Nel corso della Festa del Cinema di Roma è stato assegnato il premio alla carriera a Tom Hanks, ora al cinema con Inferno di Ron Howard, ed è stata dedicata all’attore una retrospettiva che comprende tutti i film che lo hanno reso più famoso, dalle commedie romantiche Insonnia d’amore e C’è post@ per te, fino a Forrest Gump, Cast Away e Prova a prendermi. Non penso ai film del passato – ha commentato Tom Hanks – perché anche se li rivedo non cambiano, e mi ricordano solo che sono invecchiato. Ad oggi mi reputo davvero fortunato perché ho fatto un di lavoro imponente e nonostante il passato del tempo continuano ancora a coinvolgermi in nuovi progetti, quindi vuol dire che il mio lavoro viene ancora apprezzato. Poi ogni film è diverso, ogni esperienza è nuova e ogni qualvolta mi viene proposta una sceneggiatura cerco sempre di seguire l’istinto, e non me ne sono mai pentito. Non è facile dire no a un film perché ti pagano, puoi baciare una bella ragazza, viaggiare o lavorare con un direttore della fotografia che ammiri, ma a volte ci sono aspetti che non ti interessano e non richiedono la passione assoluta che dovrebbe esserci. Quando non sei felice di alzarti la mattina per girare non vale la pena accettare”.

In una carriera così lunga capita di restare legati a un certo tipo di personaggio? “Spesso ho interpretato il ruolo del buono della situazione, pur avendo un un modo di pormi che potrebbe funzionare anche da cattivo. Come attore non ho intenzione di interpretare il tipico cattivo che digrigna i denti, però ci sono dei ruoli in cui sarei credibile anche come cattivo. A me piacciono i film in cui protagonista e antagonista si sorreggono su basi solide, quindi avrei il piacere di fare l’antagonista avendo motivazioni sensati, senza diventare un archetipo”.  Quindi potrebbe essere considerato l’ultimo erede di una tradizione americana di ruoli fortemente morali? “Non metto moralità nei miei ruoli. Con Spielberg ho lavorato su Salvate il soldato Ryan e non so se in questo caso si possa parlare di moralità. Per Prova a prendermi invece mi sono relazionato con degli agenti dell’FBI a cui piaceva mettere i cattivi in carcere per fare del bene e in quel caso sì c’è una moralità. Poi in The Terminal e volevo rendere omaggio a mio suocero fuggito dalla Bulgaria e in Il ponte delle spie volevo esplorare la storia politica. Quindi non decido quale film fare in base alla moralità del mio personaggio ma inbase al desiderio di interpretare personaggi diversi ed entrare in vite diverse. Oggi potrei essere qui a promuovere Forrest Gump 8,  e forse sarebbe anche economicamente vantaggioso, ma non avrebbe senso, perché la cosa più interessante è ripartire sempre da zero. Dopotutto Il bello è andare al cinema e vedere qualcosa che non ci si aspettava di vedere”.

Autore Valeria Brucoli