Attento a Crimson Peak, a non farti inghiottire dal manto di argilla cremisi che imbratta la neve, denso e freddo come il sangue di chi abita quei luoghi. Attento alla magione che sorge su quel picco spettrale, alla sua bellezza decadente e alle urla incessanti dei fantasmi che si trascinano per le sue stanze in cerca di qualcuno in grado di ascoltare il loro grido disperato. E questo è l’incubo che la giovane Edith vive ogni notte sin da bambina, quando socchiude le palpebre e inizia a percepire la presenza delle creature oscure che strisciano sotto la sua porta, le accarezzano i capelli, e le lasciano il loro messaggio ultraterreno. Ogni volta l’avvertimento è lo stesso:  “Attenta a Crimson Peak”, una frase che nella sua ingenuità non riesce a comprendere, ma che allo stesso stesso tempo la affascina e le ispira storie spaventose.

Edith infatti è diversa da tutte le altre ragazze della sua età, impegnate come le eroine di Jane Austen nella ricerca spasmodica di un marito facoltoso, e alle serate mondane preferisce la quiete del suo scrittoio, perché è solo lì che i suoi incubi prendono forma e si condensano nei suoi straordinari racconti del terrore. Come una novella Mary Shelley, Edith sogna di vivere della sua scrittura, ma la società altoborghese in cui è nata è troppo gretta per appassionarsi alla lettura delle sue storie di fantasmi e troppo presa a spendere denaro in feste sempre più sfarzose e invenzioni avanguardiste. Così il suo desiderio si infrange continuamente contro le convenzioni del suo tempo, e in quanto donna non c’è nessun editore interessato a pubblicare i suoi racconti, fino a che un giorno non giunge a New York l’affascinante nobile decaduto Thomas Sharpe, come lei tanto ricco di sogni quanto povero di mezzi per metterli in pratica. Le loro anime si accordano al primo sguardo e, senza pensarci un attimo, Edith lascia la casa di suo padre per trasferirsi con il giovane e la sua misteriosa sorella nella loro ricca dimora: Crimson Peak. La casa è bella oltre ogni immaginazione ma le sue mura sono intrise di dolore e sangue, e quando spira forte il vento sembra quasi di udire il suo pianto strozzato.

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La dimora di Thomas e Lucille Sharpe è il cuore oscuro della storia, la sua anima nera, e in queste mura cadenti Guillermo del Toro ha inscritto ogni parola del suo racconto, ha intagliato ogni brivido. La casa respira, vive di vita propria, ed è lo specchio perfetto dell’anima corrotta dei personaggi, che sprofonda sempre di più in un magma sanguinolento di segreti inconfessabili. E alla casa Del Toro affida il compito di raccontare la sua storia, di guidare il destino dei personaggi attraverso i suoi labirinti sotterranei, rappresentazione tangibile di un immaginario Lovecraftiano folle e decadente, e di trasmettere il terrore attraverso una scenografia surreale, che sembra ricalcare a memoria gli ambienti polverosi e dichiaratamente artificiali di Mario Bava.

Ma quando l’estetica di un’opera filmica è talmente densa di elementi da racchiudere tutta l’attenzione nei suoi giochi cromatici, come accade in Crimson Peak, il rischio è quello che ingoii i personaggi uno ad uno, che ne assorba lo slancio vitale e il desiderio di stravolgere un destino già scritto, imprigionandoli in un ambiente disegnato a loro immagine, che gli indica una strada da seguire senza uscita. In questo l’ultima creatura di Del Toro perde potenza e si accascia sotto il peso dell’argilla rossa che inonda la scena, proprio come la magione esteticamente impeccabile, ma priva di un’anima, che la riempie.

 

Autore Valeria Brucoli