nato e si è sviluppato in un contesto internazionale, contrariamente a quanto sottintende chi vorrebbe Guadagnino come portatore del tricolore agli Oscar 2018. Grazie alla scrittura lieve, sensuale ed elegante di James Ivory – che firma la sceneggiatura – e la lezione dei grandi maestri del cinema europeo ben assimilata e personalizzata da Guadagnino, il regista confeziona una storia d’amore sublime, eccellente sotto numerosi punti di vista.

Chiamami col tuo nome (il significato del titolo troverà la sua poetica spiegazione nel corso del film) è il racconto tramite immagini, suoni e parole dell’educazione sentimentale e sessuale del giovane Elio (Timothée Chalamet), figlio di una coppia di intellettuali in vacanza in una villa del cremasco nell’estate del 1983. Come ogni estate, il professore di archeologia (e padre del protagonista), il signor Perlman (Michael Stuhlbarg), ospita uno studente straniero, per trascorrere qualche mese immerso nell’arte, nello studio e nella natura; il rapporto tra lo studente ospite di quell’anno, Oliver (Armie Hammer) e Elio muove i primi passi in alcuni giorni di reciproca osservazione, durante i quali ha modo di maturare una profonda e sconvolgente attrazione fisica e mentale. La relazione si risolverà nell’arco di una calda estate, segnando un capitolo importante nella vita del giovane protagonista e nella costruzione della sua identità.

Tratto dal romanzo di André Aciman, accademico statunitense di origine egiziana e grande studioso di Proust, Chiamami col tuo nome ha tutte le carte in regola per diventare un vero e proprio cult del cinema romantico. La bellezza assoluta di ogni elemento della storia è un dato di fatto: perfetto – nella sua estetica acerba e e adolescenziale – il protagonista, indiscutibilmente attraente il suo innamorato americano – che incarna il prototipo di bellezza statunitense, sana, vigorosa e un po’ pop – meravigliosa l’Italia che li accoglie, voluttuoso e mai voyeristico il ritratto della loro sessualito. Sullo sfondo del Pentapartito di Bettino Craxi e di Radio Varsavia di Franco Battiato, i personaggi vivono il loro pigro soggiorno in cui il sole, il fiume, il cibo e le passeggiate in bicicletta sono le occupazioni di una borghesia intellettualmente vivace, amorevole e all’avanguardia.

Elio fiorisce in questo contesto sospeso, protetto dallo squallore del mondo, sviluppando una personalità dolce e profonda e una grande propensione per la musica, la letteratura e l’arte. Sin dal primo momento il temperamento irruento di Oliver, invece, non tarda a catalizzare tutta l’attenzione di amici (e amiche) e parenti su di sé, rendendo le due personalità perfettamente complementari e vicendevolmente armoniose.

Le atmosfere sono rese da una colonna sonora studiata, in cui nessun dettaglio è lasciato al caso; se, da un lato l’esterno è reso con alcuni tormentoni del decennio, la dimensione domestica assume i toni più delicati della musica classica, colta e ricercata. Meritatissima la nomination per il miglior brano musicale originale data a Mystery of Love di Sufjans Stevens, così come la segnalazione tra i migliori attori protagonisti dell’anno di Timothée Chalamet, in grado di reggere i lunghi minuti dei titoli di coda col suo primo piano, in cui si leggono tutti i sentimenti del mondo racchiusi in uno sguardo.

Chiamami col tuo nome non è un romanzo di iniziazione, in cui un ragazzino scopre il sesso attraverso all’esperienza con un partner più grande e non è neanche un film di amore omosessuale, in cui la felicità dei personaggi è ostacolata dai pregiudizi e dalla violenza del mondo circostante. Chiamami col tuo nome è un film d’amore puro, in cui la nascita, l’apice e la fine di una relazione sono capitoli fondamentali per lo sviluppo della propria identità sentimentale.


«Stai male e ora vorresti non provare nulla, forse non hai mai voluto provare nulla, ma ciò che ora provi io lo invidio. Soffochiamo così tanto di noi per guarire più in fretta, così tanto che a trent’anni siamo già prosciugati e ogni volta che ricominciamo una nuova storia con qualcuno diamo sempre di meno, ma renderti insensibile così da non provare nulla, è uno sbaglio…» (Professor Perlman)

Qualunque sia il nome del nostro amore, il dolore della perdita diventa un banco di prova per saggiare la tenacia del nostro cuore. Rifiutare la felicità per paura della sua fine è il modo migliore per dissolversi in una vita di rimpianti: ecco la lezione di Elio e Oliver, ecco la loro grande vittoria, Oscar o non Oscar.

Autore Francesca Torre