Théodore Géricault è alla deriva sulla sua zattera della Medusa, soffocato dal tanfo dei compagni di sventura, corrosi dal sole e dalla morte. La nave su cui viaggiava si è arenata sulle coste del Senegal, condannando a morte un manipolo di uomini, più di cento secondo le cronache del tempo. E ora i pochi sopravvissuti al disastro si contendono una piccola zattera, mangiandosi l’uno con l’altro. L’umanità li ha abbandonati nello stesso istante in cui la nave li ha consegnati al mare, insieme alla ragione, che è affondata con il relitto della loro coscienza. Le acque li scuotono, li mettono alla prova per un tempo che sembra infinito, e li rendono pazzi per la fame, fino a fargli desiderare la morte, o a trasformarli in cannibali pur di restare abbarbicati alla vita.

Chi non ha avuto la fortuna di essere ingoiato dalle onde è costretto ad assistere a questo orrore, a dare la propria dignità di uomo in cambio della vita, nutrendosi dei più deboli e bevendo avidamente il loro sangue, pur di toccare la terra vivo. Ma è proprio questo lo scenario che Géricault vuole consegnare alla storia, imprimendo sulla tela la tragedia della Medusa con l’unico mezzo che ha a disposizione: l’acqua. Il pennello scivola rapido sul dipinto ancora immacolato, disegna i volti disperati e i corpi in disfacimento, il mare fangoso, l’orizzonte ricolmo di cadaveri e un brandello di terra in lontananza, miraggio di salvezza.

Gianni Tudino si fa pittore, naufrago e narratore per raccontare l’orrore della Medusa, salendo in prima persona sulla zattera maledetta, fianco a fianco con i cadaveri in decomposizione, soffrendo la fame e la sete in un esilio forzato, in cui l’acqua salata è l’unica sostanza tangibile per dipingere il suo quadro. L’opera di Géricault è onnipresente, ma ancora di più lo sono i pezzi di carne umana, l’acqua, la sabbia, e la tempesta impietosa, che travolge la zattera e l’esistenza di chi ha il coraggio di abbandonare la comoda posizione di spettatore, per entrare nel quadro e respirare l’odore di morte che emana.

Autore Valeria Brucoli