La foresta dei sogni, di Gus Van Sant

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“La tua vita è un dono prezioso dei tuoi genitori. Pensa a loro e al resto della tua famiglia. Non devi soffrire da solo”. Queste parole aprono il cammino verso Aokigahara, la foresta che si estende alle pendici del Monte Fuji, conosciuta in tutto il mondo per essere la tomba di oltre cento anime ogni anno. Aokigahara è il luogo perfetto per morire, un mare d’alberi talmente fitto da impedire alla luce di toccare il suolo, e allontanare qualunque forma di vita eccetto gli uomini che non sopportano più di vivere. I rami si intrecciano fitti per cullare gli ultimi respiri di chi ha deciso di morire e intrappolare l’anima di chi si è avventurato in questo luogo oscuro per riflettere sulla propria esistenza contemplando i corpi morti che costellano il cammino. Molti sono entrati nel mare d’alberi, ma solo pochi sono tornati indietro per raccontarlo, perché questa foresta inghiotte tutto ciò che tocca, confonde la percezione e traghetta dritto nell’aldilà.

Ma cosa può spingere un uomo a viaggiare fino all’altro capo del mondo solo per morire, quando ci si potrebbe togliere la vita in pochi minuti nell’intimità della propria casa? È evidente che Aokigahara sia molto più che il luogo perfetto per morire, bensì un percorso catartico di riflessione sulla vita e sulla morte, su ciò che si lascia indietro e non si ha più il coraggio di abbracciare. Arthur Brennan (Matthew McConaughey) è uno dei tanti che ha scelto di volare verso il mare d’alberi più oscuro del pianeta per non farvi mai più ritorno. Devastato dalla perdita dell’amore, oppresso dal peso della sofferenza e dei rimpianti, parte per Aokigahara senza bagagli al seguito, solo con una lettera e una scatola di pillole in tasca. Si addentra nel bosco, sceglie con cura il luogo perfetto per mettere fine alla sua vita e si ferma, ma proprio in quell’istante incontra un’altra anima tormentata e tutto cambia. È Takumi Nakamura (Ken Watanabe), un impiegato giapponese amareggiato per la perdita del suo lavoro, che dopo aver tentato di tagliarsi i polsi ha deciso di continuare a vivere ed ora cerca disperatamente di uscire da quella foresta maledetta. Arthur dimentica per un attimo il suo oscuro proposito e si propone di aiutare Takumi a trovare una via d’uscita. Si addentrano insieme nel cuore della foresta, camminano, parlano a lungo e si rispecchiano l’uno nell’anima dell’altro, nell’attesa di rivedere il sole oltre l’oscurità.

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Nessuno sa chi sia Takumi, se un uomo in carne ed ossa, uno spirito smarrito, o la coscienza stessa di Arthur ma questo incontro provvidenziale trasforma un viaggio della morte in un viaggio introspettivo, che contempla la morte senza mai abbracciarla. E ancora una volta Gus Van Sant si immerge nella vita dopo la vita, sfiorando il macabro e lasciando la violenza nell’ombra, per concentrarsi sui sentimenti che genera la morte, senza mostrarla mai davvero.

E con questo frammento di poesia Van Sant aggiunge un altro pezzo al suo mosaico cinematografico ispirato all’oscura signora, inaugurato dalla “trilogia della morte” con Gerry, Elephant e Last Days, e completato dall’angosciante Paranoid Park e dal disperato L’amore che resta. Ogni faccia della morte è stata smembrata e analizzata dal regista statunitense, quella violenta, quella arrendevole, e quella autodistruttiva, ma ora Van Sant guarda la morte da una dimensione altra, trascendente, e riflette sulla scelta di mettere fine alla vita nell’unico luogo al mondo che sembra creato apposta per questo. Ogni passo verso il cuore della foresta è un passo verso l’essenza della più pura della poesia.

 

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