Hope Walsh si risveglia in una macchina nel bel mezzo del bosco. Ha polsi e caviglie legate, è ferita e ha perso la memoria. Attorno a lei un’orda di zombie affamati. Questo è Almost Dead riassunto in tre frasi. Un plot minimale, un’unica ambientazione e una sola protagonista in scena. Ma è proprio nella sua incredibile semplicità che questo film racchiude il suo potenziale. Dopo tutto fare un film di zombie a basso budget senza cadere nella comicità involontaria non è un’impresa semplice, ma Giorgio Bruno ce l’ha fatta, ottenendo oltretutto un risultato sbalorditivo.

In Almost Dead la tensione è palpabile dalla prima all’ultima scena, e benchè la protagonista abbia a disposizione solo un cellulare per comunicare con l’esterno e permettere alla narrazione di avanzare, la scrittura è talmente solida che non si sente la mancanza di altri protagonisti in scena. Dopo tutto illustri predecessori come Steven Knigh con Locke e Rodrigo Cortés con Buried – Sepolto hanno già provato a concentrare la narrazione attorno ad un unico personaggio dotato di un telefono, e in entrambi i casi l’esperimento è riuscito. Prova del fatto che una scrittura solida, affiancata a una buona prova recitativa, siano la chiave di un buon film e l’elemento scenico più importante, a prescindere dal budget a disposizione per raccontare una storia.

In questo caso la presenza degli zombie, se pur marginale, portava ad un livello più alto l’asticella della credibilità della rappresentazione, ma anche in questo Giorgio Bruno ha saputo creare make-up ed effetti speciali di tutto rispetto, costruendo i suoi non morti sulla cara vecchia scuola romeriana, e rendendo la loro presenza sulla scena credibile ed efficace. L’orrore dell’isolamento, la paura del contagio e la disperazione per un mondo che sta cadendo a pezzi: in Almost Dead gli elementi fondamentali dei classici horror dedicati agli zombie ci sono tutti, se pur condensati in un’unità di tempo, spazio e azione a limite del teatrale, che tuttavia funziona alla perfezione anche sul grande schermo.

Autore Valeria Brucoli