Echoes. Uno scontro, una lotta serrata di parole con parole, un combattimento che trascende le individualità dei due protagonisti, seduti alle estremità di un lungo tavolo. Simbolicamente. Perché potrebbe sembrare, in un primo momento, che dai due capi si confrontino gli alfieri del Male e del Bene, ciascuno impegnato a difendere (difendere, non dimostrare) la supremazia del proprio dio. Ma è un inganno: durante questo avvincente, incalzante, suggestivo dialogo sul potere, gli spazi tra gli estremi si assottigliano, la partita si complica. E le identità si rivelano illusoriamente, si mescolano, si perdono e si riallacciano, differenti.

In questa sceneggiatura dal sapore post-apocalittico, scritta da Lorenzo de Liberato, una bomba sganciata nel nome del “bene comune” uccide più di un milione di persone. Un giornalista viene invitato dal costruttore stesso, il misterioso Ecoh, nel suo centro operativo, con la promessa di un’intervista sul “perché” di una tale strage. Ma è subito l’imporsi del “come” a rivelare che l’intervista è solo un pretesto. Per cosa? Per suggerire, forse, la sovversione di un ordine dato per scontato? Per consegnare in eredità la riflessione sulla responsabilità del potere e della sua gestione? Per sollecitare una presa di coscienza sul perché si scelga di battersi per un ideale o per l’altro? O magari per rimarcare la dolorosa potenza dell’amore e della sua mancanza?

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Le possibili risposte vengono solamente suggerite, lo spettatore è artefice della trama quanto gli stessi personaggi, in quanto l’imprevedibilità è la cifra stilistica della pièce. E gli “Echoes”, gli echi delle coscienze che le due parti si rimandano continuamente, si mescolano a quelli dei suoni e delle luci, sapientemente ideati da Paride  Donateli e Samuele Ravenna.

Quando la messinscena è un non-agito, pura narrazione, lo spettacolo grava sulle spalle degli attori: interpreti di una storia che non si mostra ma si lascia immaginare, “piena di vuoti” che lo spettatore è chiamato a riempire sulla scorta della propria esperienza umana, Marco Quaglia e Stefano Patti (che è anche regista) tengono con il fiato sospeso per un’ora e dieci minuti, in cui non c’è nemmeno il tempo di pensare, in pieno inverno, a quella tosse irresistibile di Bolliana memoria*, che in un teatro composto da una ventina di sedie disposte ai due lati di un tavolo suonerebbe come un colpo di clacson durante una lezione di yoga.

* Heinrich Böll, “Tosse durante il concerto”, tratto da Vai troppo spesso a Heidelberg, Mondadori.

Autore Romina Rossi