Una maledizione può essere un dono e un dono può diventare una maledizione. Un motto che vale anche per la mutazione genetica, tanto nel 3600 a.C quanto nel 1983, anno di ambientazione di X-Men: Apocalypse, nono capitolo della saga dei mutanti Marvel diretto da Bryan Singer.

Tra le sabbie e le piramidi d’Egitto, En Sabah Nur/Apocalisse è venerato in qualità di dio. Le sue capacità mutanti, le prime attestate nella storia umana, sono quanto di più simile alla divinità possano esserci e continuano a potenziarsi, trasmigrando da un corpo all’altro fino a raggiungere l’immortalità. Ma la razza umana, in un moto di autodeterminazione che le è connaturato, si ribella seppellendolo sotto tonnellate di pietra e storia.
Quando il primo mutante si risveglia, sono passati più di 5000 anni. Agli occhi di Apocalisse il nuovo mondo è decadente e deludente. Le piramidi sono relegate sullo sfondo de Il Cairo, i suk e i bazar si sono estesi come funghi parassiti, l’ordine mondiale non è appannaggio di creature evolute ma di comuni esseri umani.
Al primo mutante non resta che rimodellare il mondo come creta tra le dita, seguendo il suo unico volere. E, come nella migliore tradizione biblica, quattro sono i cavalieri che lo affiancheranno. Dalla cocente sconfitta emerge Angelo, dall’ombra Psylocke, dai sobborghi e dalla povertà si eleva Tempesta e, infine, dal dolore e dalla rabbia nasce Magneto.
Per affrontare una minaccia di tale portata, deve mobilitarsi l’intera squadra di mutanti capeggiati dal professor Xavier, un corpo di combattenti dai poteri straordinari e dalle psicologie molto umane.

L’universo Marvel ha subito un cambiamento nel capitolo precedente e continua a portare avanti una scelta interessante, quella, cioè, di risalire la corrente del passato per sfociare in un presente possibilmente diverso da quello mostrato in X-Men Conflitto finale, senza dimenticare di investigare sulle origini dei mutanti più famosi, sulle loro scelte, sui traumi, sulle sfide che li hanno forgiati. Scelta che ha determinato, tra l’altro, un rinnovo totale del cast (fatta eccezione per un cammeo di Hugh Jackman) iniziato in X-Men: First class.
Sebbene X-Men – Giorni di un futuro passato abbia intrapreso una linea temporale differente rispetto ai primi capitoli della saga, portando Xavier e Raven/Mystica agli onori della cronaca, il flusso della storia è, a detta dello stesso Singer, inarrestabile. Gli eventi modificati non sono che un ciottolo gettato nel fiume, una minima deviazione e increspatura nella corrente del tempo.

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X-Men: Apocalypse è, al pari dei personaggi che presenta, una versione evoluta dei precedenti episodi: più costoso, più lungo, visivamente più elaborato, con un antagonista che rasenta la divinità. Ma gli effetti speciali non possono eliminare il dubbio che si tratti di un capitolo vuoto, fine a se stesso. Le battaglie, fisiche e di idee, non sono differenti da quelle passate, nulla di nuovo si aggiunge alla storia fin qui percorsa.
Apocalisse distrugge con una semplicità disarmante, ma rimane un personaggio bidimensionale, spesso messo in ombra dagli altri e più noti mutanti, le cui scelte e tratti psicologici appaiono ben più significativi e meglio delineati. Altri antagonisti sono ben più memorabili all’interno della saga degli X-Men, dal colonnello Stryker al Magneto dei primi capitoli.
La distruzione poi, benché visivamente spettacolare, appare quasi edulcorata. Città, edifici, paesaggi interi vengono annientati, eppure non un solo corpo, non una traccia di sangue vengono inquadrati.
Un bel pacchetto, insomma, per un regalo grande e spettacolare, ma già visto e ricevuto in passato.

Anche in questo episodio la scelta di ripercorrere la nascita di alcuni dei mutanti più famosi, da Cicolpe a Jean Grey, da Nightcrawler a Tempesta, si rivela buona e sensata. Lo sviluppo delle loro personalità, gli intrecci affettivi, le scelte umane costituiscono il vero nucleo del film e rendono tridimensionale una lotta (e una sceneggiatura) che non lo è.

La storia di X-Men Apocalypse è stata scritta da Singer in collaborazione con Simon Kinberg, già sceneggiatore di X-Men Giorni di un futuro passato e Conflitto finale, e realizzato da un cast corale, che conferma la presenza di James McAvoy, Michael Fassbender e Jennifer Lawrence, e recluta nuove leve, tra cui Sophie Turner e Evan Peters.

Autore Manuel Porretta