La compagnia Le Donne del Muro Alto, formata dalle detenute attrici della Casa Circondariale di Rebibbia, porta in scena gli ultimi mesi di vita di Olympe de Gouges, ghigliottinata per aver armato la sua penna a favore dei diritti delle minoranze etniche, e per aver invocato la parità dei sessi in una Francia infuocata dalla Rivoluzione.

Brucia la strega, taglia la testa alla rivoluzionaria, rinchiudi la donna tra solide mura, prima che il mondo senta le sue urla. Il suo dolore deve essere soffocato all’istante, per non turbare la quiete di chi ha l’arroganza di modellare le leggi, e persino Dio, a propria immagine, cucendo Libertà, Uguaglianza e Fraternità unicamente addosso a coloro che sono stati prescelti per governare la terra, e non a chi la popola in religioso silenzio. Mogli sottomesse e cortigiane voluttuose, queste sono le donne che reclama una società maschilista, che trema al solo pensiero di essere schiacciata dal sesso debole, e usa la violenza come difesa, punendo con la morte fisica e spirituale guerriere, artiste, scienziate e scrittrici che sfidano la posizione subordinata in cui il loro sesso le ha relegate.
Olympe de Gouges è una di queste, una delle tante donne-streghe che calcano il palcoscenico del mondo, una donna che si è macchiata della colpa di fare teatro politico nella Francia della Rivoluzione e che, per essersi dimenticata le virtù che convenivano al suo sesso, è stata reclusa nella prigione dell’abbazia di Saint-Germain-des-Près e ghigliottinata senza appello. Non le è mai stato perdonato di aver scritto alla Francia invece che al suo amante, come facevano tutte le altre, impotenti e imbavagliate dai doveri coniugali, e di aver dato voce alle minoranze etniche, parlando di uguaglianza dei diritti civili e politici tra i due sessi, al cospetto di tutti coloro che erano inconsapevolmente oppressi da una legge di fronte alla quale nessuno era uguale.

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Oggi Le Donne del Muro Alto alzano gli occhi al cielo che si apre sullo spazio angusto in cui sono state costrette da una legge ancora lontana dall’essere imparziale, ed evocano l’anima di Olympe de Gouges per urlare dal proscenio le ingiustizie che continuano a perpetrarsi in un mondo che proclama l’uguaglianza, ma che continua a discriminare chi è diverso. Portavoce di etnie, culture e lingue diverse, queste donne proclamano la libertà dello spirito in un corpo recluso, non solo tra le mura di Rebibbia, ma in un mondo manovrato dalla falsa informazione, che condanna ciò che non conosce, e demonizza tutto ciò che non rientra negli schemi sociali divulgati da una politica e una religione granitiche.
Secondo le discendenti di Olympe, in questo mondo plasmato sui discorsi dei potenti, anche Dio viene dipinto su un’immagine distorta, nemica della cultura, che rinchiude le donne nel ruolo di mogli-madri sottomesse al governo degli uomini, e censura severamente ciò che non rispecchia le sue leggi, insinuando la paura in chi crede in lui. Ma l’intolleranza e la violenza sono sentimenti molto più umani che divini, perché qualunque sia il nome che si voglia dare a Dio, l’amore incondizionato è il suo Vangelo,  indipendentemente da sesso, razza o religione di chi lo invoca. Le Donne del Muro Alto sono qui per denunciare la superficialità degli oppressori, che si illudono di poter mettere a tacere i pensieri seminando la paura e tagliando le teste, ma ignorano che l’arte è uno strumento di protesta universale, che non muore con i suoi creatori, ma sopravvive intatta alla storia senza perdere la sua potenza. Ovunque siate, donne di tutto il mondo, ascoltate l’appello accorato delle donne di Rebibbia, affinché nessuno intrappoli il vostro spirito, e urlate il diritto di dare alla vostra vita la forma che desiderate, al di là delle convenzioni che vogliono rendervi una uguale all’altra, perché è nella diversità che risiede il vostro valore.

Autore Valeria Brucoli