William Shakespeare ambienta Il Mercante di Venezia e Otello a Venezia, sua città prediletta e percepita come un luogo “leggendario” dagli inglesi della sua epoca. Una  potenza coloniale aperta all’esotico, proprio come l’Inghilterra di Shakespeare e considerata un modello culturale, politico e sociale.
Il tema centrale è la questione dell’errata amministrazione della giustizia e il denominatore comune è il pregiudizio razziale. Il tutto viene reso ancora più ironico (nonché drammatico) dal fatto che, nel Rinascimento, Venezia aveva la “virtù della giustizia” al centro del proprio mito.
Il mercante di Venezia tratta proprio di un processo-farsa che ha per oggetto un contratto non rispettato e che contiene con una clausola assurda che provoca il conflitto fra l’ebreo usuraio Shylock e il cristiano Antonio, il quale si ritiene al di sopra di ogni impegno preso. Conflitto che si risolverà con la totale umiliazione dell’ ebreo, il quale, in cerca di vendetta, si trasformerà in vittima. Ne Il mercante di Venezia Shakespeare anticipa l’ipotesi (che verrà poi ripresa nel Novecento dagli storici e dagli storiografi dell’Olocausto) per cui la persecuzione degli ebrei, al di là delle ideologie, ha avuto un obiettivo ben definito, un obiettivo che di “ideologico” nulla aveva: la confisca dei loro beni.

Anche Otello narra una storia di razzismo, ma il cammino del pregiudizio avviene in modo più sottile e articolato. Innanzitutto, Otello è un “moro” comandante in capo delle milizie veneziane all’epoca del conflitto contro i turchi. Il suo processo, intentato dal padre di Desdemona (che Otello aveva sposato in segreto) è rapido (dura lo spazio di una notte), e lui ne esce vincitore. Tuttavia, comincerà anche ad auto percepirsi come “diverso” nel mondo dei bianchi e, abilmente istigato da Iago, interiorizzerà il pregiudizio razziale fino ad arrivare alla follia omicida contro l’incolpevole Desdemona.
In un certo qual modo, si verifica una sorta di parallelismo fra l’evoluzione del ruolo teatrale di Otello nel corso dei secoli e la graduale “accettazione” del ruolo dei neri nelle società bianche. Se in Europa, già negli anni Cinquanta dell’Ottocento, ad interpretare Otello era stato un attore nero, negli Stati Uniti ciò sarà possibile solo dopo la Seconda guerra mondiale, sulla scia di una prima forma di integrazione razziale avvenuta all’interno dell’esercito americano (molti neri avevano combattuto a fianco dei militari bianchi in aviazione così come in marina e fra i marines.

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Shakespeare anticipa la questione – ormai diffusa presso la maggior parte dei giuristi contemporanei – della consapevolezza del fatto che, nel sistema giudiziario esiste la possibilità di errore (volendo fare riferimenti cinematografici fra i gialli giudiziari americani degli anni Cinquanta, impossibile non citare Twelve Angry MenLa parola ai giurati, 1957 – di Sidney Lumet, film tutto incentrato sul cosiddetto “reasonable doubt”, un’impietosa denuncia delle storture, delle iniquità, del razzismo, e dei pericoli intrinseci al sistema giudiziario) e che il percorso debba esser sì punitivo, ma anche con possibilità di recupero.

Venendo ad epoche più recenti non si può non constatare il fatto che nella Los Angeles dei primi anni Novanta, teatro di numerosi conflitti fra polizia e minoranze afroamericane, il processo a O.J. Simpson, il celebre ex campione di football americano accusato di aver ucciso la moglie, può esser considerato a tutti gli effetti come un caso di strumentalizzazione del pregiudizio razziale al contrario. Una strumentalizzazione esattamente speculare a quella elaborata da Shakespeare in Otello. Pertanto, vediamo come le questioni della discriminazione su base razziale descritti nelle due opere di Shakespeare conservino tutta la loro complessità e la loro attualità.

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Il regista Quentin Tarantino afferma: «La violenza fa parte di questo mondo e io sono attratto dall’irrompere della violenza nella vita reale […]». Potrebbe esser utile avvicinare alcuni sguardi cinematografici sulla violenza attraverso dei “concetti sensibilizzanti” introdotti in criminologia dall’approccio interazionista di Lonnie Athens e da considerare come una sorta di “mappa di orientamento” nelle dinamiche dei crimini più efferati, quelli per cui comprenderne il senso è impresa ardua. Alcuni dialoghi cinematografici di violent movies, attraverso brani di alcuni film che rappresentano la violenza in modo più complesso, potrebbero aiutare a comprendere questi concetti dell’agire violento, per approfondire  motivazioni, comportamenti, storie di vita.
Nella logica comune, spesso il comportamento criminale viene istintivamente associato alla malattia mentale. Athens individua alcuni percorsi psico-sociali – non segnati dall’irrazionalità e dalla mancanza di controllo – che possono indurre l’individuo a comportamenti violenti collocati in itinerari che si possono riportare alla prospettiva del vissuto, ad una “cosmologia personale” intesa come interpretazione del mondo.
Si vuole proporre la teoria – su cui convergono numerosi ricercatori – secondo cui la violenza è una caratteristica della personalità che preesiste all’eventuale disturbo mentale, e non viene creata dal disturbo medesimo.
Attraverso i dialoghi viene rappresentato il “dialogo interiore” con cui l’individuo ripercorre il suo vissuto e costruisce una “cosmologia”. Ogni persona è un “sistema organizzato di significati”: in che modo può orientarsi verso direzioni di segno violento? La rappresentazione cinematografica può aiutare a comprendere quello che, relativamente all’agire violento, è stato teorizzato.

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Nei film di Woody Allen, nella sapiente fusione fra comico e tragico che affiora in progressione nel tempo, il tema del giusto e dell’ingiusto percorre tutto il suo cinema. Volendo trattare con percorso circolare alcuni suoi film ritenuti più vicini al tema considerato, Crimini e misfatti (1989) è dominato dalla miopia di Dio che porta alla totale mancanza di responsabilità morale e al fatto di non distinguere più il giusto dall’ingiusto. Si ha “delitto senza castigo”, e tutto si dissolve nell’insignificante. in Match Point (2005), se in Crimini e misfatti quello di Dostoevskij è una sorta di “presenza che aleggia”, è citato in modo esplicito. Il protagonista si porta Delitto e castigo in giro per i salotti e si atteggia a intellettuale lanciandosi in improvvisate dissertazioni su disperazione e fede come rimedio, ma, in realtà, altro non è che un individuo cinico per il quale le uniche cose che contano sono il denaro e il successo. Per non perderli arriverà ad uccidere e la Sorte a lui favorevole gli permette di farla franca. In Basta che funzioni (2009) un maligno e presuntuoso professore accusa il mondo dei suoi mancati riconoscimenti, ma il regista gli regala un finale positivo. Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni (2010) è invece intessuto di piccole storie di personaggi “desideranti” e che alla fine rimarranno infelici.

Il fondamento del giusto e dell’ingiusto altro non è che la reciproca narrazione di ciò che avviene nella realtà. Per via della cecità morale dell’universo, le storie rischiano di ridursi al nulla assoluto (già evocato negli anni Settanta dal primo Woody Allen, quello di film quali Prendi i soldi e scappa – 1969 -, Il dittatore dello Stato libero di Bananas – 1971 -, Provaci ancora, Sam – Herbert Ross, 1972 -, Il dormiglione – 1973 -, Amore e guerra – 1975). Tuttavia, se esse vengono raccontate, tornano ad essere molte cose, molti racconti che, intrecciandosi fra loro, danno vita al mondo.
La vera ingiustizia sarebbe quella di non prestar loro attenzione.

 

Giustizia e letteratura, a cura di Gabrio Forti, Claudia Mazzucato e Arianna Visconti – in collaborazione con il gruppo di ricerca del Centro Studi “Federico Stella” sulla giustizia penale e la politica criminale – e pubblicato da VP Vita Pensiero (Milano), è disponibile in libreria a partire da aprile 2016.

Autore Alessandro Poggiani