Si è tenuta ieri a Roma la conferenza stampa di Franny, il primo lungometraggio di Andrew Renzi, che vede come protagonista Richard Gere nei panni di un milionario eccentrico e filantropo al fianco di Theo Jamese Dakota Fanning. Il film arriverà nelle sale italiane il 23 dicembre.

Al Festival del cinema di Roma è stato presentato Time out of Mind, un film in cui interpreta un homeless, e in un certo senso anche Franny è un uomo al margine. Perché ha scelto questi ruoli?
I ruoli più difficili senza dubbio sono anche i più divertenti. Di recente ho recitato anche in anche Oppenheimer Strategies, in cui ho interpretato un altro personaggio al margine e come questi è un film indipendente girato con un budget ridotto. Nella vita nulla è semplice e ogni persona è complessa a suo modo. Lo stesso vale nel cinema, dove ogni un personaggio, anche quello che può sembrare il più semplice, in realtà se si scava a fondo si scopre complesso.

Di recente si è interessato molto alla politica del suo paese. Come dovrebbero reagire gli Stati Uniti a un massacro come San Bernardino?
Negli Stati Uniti ci sono più armi che in ogni parte del mondo ed è il posto in cui è più semplice procurarsele, ma dopo la strage ci si aspettava una sollevazione popolare contro le armi, invece è accaduto il contrario e la gente ora è ancora più rivolta verso l’autodifesa. Bisogna capire perché la gente si comporta così male, indagare le cause prima degli effetti, invece di elaborare strategie di vendetta. Dobbiamo comprendere l’essenza degli esseri umani, e riportarli alla saggezza e alla comprensione reciproca.

Cosa ha cambiato della sceneggiatura di Franny? In questo personaggio ci sono diversi Franny, diversi uomini in uno solo. Quale di questi è stato il più difficile interpretare?
Ogni sceneggiatura cambia durante la messa in scena, è la norma. Non ho mai lavorato in un film in cui la sceneggiatura non sia cambiata, perché sul set cambia tutto, si guarda il film in modo diverso, e si discute con i produttori l’evoluzione della storia. Il film nasce dal testo scritto, ma poi da qui c’è il film vero e proprio e poi il montaggio. Questo film avrebbe potuto essere girato in maniera diversa, si poteva porre l’accento sul Franny stalker verso la giovane coppia o sulla sua dipendenza, invece volevamo che fosse un personaggio sfaccettato, indefinibile anche dal punto di vista della sessualità, che rimane sconosciuta fino alla fine perché irrilevante ai fini della storia. Non abbiamo voluto mettere etichette di nessun tipo nè inserire il personaggio in una categoria ben precisa.

Come è stato lavorare con Andrew Renzi?
Lui ha scritto la sceneggiatura ed era il suo primo lungometraggio, anche se era padrone della la macchina da presa e dello stile che voleva dare al film, per questo conoscendolo mi ha subito convinto. Sapevo che stava raccontando una storia personale, che coinvolgeva la casa protagonista del film, la città e la storia e anche questo ci ha aiutato molto nella realizzazione del film. Però se per lui era il primo film, per me non lo era, quindi si è rivolto a me per chiedermi dei consigli. Siamo diventati amici ed è stata un’esperienza importante per entrambi, abbiamo imparato l’uno dall’altro.

Farebbe un film in Italia e con quale regista?
Sono molto aperto all’idea di lavorare in Italia, ma per fare un film ci sono tanti elementi che si devono mettere insieme, è necessaria un’alchimia, una congiunzione astrale, e per quanto mi riguarda non è ancora successo. Mi piacerebbe lavorare con Bertolucci ma ci molti altri registi che stimo.

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Il film parla sensi di colpa. Lei prova sensi di colpa?
Chi non si è mai sentito in colpa per qualcosa? Franny è un personaggio misterioso e sicuramente mi ha incuriosito per questo, perché mi interessa andare a fondo del mistero. Quando veniamo al mondo abbiamo tutti un imprinting e le cose che ci succedono nella vita vi sono legate. Anche in Time out of mind il personaggio è misterioso, e questo lo rende ancora più vicino alla realtà, perché nessuno è bianco o nero ma ci sono solo sfumature intermedie.

È più difficile per un cinema che non è mainstream, in cui il bianco e il nero si confondono, trovare finanziamenti?
In America un film che costa intorno ai cinque milioni di dollari è considerato a basso costo, ma con quella cifra puoi fare qualunque cosa. Franny lo abbiamo girato in 31 giorni. Con un budget ridotto in realtà si lavora in modo più concentrato, gli attori sono sempre nel personaggio e si lavora sulla spontaneità piuttosto che sui dettagli estetici. In passato ho fatto parte di produzioni più grandi è vero, ma lavorare così mi piace molto.

In Franny c’è molto di Howard Huges, un altro morfinomane, ricco e filantropo.
C’è un po’ di lui e un po’ di Hemingway, che nell’ultima parte della sua vita era trasandato e si è lasciato andare. Mi sono ispirato a lui per interpretare un personaggio che vive per cinque anni in una stanza d’albergo. Dopo tuttp anche su Hemingway ci sono ancora molte ombre.

Nel programma di Fabio Fazio ha detto che il Dalai Lama e il Papa dovrebbero incontrarsi. Di cosa parlerebbero se accadesse?
Parlerebbero di come aiutare questo pianeta e di come rendere gli abitanti più compassionevoli e meno violenti. Forse cercherebbero di insegnare al mondo la sanità mentale. Insieme potrebbero fare tantissimo e una conversazione tra loro non potrebbe che fare del bene.

Quali storie cerca in questo momento della sua carriera? Lavorerebbe in una serie tv?
Sin dall’inizio non ho mai avuto un piano, ma ho fatto solo scelte istintive, a volte positive e a volte negative, ma ho sempre scelto io. Ci sono sceneggiature che desidero fare e altre che mi arrivano e che mi fanno innamorare. Quando accade desidero passare più tempo possibile con quel personaggio, fare parte della sua vita. Qualunque film a cui prendo parte però deve rispettare la complessità della natura umana, e anche una commedia romantica deve avere una forte componente umana. La maggior parte dei progetti a cui ho preso parte è arrivato per caso ed è stato amore.
Ho iniziato a lavorare nel cinema e a questo punto della mia vita sarebbe difficile cambiare, ma riconosco che ci sono ci sono emittenti televisive come HBO che presentano serie tv di grande livello. Per me però l’esperienza in sala è comunque diversa, singolare, perché si esce di casa e si sta seduti al buio con degli estranei con cui si condividono emozioni. Anche se siamo in un momento di cambiamento, spero che le sale continuino ad esistere e così le emozioni che suscita il cinema.

Autore Redazione