The War – Il pianeta delle scimmie [War for the Planet of the Apes], il film di chiusura della trilogia-reboot, ha il respiro dei kolossal d’altri tempi. L’epicità dei gesti, e delle gesta, dei personaggi è sottolineata dalla regia impeccabile di Matt Reeves [Cloverfield, Blood Story] che, dopo i consensi ricevuti all’uscita del capitolo di mezzo Apes Revolution – Il pianeta delle scimmie [Dawn of the Planet of the Apes], è stato chiamato a sostituire Ben Affleck alla regia del reboot The Batman, il nuovo lungometraggio in programma per il progetto Extended Universe della DC Comics. Reeves supera se stesso e i precedenti autori della fertile saga de Il pianeta delle scimmie, surclassando in maniera manifesta ogni singolo film o episodio che sia mai stato prodotto. Le sue sono davvero le migliori scimmie di sempre. Un film che possiede tutte le qualità auliche di quelle epopee che hanno fatto la storia dei generi western o di guerra, contaminate, in questo caso, con studiate pause sentimentali, comiche e filosofico-esistenziali che sanno stabilire un solido ponte con il cuore dello spettatore.


The War – Il pianeta delle scimmie e i suoi 142 minuti, che concludono la storia del leggendario Cesare e ricollegano questo capitolo al capostipite della saga, scorrono senza intoppi e senza gravare sugli occhi e le spalle del pubblico in sala. Dare un giudizio su un film di questo spessore non può trascendere, però, un coinvolgimento in prima persona. Ho amato sia i film che compongono la saga originale sia la serie tv, viste quando ancora si doveva aspettare la trasmissione ufficiale del palinsesto. Posso quindi essere annoverato tra i fan (e l’acquisto del cofanetto completo mette a tacere qualunque obiezione in merito). I fan, si sa, possono essere molto esigenti e vi confesso che per questo genere lo sono. Acquista, quindi, un certo significato il fatto che io sia uscito estasiato dalla sala, dopo aver visto il film di Matt Reeves. The War spegne i riflettori da tutto il resto e li punta tutti su di sé, illuminando il buio del cinema.

Gli elementi per il palato raffinato dei fan sono innumerevoli e non tutti citabili, perché il pericolo dello spoiler potrebbe trovarsi dietro l’angolo, ma basta anche solo far caso ad alcuni nomi come Cornelius e Nova per suscitare ricordi e riallacciare con un doppio nodo questo nuovo film con il primo. Sempre con il film del 1968 si può creare una forte correlazione visivo-emozionale nel momento in cui Cesare si getta a terra sulle ginocchia in un gesto di estremo sconforto, riecheggiando la disperazione di Taylor (Charlton Heston). La figura del leggendario Cesare, oggi, alla luce della trilogia attualmente conclusa, acquista una solidità monumentale che all’epoca era sempre solo tramandata verbalmente dai personaggi. Il Cesare che ha gettato le basi della civiltà scimmiesca in The War deve lottare per salvare la sua stirpe dalla crudeltà del colonnello McCullough [Woody Harrelson, Hunger Games] mentre dentro di sè si accende un profondo desiderio di vendetta nei confronti degli esseri non più così umani da meritarsi di essere la specie dominante. Ma come si arriverà ad avere il fantomatico Pianeta delle scimmie?

Tante le tematiche che accendono il dibattito: il seme dell’odio che si pianta nel cuore e non fa conoscere altre ragioni di vita se non una sterile ricerca di vendetta che possa placarne il desiderio; per contro il seme dell’amore a tuttotondo e indiscriminato che sa far breccia e creare un ponte fra razze, popoli, gruppi per definizione nettamente in contrasto; l’umiliazione della schiavitù e del tradimento pur di continuare a vivere crea un parallelo con la storia della guerra in Vietnam; la malattia come ago della bilancia nell’equilibrio ecosistemico e come tragica punizione per la tracotanza dell’uomo che pretende di sostituirsi alla divinità o contrastare le leggi che governano la natura, ma anche come liberazione/catarsi dal male e dalle sofferenze. Quelli che The War – Il pianeta delle scimmie porta sullo schermo sono dei personaggi mutuati dalla tragedia greca, multisfaccettati, che moltiplicano i punti di vista e innescano riflessioni che trascendono la narrazione filmica e si stagliano nella memoria, come del resto è  successo a suo tempo ai predecessori.

Molte anche le citazioni: ovviamente si ammicca ripetutamente alla saga originale, ma si ricorda spesso anche Apocalypse now e alcune scene ricordano ora Il mucchio selvaggio ora La grande fuga ora Full Metal Jacket con tanto di scritte sugli elmetti dei soldati o sui muri delle abitazioni che richiamano frasi come “L’unica scimmia buona è una scimmia morta” o “Monkey killer”. Il nomignolo “Donkey” dato dai soldati alle scimmie (monkey) non e’ solo l’ennesima umiliazione ma anche la citazione dell’eterna lotta tra il videogiocatore e lo scimmione-boss nel videogame Donkey Kong, una vera chicca per intenditori. Non manca nemmeno la riproposta del citazionismo biblico del secondo capitolo della serie originale con “alpha e omega” come “principio e fine”.
Splendida la fotografia Michael Seresin [Step Up, Apes revolution] di con carrelli aerei e inquadrature a piombo sulle trincee a inizio film, per non parlare della stupenda scena sotto il ciliegio in fiore tra la piccola Nova e il gorilla Luca. Da Oscar l’interpretazione di Andy Serkis, ma nessuno si aspetta niente di meno dall’attore ormai maestro della motion capture. Un’altra piacevole conferma è la bellissima partitura di Michael Giacchino [Zootropolis, Doctor Strange, Rogue One]: veramente completa, altamente emozionale con vette di aulica profondità e che sa preparare anche a significativi silenzi. Uno dei film migliori dell’anno.
Autore Fabio La Scalia