Follia e metodo: questo gli strumenti con cui il dottor Thackery opera i suoi pazienti, scavando nei loro corpi inermi per indagare i meccanismi delicatissimi che li muovono e sperimentando tecniche inimmaginabili per il panorama scientifico dei primi anni del Novecento, in cui si opera a mani nude tastando il ritmo del cuore con le dita. La follia di Thackery sta nel rischio che corre ogni volta che sperimenta le sue trovate sul tavolo operatorio, molti pazienti muoiono sotto la sua mano, ma ogni perdita più che una sconfitta è un passo avanti nella conoscenza del corpo umano e un sacrificio che in futuro potrebbe valere migliaia di vite. Il metodo sta nella sua applicazione maniacale allo studio e alla continua ricerca e invenzione di congegni funzionali a facilitare i medici nelle operazioni, che si nutre del sonno, e lo tiene sveglio con l’aiuto di cospicue dosi di cocaina. Come un dr House ante litteram, il genio di Thackery non può fare a meno della droga, che inietta in ogni anfratto del suo corpo per trovare le energie e il coraggio per essere il direttore del reparto di chirurgia del Knick, l’ospedale più acclamato di New York, e di portare sulle spalle il peso di centinaia di vite sacrificate al dio della scienza.  Tutta la sua vita gira intorno alla droga, ne è intrisa fino al midollo, e non risparmia nessun momento della sua giornata, dalle sedute nel teatro operatorio ai torbidi amplessi consumati nel bordello locale.

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Thackery è un eroe imperfetto, un professionista illuminato che recita alla perfezione la sua parte di scienziato in pubblico, per poi crollare miseramente quando cala il sipario sullo spettacolo chirurgico. Egocentrico e interamente proiettato verso il progresso scientifico, non riesce a lasciarsi andare alle passioni, considerando i rapporti umani un intralcio al suo lavoro, e lascia ai colleghi più ingenui il compito di correre dietro alle gonne delle infermiere, mentre lui si trastulla con le fiale di cocaina e si lascia stordire dall’oppio. Ma la sua personalità predominante concede ben poco spazio di manovra agli altri personaggi, che girano tutti intorno a questa figura ambigua alla costante ricerca di un cenno di approvazione, e del privilegio di entrare nella cerchia dei chirurghi eletti a cui e concesso operare su un suo paziente. L’esperienza e la purezza della razza sono i requisiti necessari per entrare al Knick che, nonostante le costanti sperimentazioni di cui si fregia, non riesce ad elevarsi dalle impalcature di una New York ormai multirazziale, ma ancora stagnante dal punto di vista ideologico in una stratificazione sociale che impedisce ai pazienti di colore di ricevere la stessa assistenza dei bianchi, e fa rabbrividire i pazienti bianchi al solo pensiero di essere sfiorati da un medico di colore, presumibilmente meno preparato di un loro connazionale e destinato per natura a svolgere lavori manuali. Tackery e tutta la sua equipe non fanno eccezione e seguono alla lettera questa corrente di pensiero, collocandosi a pennello nel contesto storico in cui si muovono, ricostruito in ogni minimo dettaglio dalla mano esperta di Soderbergh, che fotografa quest’epoca di grandi rivoluzioni senza risparmiare i dettagli più indigesti.

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Soderberg non fa sconti, e mette il realismo dell’immagine al di sopra di tutto per entrare a fondo nella realtà cruda del Knick e di tutti i medici che hanno guadagnato terreno nel campo delle scoperte scientifiche lentamente e a un prezzo altissimo. Il tavolo operatorio è sempre al centro dell’immagine, facendo da sfondo alle patologie più disparate, curate con metodi che oggi considereremmo barbari, ma che per l’epoca erano rivoluzionari. La camera indugia sui particolari, segue il fluire del sangue e non prova disgusto, mostrando i suoi personaggi nella cruda quotidianità di un lavoro in cui lo spazio tra la vita e la morte si colloca sul filo di un bisturi. Al Knick non esistono il bene e il male assoluto e ognuno cerca di tenersi in equilibrio tra queste due forze, osando e sfidando gli dei nella speranza di rimettere in moto un cuore ormai spento. Ma fino che punto è giusto spingersi, sperimentando l’impossibile e utilizzando i pazienti come cavie, per un bene superiore? Soderbergh non esprime giudizi e lascia al buonismo dell’uomo contemporaneo il compito di rispondere, senza mai smettere di ricordargli, con il suo fascino perverso per il tavolo operatorio, che la scienza che ritiene infallibile non è altro che il frutto della mente umana e pertanto intrinsecamente votata all’errore.

Autore Valeria Brucoli