Brooklyn, di John Crowley

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Lontano dalla frenesia di un cinema sempre più improntato all’impatto visivo degli effetti speciali, Nick Hornby per il film Brooklyn scrive una sceneggiatura lineare e priva di alcuna imbellettatura, rimanendo estremamente fedele al libro di Colm Tòibìn, dal quale la stessa storia è tratta, e lasciando allo sviluppo quasi romanzato degli eventi il compito di delineare il profilo dei personaggi, in un mondo in cui la volontà del cuore e la speranza nel futuro sono gli unici mezzi per trovare la propria felicità.

Presentato in anteprima al Sundance Film Festival il 26 gennaio e candidato a 3 premi oscar nelle categorie “miglior film”, ”migliore attrice” e “miglior sceneggiatura”, il film parla della storia della giovane Eilis, ragazza cresciuta nella piccola cittadina irlandese di Enniscorthy con la madre e la sorella che, attanagliata in un futuro privo di risvolti positivi, decide di partire per l’America nella speranza di dare finalmente una svolta alla propria vita. Dopo un primo periodo difficile in cui è costretta a lavorare in un grande emporio e a vivere in un convitto femminile, conosce il giovane idraulico italiano Tony e con lui anche l’amore e la possibilità di costruirsi una vita felice a Brooklyn, fino a che un tragico lutto familiare la costringe a tornare nella sua terra natia e a scegliere tra la casa delle sue origini o la casa del suo cuore.

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Caratterizzata dal classico tema del sogno americano, che negli anni ‘50 ha costretto un’ingente mole di persone a intraprendere questo viaggio verso l’America nella speranza di poter riscattare il proprio futuro, la storia presenta una carrellata di immagini d’epoca e clichè (l’italiano che costruisce ponti, tunnel e autostrade) che non apporta nulla di nuovo ai film di questo genere. Al contrario la chiave di lettura dell’intera pellicola si trova nei personaggi, che vivono non solo un viaggio che li porta verso nuove terre, ma un vero e proprio percorso di formazione in cui, pur vivendo a pieno le gioie e le debolezze della loro età, non scivolano in nessun sentimentalismo estremo.

John Crowley pone sotto una luce di universalità le questioni umane che ognuno nella propria vita è costretto ad affrontare, come la distanza, il trasporto dell’amore, i lutti familiari, e l’abbandono del nido, ma ciò nonostante lo spettatore non ritrova caratteri di se stesso nella vicenda narrata, e resta in una comfort zone priva di alcuna tensione in cui non può fare a meno di sentirsi parte di quell’umanità, e condividere le stesse emozioni, lasciandosi cullare più che coinvolgere nella storia della giovane Eilis mentre è alla ricerca della sua strada.

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