Beatrice (Valeria Bruni Tedeschi) cammina sfrontata tra i viali di Villa Biondi, uno scialle turchese e un ombrellino parasole a rendere la sua eleganza eccentrica. Donatella (Micaela Ramazzotti) si avvolge nell’ombra della stanza per interi giorni, senza cercare il sole, senza voglia di contatto umano. Una è ingorda di vita, l’altra abulica, una è un filo che vorrebbe dipanarsi all’esterno del gomitolo, l’altra uno spago avvolto su se stesso. In comune hanno solo la “follia”, che ha vidimato il loro biglietto per una comunità psicoterapeutica tra le colline pistoiesi.
La Pazza gioia di Paolo Virzì è l’incontro tra due donne opposte, che nella vita fuori non si sarebbero mai incontrate, cercate, volute. Ma all’interno delle mura abrase dal tempo di Villa Biondi quella vita non filtra. E allora le regole dell’esterno rimangono fuori dai cancelli e se ne creano altre, dove l’umana esistenza può sentirsi accolta e accettata. Beatrice e Donatella iniziano a prendersi a piccole dosi, come il valium e gli altri farmaci, e immancabilmente creano dipendenza l’una per l’altra. Il silenzio stanco e ombroso dell’una fa da contraltare alla piena di parole dell’altra, che inonda ogni cosa, invade, distrugge, fertilizza.

Basta una distrazione, un solo attimo in cui la vita sembra offrire alle due donne un’occasione di indipendenza, che ha inizio una fuga tragicomica, un viaggio che fa tappa nella libertà e nell’allegria, come nel dolore e nel passato. «Dov’è la felicità?» è la domanda di Donatella «La felicità è nei posti belli, nel buon vino, nelle tovaglie di fiandra, nei bicchieri di cristallo, nelle persone gentili!» Beatrice non esita, sa dove cercare, lo sa anche per Donatella che ha perso di vista ogni cosa e si è rifugiata nel dramma che le fa da ombra. Ogni scossa del viaggio improvvisato porta a galla un pezzo delle due donne, lo fa risalire lungo la pelle fino agli occhi e da lì prorompe all’esterno. “Cercavamo tracce di felicità” ha dichiarato il regista Virzì “di eccitazione vitale, anche nel momento della costrizione, dell’internamento. Si può ridere raccontando il dolore o è qualcosa di impudico, di scandaloso?”

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Beatrice e Donatella viaggiano leggere, ma il bagaglio emotivo che si trascinano dietro si riempie di nuove esperienze e le appesantisce. Ai tatuaggi e alle cicatrici di Donatella si sommano nuovi tagli, nuove ferite, ma anche Beatrice, che non teme l’incontro col mondo, riporta più lividi di quanti non vorrebbe. “La pazza gioia” è un film a due strati, come hanno dichiarato regista e attrici, su uno corre la commedia e la leggerezza, l’altro sprofonda nel dramma. Alla fine entrambe partoriranno la verità «Sono nata triste»«Anch’io sono nata triste», che non le scagionerà dal passato, ma che farà tendere l’una e l’altra verso il reale punto in comune.

La pazza gioia si illumina dei paesaggi toscani e diverse sono le scene in cui il cielo è quello del tramonto, limbo tra giorno e notte. Quella stessa fase della coscienza quando si ammanta di malinconie e ombre, di pensieri fissi da cui non si può scappare, i momenti crepuscolari appunto.
La regia e la sceneggiatura, a cui ha lavorato anche Francesca Archibugi, hanno un tocco leggero, non indugiano morbose, ma non si sottraggono dal voler raccontare anche le ingiustizie, il dramma di donne stigmatizzate e disprezzate. Lo stesso Virzì ha dichiarato che il film è stato costruito sulle due interpreti Micaela Ramazzotti e Valeria Bruni Tedeschi. Una sfida che le due attrici hanno saputo portare a termine con una bravura delicata, senza eccedere, senza sbavature.
“La pazza gioia”, alla fine, è quella che si prova nel tornare alla fine di un viaggio e trovare nel volto dell’altro tutto ciò che si è sempre cercato.

Autore Manuel Porretta