Montando immagini di repertorio, improbabili ricostruzioni con attori, interviste ai veri protagonisti, accuse agli assenti senza possibilità di contraddittorio, il film racconta le vicende che hanno reso quello dello svedese Sture Bergwall uno dei casi più assurdi e controversi degli ultimi anni.
In concorso alla decima edizione della Festa del cinema di Roma, la ricostruzione della vita di Bergwall punta a ricercare tra gli elementi biografici le risposte allo squilibrio mentale che lo hanno portato a diventare Thomas Quick, il serial killer più famoso di Svezia.

Uno stile più televisivo che cinematografico guida lo spettatore in un’odissea giornalistica che lo porta a conoscere i fatti direttamente dal Bergwall odierno, che dialoga con una voce calma ai limiti del disumano, partendo dalle macabre confessioni in un istituto psichiatrico di massima sicurezza fino alle smentite che innescano il caso giudiziario e spengono quel poco di tensione che la ricostruzione storica aveva creato fino a metà film.
Si tratta di un furbo Keyser Söze o di uno psicopatico che si finge un mostro da prima pagina per un bisogno di attenzione? Oppure si tratta della vittima di una forzatura psicanalitica operata da un team di psichiatri che, seppur involontariamente, costruisce un carnefice per avere un capro espiatorio per i crimini violenti che in quegli anni avevano sconvolto l’opinione pubblica?

È chiaro, nonostante la carenza di fluidità narrativa, che questo progetto cinematografico voglia spingere a riflettere sulla linea di demarcazione che separa la verità putativa dall’oggettività dei fatti e che, in questo caso, diventa un baratro che non può che essere incolmabile: il tempo perduto sulle tracce di un fantomatico Thomas Quick ha fatto cadere in prescrizione più di 39 omicidi lasciando dei veri ed efferati serial killer in libertà, ma soprattutto ha chiuso e riaperto le ferite dei familiari delle vittime, cosa che il regista decide colpevolmente di tenere a margine.
Dopo 23 anni di detenzione, Bergwall può andare in giro tra ameni paesaggi di montagna, commosso, prosciolto dalle accuse, forse senza capire davvero la propria responsabilità e senza provare alcun senso di colpa. Una storia raccapricciante, da qualsiasi prospettiva la si osservi.

Autore Fabio La Scalia