“Mi ero appena rassegnato a un’esistenza noiosa quando iniziarono a succedere cose straordinarie”

Il più grande errore che si possa fare quando si giudica un film è associare il regista che lo ha realizzato a uno specifico codice estetico, fatto di tavolozze cromatiche standard e dinamiche narrative che assecondano la stessa sensibilità, per poi rimanere delusi se tradisce il disegno ideale della pellicola che il nostro immaginario ci aveva suggerito. E Tim Burton è uno dei registi a cui più spesso viene cucito addosso uno stile preciso, senza considerare che da quello stile si è spogliato da oltre un decennio e, nel bene o nel male, si è evoluto nella sua poetica cinematografica, conservando gelosamente solo alcuni frammenti di quello che lo caratterizzava. Quindi per apprezzare al meglio Miss Peregrine – La Casa dei Ragazzi Speciali è necessario sgombrare la mente da tutto ciò che si crede di sapere su Tim Burton, e lasciarsi trasportare in una dimensione in cui il tempo gira in tondo e la ragione è sospesa, perché qui il limite tra realtà e fantasia è invisibile come i mostri che si confondono tra la i mortali.

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Ma chi sono i veri mostri? I ragazzi speciali, che si distinguono dagli altri per i loro poteri eccezionali, sono considerati mostri o freaks dalla società, e per questo sono costretti a vivere isolati dal mondo, sotto la tutela delle Ymbrine, che hanno il potere di trasformarsi un uccelli e di proteggere i ragazzi speciali imbrigliando le loro vite in anelli temporali, in cui il tempo è circolare e il male non può toccarli. Nella finestra di tempo in cui sono destinati a vivere per sempre, i ragazzi sono liberi di usare i loro poteri, che vanno dalla capacità di controllare l’aria e il fuoco, a una forza straordinaria, al potere di proiettare i sogni, fino a quello di riportare in vita i morti. Tuttavia però una minaccia incombe sul loro mondo perfetto e c’è solo una persona in grado di salvarli: Jacob, un ragazzo solo all’apparenza ordinario, ma che nasconde un grande potere.

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Jacob vive in Florida con i suoi genitori e a prima vista sembra un’adolescente come tanti, anzi addirittura imbranato e senza qualità. L’unica persona che crede nelle sue potenzialità e suo nonno Abe, che per tutta l’infanzia lo aveva affascinato con gli straordinari racconti dei suoi viaggi attorno al mondo, dei mondi incredibili che aveva scoperto, e dei suoi amici, dei ragazzi diversi da tutti gli altri, speciali in un certo senso, che vivevano insieme in una grande dimora su un’isoletta del Galles, sotto la supervisione di Miss Peregrine, una donna che fumava la pipa e che di tanto in tanto si trasformava in uccello. Jacob all’inizio era stregato da queste storie, fino al punto da credere che fossero reali, ma crescendo era giunto alla conclusione che non potevano che essere frutto della fantasia di suo nonno, sebbene avesse visto numerose volte le foto sbiadite di questi ragazzi dai poteri straordinari. Quando suo nonno Abe muore in circostanze misteriose il primo posto in cui Jacob va a frugare in cerca di risposte è proprio il Galles, là dove la storia aveva avuto inizio.

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Soltanto là, tra le mura della casa dove anni prima suo nonno aveva trovato rifugio, vagando tra le quelle stanze abbandonate e rovistando tra i bauli polverosi, Jacob potrà stabilire se i racconti di suo nonno erano solo invenzioni buone a turbare il sonno o se una verità inquietante si nasconde dietro quelle mura. E da questa fantasia oscura nasce Miss Peregrine – La Casa dei Ragazzi Speciali che, prima ancora di essere un film, era il romanzo di Ransom Riggs, a cui Tim Burton si è ispirato, tuffandosi senza riserve in un mondo immaginario che sembrava creato apposta per lui. I freaks, i non morti, l’incubo, ogni riga del romanzo Riggs sembra forgiata nel suo cinema, e probabilmente nessun altro regista sarebbe stato in grado di mettere in scena questa storia meglio di Tim Burton, combinando nelle giuste dosi luce e oscurità, leggerezza e orrore. E chi pensa che Tim Burton non abbia espresso al meglio se stesso è in errore, perché Miss Peregrine è pieno di citazioni alla sua cinematografia precedente, che si integrano perfettamente con la narrazione di Riggs, fino a creare un film bilanciato nei toni, che inquieta ma non troppo.

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Autore Valeria Brucoli