C’è voglia di bellezza, di energia e di eleganza vintage nell’aria. E La La Land li serve allo spettatore su un vassoio d’argento. Più precisamente li confeziona in modo magistrale e crea un mosaico raffinato che non tralascia nessuno dei clichè più amati e nostalgicamente rimpianti di (e da) un certo cinema d’epoca, riferendosi in modo particolare alla migliore tradizione dei film musicali.

Una pellicola che fa qualcosa di più che raccontare una storia: sfrutta la storia che intende raccontare per esprimere un reverenziale feticismo nei confronti della Settima Arte e per valorizzarne tutti i meccanismi con attestati genuini di passione, culto e fedeltà. Il risultato è una sorta di “narrazione visiva” che fa della citazione e del virtuosismo la sua cifra stilistica.

La storia di due indomiti sognatori che si scontrano con una realtà feroce e deludente appare quasi banale nella sua semplicità ma il linguaggio cinematografico corre in soccorso del regista e offre l’imprevedibile soluzione di un montaggio particolare, che utilizza connessioni a volte al limite dell’illogico per rendere al meglio quello che vuole essere un lirico resoconto onirico. La dedica della locandina “ai sognatori” assume così un senso diverso e più profondo: il film è dedicato tanto a chi è capace di lottare per i propri sogni quanto a chi è capace di sognare a occhi aperti.

Ogni elemento sembra un avvertimento: il cinema è un mezzo di espressione creativa e al contempo una disciplina che usa tecniche precise per raccontare una storia, il film vuole allora mettere a nudo quelle tecniche che da dietro le quinte creano la magia del cinema istituendo con lo spettatore un tacito accordo basato su un dialogo visivo. Si ricompongono così una serie di elementi tecnici che, più o meno smascherati, vogliono interagire con le emozioni dello spettatore per creare una risposta emotiva, compresi ad esempio la palette cromatica irresistibilmente studiata e il richiamo costante a una certa moda anni 50 (forse anche un tantino esagerato per quanto serva a perseguire un facile consenso da parte del pubblico) nonostante la storia sia ambientata ai giorni nostri.

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Lei, aspirante attrice, fa la cameriera in un bar mentre, un provino dopo l’altro, colleziona una serie di umilianti figuracce e fallimenti. Tra un passo di danza e una canzone, la convincente interpretazione di Emma Stone riesce ad associare la grazia e la leggerezza propria di una moderna Cenerentola che insegue il suo sogno, alla fragilità e all’autenticità di una donna che lavora con fatica e dedizione per costruire il proprio avvenire.

Lui, artista incompreso e animo profondo, cerca di sopravvivere suonando il piano in un ristorante ma convive con la frustrazione di non poter esprimere davvero se stesso e sogna di aprire un locale in cui salvaguardare la libertà degli artisti e la purezza del jazz, che venera come un culto.

Costretto a scendere a compromessi suonando in una band di musica commerciale, scopre che la facile fama raggiunta non lo rende felice mentre il vecchio sogno resta sopito in attesa di uno spiraglio di volontà che lo costringa a mettere tutto in discussione.

Entrambi i protagonisti sperimentano quanto possa essere faticosa e al tempo stesso eccitante la strada della autoaffermazione in una città che solo in apparenza è l’emblema del self-made-man, Los Angeles, “la città delle stelle”.

La loro simbiosi come coppia artistica è declinata in ogni possibile linguaggio cinematografico e scenico: dal duetto cantato all’irresistibile passo di danza che rievoca la perfetta sintesi artistica rappresentata da Fred Astaire e Ginger Rogers.

Il film ha ottenuto un successo di critica strepitoso: il record già stabilito con la vittoria di tutte e sette i Golden Globe a cui era candidato è stato confermato dalle 14 nomination agli Oscar, numeri fin’ora raggiunti solo da titoli del calibro di Eva contro Eva e Titanic. Il prossimo 26 febbraio, durante la Notte degli Oscar, si scoprirà se La La Land riuscirà a conquistare i titoli più prestigiosi  come Miglior film, Migliore colonna sonora e Miglior sceneggiatura. Emma Stone, già premiata da uno stuolo di apprezzamenti da parte di critica e pubblico oltre che da una serie di importanti riconoscimenti internazionali, è data quasi certamente vincitrice dell’ambita statuetta come Migliore attrice protagonista per la sua interpretazione di Mia Dolan, eroina femminile del film.

La regia del giovane Damien Chazelle, candidato all’Oscar come Miglior regista, è volutamente enfatizzata, quasi teatrale: luci, movimenti degli attori, dialoghi, espressività dei volti, pose plastiche e inquadrature “frontali” danno l’impressione di assistere a una pièce teatrale.

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La luccicante spettacolarità del cabaret è addirittura esplicitamente citata in una scena del film, attraverso una metafora che intende suggerire la realtà finta e stereotipata entro cui danzano i due protagonisti.

Tutti i personaggi si muovono come in una immensa coreografia, una danza continua tale da creare un continuum fluido con le scene realmente coreografate della pellicola. L’ambientazione della storia funziona come un immenso palcoscenico su cui si realizza una disposizione di elementi mai causale ma sempre funzionale al movimento dei personaggi. Uno schermo in 16:9 restituisce delle vere e proprie scenografie studiate al vetriolo mentre la gestualità enfatizzata dei personaggi sembra quasi voler portare allo scoperto il ruolo dell’attore di emulare le emozioni umane.

La composizione di ogni singola scena è così un meraviglioso artificio imposto e la dimensione comunicativa si esprime attraverso un linguaggio riconosciuto universalmente dai suoi fruitori, quello dell’industria cinematografica.

Il cinema dunque, come fine ultimo e come strumento comunicativo, scelto non a caso in quanto arte che più di ogni altra ha saputo rendere reale i sogni, costruendo un mercato che quei sogni li costruisce e li alimenta. La dedica sulla locandina suggerisce allora che il film è indirizzato a tutti coloro che si vogliono lasciar trasportare in un sogno ad occhi aperti, attraverso quel mistico contenitore immaginifico che è la sala cinematografica.

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La delicatezza è il leitmotiv del film, anche nei momenti di crisi dei due protagonisti, anche quando la musica invita a scatenarsi, una leggerezza di sottofondo sfuma l’atmosfera. Come se tutto concorresse a rendere il senso di sfuggevolezza e di calorosa trepidazione che accompagna il percorso di realizzazione di un sogno. Ma il film si domanda anche quale sia il prezzo che si è disposti a pagare per vedere il proprio sogno diventare reale. La risposta è definitiva e senza possibilità di appello: una piena e totale serenità chiede in pegno la purezza di un sentimento travolgente che deve sacrificarsi e far posto a una felicità reale ma forse meno appagante.  Chi sono dunque i sognatori? Coloro che lottano duramente per realizzare i propri sogni, nonostante i fallimenti e le umiliazioni, per scoprire alla fine di questo duro percorso che ne valeva la pena nonostante quello che si è perso per strada. O forse proprio in nome di quello.

La sequenza finale del film, quella che in sostanza emoziona maggiormente e che tira le somme dell’intera vicenda, vede il compimento definitivo della grande metafora del cinema come sogno ad occhi aperti mostrando quella parte di vita che il destino avrebbe potuto riservare “se…”

L’accensione delle luci di sala è l’equivalente del ripiombare nella realtà dopo un sogno. Il sogno intrappolato nella dimensione della realtà mostra tutti i suoi limiti, mentre quello che “poteva essere se…” resta qualcosa di meravigliosamente inafferrabile.

Perché il sogno per essere tale deve vivere di incompletezza, di fame e di follia. Come la scena di un film che per essere credibile e emozionante non deve far trapelare gli oggetti di scena né la bidimensionalità del set. Pena la perdita delle emozioni più autentiche.

Ma infondo quello che insegnano i due protagonisti di questa romantica fiaba musicale, e attraverso essi il cinema in generale, è che non importa se certe storie siano vere o inventate, quello che conta è che si sia vissuto il sogno.

Autore Francesca Torlone