Bunker, interno, notte. Le lamiere che foderano le pareti rendono lo spazio insonorizzato, blindato, separato dal mondo. Fuori la minaccia di un attacco terroristico, forse nucleare, che ha raso al suolo la città. Dentro Mark e Louise, al sicuro. Mark ha costruito il rifugio temendo un attacco imminente, o l’apocalisse, sapendo che un giorno sarebbe tornato utile e così è stato. L’apocalisse è arrivata. E Mark ne ha approfittato per trascinare nel suo nascondiglio anche Louise, che ha sempre amato, ma che in altre circostanze non gli avrebbe mai rivolto le sue attenzioni. Ora invece è proprio lì, a pochi centimetri da lui, prigioniera, ma vicina più che mai. Può guardarla, toccarla, condividere con lei ogni istante della giornata. Ora è nelle sue mani.

Sono insieme Mark e Louise, costretti un uno spazio angusto per un tempo indefinito, costretti a dividere lo stesso cibo e a respirare la stessa aria. L’uno sotto gli occhi nell’altro, costantemente, in uno spazio in cui l’intimità è cancellata e così i reciproci bisogni e desideri. Mark vorrebbe approfittare della presenza di Louise per iniziarla a Dungeons and Dragons, mentre Louise non vorrebbe altro che tornare alla sua vita, ai suoi amici, al mondo esterno. Per uno quella convivenza forzata è il sogno di una vita, per l’altro l’incubo peggiore. E per tutto il tempo non fanno altro che spingere ognuno nella direzione che desiderano, verso l’interno Mark, verso l’esterno Louise, esasperando al massimo la loro aspirazione, fino al punto di puntarsi un coltello alla gola.

Chi vincerà? Chi sopravviverà in questa lotta di potere? Marco Simon Puccioni nel suo adattamento del claustrofobico After the End di Dennis Kelly non cela nulla allo sguardo dello spettatore, mostrando i risvolti psicologici più oscuri della convivenza forzata di Mark e Louise, senza temere di scendere sempre più in basso, fino a toccare il fondo delle loro anime lacerate. La paura, violenza, la perversione e l’oppressione sono sulla scena, compressi nello stretto spazio di un bunker, gomito a gomito con i due protagonisti, intorpiditi dalla carenza di ossigeno e di libertà.

After the End è un’opera ruvida, indigesta, dolorosa come un coltello nello stomaco, ma allo stesso tempo coraggiosa nel suo adattamento, tanto da imprimersi nella memoria dello spettatore come un film dell’orrore ben riuscito. Manca l’aria proprio come nel bunker di Mark, ma come vittime della sindrome di Stoccolma non si può fare a meno di rimane attaccati con le unghie alla scena, fino all’ultima battuta tagliente.

Autore Valeria Brucoli