«In principio non si sapeva che era il principio».
L’incipit di Le tout nouveau testament è di quelli da antologia! L’intera opera è da applausi a scena aperta! Una cura nel dettaglio che traspare ad ogni fotogramma e che ben pochi, purtroppo, hanno di questi tempi!

Dopo Mr. Nobody, ecco un altro capolavoro di Jaco van Dormael. In questa lussureggiante commedia il personaggio di Dio è un’entità cinica e spietata, arrogante e superficiale, vendicativo e arcigno, vero “simulacro” dell’uomo che egli stesso ha creato, un po’ per noia, un po’ per gioco, a sua immagine e somiglianza in una grigia Bruxelles, che per antonomasia assurge a simbolo di una grigia città contemporanea qualsiasi. In un appartamento lontano dallo spazio e dal tempo, senza via d’uscita – se non fosse per un… tunnel nell’oblò della lavatrice! – vive con la moglie e la figlia Ea, sorella di JC, come lei ama chiamarlo, un Gesù assente. Non per modo di dire, proprio non è presente se non in una brevissima “apparizione”, esilarante, in formato ridotto: è una statuetta votiva sul comò che si anima solo per Ea che lo evoca come consulente. È un Cristo Compagnone, come già aveva predetto Kevin Smith in Dogma, quello che suggerisce ad Ea di scrivere un Testamento nuovo di zecca e di provare ad aggiungere altri sei apostoli ai suoi dodici per raggiungere quota diciotto. Motivi di cabala? numerologia? Tarocchi? No. Per quanto affascinanti siano queste interpretazioni, che non è detto siano sbagliate, il film ne fornisce una inaspettata: in 12 si gioca ad hockey, lo sport preferito da Dio, uno sport dove la componente violenta è parte integrante delle azioni di gioco, mentre in 18 si gioca allo sport preferito da Maria, il baseball, l’unico sport di squadra in cui non è una palla o un altro strumento a portare punti ma il corridore, ossia l’uomo, il tanto bistrattato uomo, quello che Dio si diverte a martoriare quando “gioca” a creare incidenti e sofferenze manovrandolo sottoforma di pupazzetti in un plastico simile a quello in cui operano i personaggi di The Lego Movie, lo stesso uomo che subisce le assurde leggi create da Dio per divertirsi alle sue spalle mentre fuma e tracanna whisky. «Li ha aizzati gli uni contro gli altri in nome suo», afferma Ea, sia esso Dio, Allah o qualcos’altro. E quando tenta di farlo rinsavire, di considerare un nuovo destino per quell’essere-oggetto, Ea subisce le meschine ire del padre. È così che decide che il suo obiettivo primario debba diventare togliere credibilità al creatore, dando all’uomo una chance di rivalsa: spedisce le date di morte per sms a tutti e scende sulla Terra come il fratello per portare una nuova speranza e, allo stesso tempo, conoscere ciò che da dea non può conoscere: chi sono i mortali, come vivono, come crescono, in cosa credono, come muoiono.
Proprio la coscienza della morte spinge gli uomini a vivere finalmente in piena libertà, non più schiavi di un libero arbitrio fraudolento, indirizzato da un Dio annoiato e privo di empatia, che sembra quasi tenere in mano dei lunghissimi fili con cui dirigere i suoi burattini (una “filosofia” simile la si può trovare in Strings di Anders Rønnow Klarlund).

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Contrariamente a quanto accade in tutti gli scritti religiosi, in questo film i personaggi femminili hanno ruoli fondamentali o diventano veicoli di messaggi profondi grazie alle loro scelte, in totale libertà. E la critica sociale non si ferma ad una rivendicazione di genere ma diventa una vera e propria invettiva contro la TV e i social media che contribuiscono notevolmente ad un processo di empatia che prescinde dalla riflessione personale e porta a vivere curando l’apparenza e non l’Io interiore.
Come a generare una continuità con le vicende e le riflessioni di Nemo in Mr. Nobody, Ea cerca notizie di quel bambino interiore, nascosto nel cuore per far posto alle priorità dell’ascesa sociale, alle aspettative di un mondo governato da un Dio non lontano dal Caos. Il punto di vista del bambino, nella poetica dell’autore, è colorato, fantasioso, dotato di un’intelligente ingenuità, un ossimoro che esprime sinteticamente un’analisi della realtà che coglie le sfumature della vita senza tralasciare nulla, che amplifica qualsiasi sensazione all’ennesima potenza fino a rendere reale ciò che agli adulti appare surreale.
Ma cos’è la surrealtà? Definirla implica di accogliere un concetto di realtà che è pura arbitrarietà, derivata da convenzioni. Non si potrà vivere di soli sogni, ma sognare aiuta a vivere nel migliore dei modi.
Ea sceglie i suoi apostoli proprio cercando in essi un’interiorità magnifica, celata nel cuore, ben rappresentata da una musica tematica differente per ogni personaggio incontrato. Rameau, Purcell, Schubert, Haendel, la classica fanfara del circo e alcune canzoni pop della tradizione francese comunicano insieme alle immagini ciò che mille parole non riuscirebbero a comunicare: emozioni semplici e genuine che diventano estremamente potenti se abbinate ad una composizione fotografica volta a conferire quella teatralità tipica dell’arte sacra, monumentale, attraverso la simmetria, l’approccio frontale, lo sguardo verso lo spettatore che genera in lui la rottura dell’illusione filmica e lo mette in stretta relazione di empatia con i discepoli di Ea.

Oltre alla tanto amata rappresentazione del surreale, nella poetica di van Dormael si può riscontrare un uso più o meno insistito della voce narrante, dell’appena citato sguardo in macchina, del pensiero dei personaggi tradotto in immagini simboliche, della musica che diventa una colonna portante della narrazione che è sempre caratterizzata da una significazione stratificata, come stratificata è la costruzione stessa della sceneggiatura. Una sceneggiatura probabilmente perfetta, senza buchi, casomai fin troppo confinata nei tempi di un lungometraggio. Episodi di vita, di reale quotidianità, concorrono alla realizzazione di personaggi memorabili e di un film che, partendo da un presupposto surreale arriva a dialogare concretamente con il cuore dello spettatore innestando un’idea che è motivo di riflessioni ed analisi successive pressoché infinite.

A completare il confezionamento di un prodotto cinematografico da vedere, rivedere e discutere, i credits a tema e una struttura narrativa divisa per libri: genesi, esodo, sei vangeli e il conclusivo cantico dei cantici, segno di un’attenzione al particolare che è gioia per gli occhi.

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Alcune chicche che sicuro desteranno la curiosità degli spettatori più attenti: JC per il pubblico italiano ha la voce di Francesco Di Gesù, che tutti conoscono come rapper con lo pseudonimo Frankie hi-nrg mc; Pascal Duquenne, l’attore-feticcio di Jaco van Dormael, sempre presente in ogni sua opera, partecipa con un cammeo anche in Dio esiste e vive a Bruxelles ed interpreta proprio lo stesso personaggio, George, protagonista de L’ottavo giorno; il regista stesso compare tra coloro che ricevono l’sms di Ea; Ea è il nome della figlia del regista ed era nel titolo di uno spettacolo circense e il circo è un ulteriore elemento ricorrente, biografico se consideriamo il passato da clown di van Dormael.

Un discorso a parte meriterebbe il confronto interessante fra le figure di Ea e del Nemo di Mr. Nobody; la quasi coetaneità della svolta; l’etimologia dei nomi (Ea, che rimanda al “bene”, al “buono”, e Nemo, che significa “nessuno”); la relazione che intercorre tra i due personaggi, le loro diverse reazioni al mondo degli adulti e alle sue leggi: il non muovere dell’uno – lo zugzwang negli scacchi – e l’azione dell’altra, che porta ad uno scacco al re. E poi la correlazione tra i due film che si basa su elementi ricorrenti: gli studi scientifici o le leggi pseudo-scientifiche universali come la teoria del Caos, il butterfly effect, la superstizione del piccione e le leggi di Murphy; l’acqua come simbolo di cambiamenti importanti; gli uccelli allegoria dell’uomo stesso; la già citata musica che svolge ogni volta funzioni fondamentali; per finire con gli outsiders, l’elemento imprescindibile che diviene, di fatto, parte della poetica.
Non è un film religioso, questo è fuor di dubbio, ma a volte si scopre maggior religiosità in un’intelligenza critica, che vede meglio grazie a quel suo stare un passo indietro, piuttosto che in un credente consolidato. La lettura de Il cantico dei cantici che questo film propone è un insegnamento che supera qualsiasi omelia: l’amore terreno, inteso rettamente, è partecipazione dell’amore ultraterreno e il desiderio di un’esistenza tranquilla, vissuta nell’amore, non può che portare alla felicità.

Autore di “film complessi come la vita”, van Dormael questa volta propone una commedia imprevedibile come la vita, meravigliosa come la vita, e perciò, da vivere con gioia!

Autore Fabio La Scalia