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Personal shopper, di Olivier Assayas

Presentato al TIFF e al NY Film Festival e vincitore della Palma per la miglior regia a Cannes, nel 2016, Personal shopper, il nuovo film di Olivier Assayas, approda nelle sale italiane per l’annuale appuntamento con Rendez-vous, il festival che per la settima edizione dedica la propria programmazione al nuovo cinema francese. Il titolo, un po’ fuorviante, sembrerebbe preannunciare una sceneggiatura che abbia come fulcro la moda, con uno stile giocato sul dettaglio, colori sgargianti e un montaggio brioso e accattivante e invece si tratta di cinema autoriale, in linea con la giovane mashing up wave o corrente crossgenerica (cross-genre). Uno psychothriller mascherato da ghost movie e (tra)vestito da dramma intimista sulla moda? La grandezza del film sta proprio nel fornire elementi per riflettere senza prendere una posizione netta, in modo che anche il pubblico sia stimolato a ripensare tutto il percorso con occhi diversi. E al regista francese piace proprio far coincidere la fine del film con l’inizio di un possibile nuovo percorso per i suoi personaggi!

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Maureen [Kristen Stewart] lavora a Parigi come personal shopper di una celebrità. Ma Maureen è a Parigi soprattutto per un altro motivo: aspetta qualcosa. Suo fratello gemello, Lewis, è morto e lei, che ha la sua stessa malformazione cardiaca, aspetta da lui un segno. Infatti, i due sono sensitivi, in grado di stabilire contatti con quelle entità che rimangono bloccate in una dimensione intermedia fra la vita quotidiana e l’ultraterrena. Maureen e Lewis avevano stipulato un patto: qualora uno dei due fosse venuto a mancare, avrebbe fatto di tutto per aprire una porta e comunicare con l’altro. Ma i segni che Maureen ha colto sono davvero riconducibili al sovrannaturale? E l’utente sconosciuto che chatta con lei è reale o un’anima evoluta che ha facoltà di parlare attraverso un medium tecnologicamente avanzato come uno smartphone?

Personal shopper è un film sensuale che sa scavare nel profondo dell’animo umano. Intimo e cerebrale cinema di genere che ha bisogno di essere analizzato a ritroso. Il nuovo film di Olivier Assayas è un horror psicologico, un thriller soprannaturale, un dramma che ha l’intento di riflettere sulla realtà, la virtualità dei rapporti e l’inconsistenza spesso fuorviante delle aspettative, nonché sull’illusione dell’apparire senza aver ben strutturato l’essere. In somma, Personal shopper è una discesa negli inferi dell’animo umano, nel buio dell’anima immatura di una donna incompiuta che necessita di risposte per potersi liberare da quei pesi che non le permettono di emanciparsi ed affermarsi come individuo consapevole.

«Lewis, sei tu? O sono solo io?»

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Girato per le strade di Parigi 48 ore prima degli attacchi del 13 novembre 2016, Personal shopper porta sul grande schermo il ritratto di un personaggio alienato dalla realtà oggettiva, dedito all’ossessiva ricerca di prove tangibili di una fenomenologia multidimensionale. Un personaggio per buona parte frustrato, come lo spettatore, dall’attesa di un qualsiasi segno di vitalità da un’entità apatica, come la protagonista. Una frustrazione che trova il suo parallelo diegetico nel divieto tassativo per Maureen di provare i vestiti che deve comprare per la sua cliente.

«Non c’è desiderio senza proibizione»

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Allo stesso tempo, la ragazza è oggetto delle attenzioni di uno sconosciuto che la osserva e la ascolta senza che lei possa in alcun modo impedirlo. Un interlocutore celato nel buio come, del resto, il pubblico in sala.

«Tu non sei mio fratello!»

Kristen Stewart [Café Society, Billy Lynn – Un giorno da eroe, Equals, Still Alice] sembra incarnare alla perfezione questa figura quasi astratta, sempre a cavallo fra due dimensioni senza mai poter dimostrare una decisiva appartenenza ad uno dei due mondi. La sua Maureen, con lo sguardo quasi sempre perso in pensieri imperscrutabili, trascinato a forza nell’interazione con l’altro, vivo solo quando è dedito alle ossessioni, è l’espressione di una dialettica del vuoto: dapprima inteso come “vuoto a perdere”, come un nulla in cui smarrire anche sé stessi, poi gradualmente percepito come “vuoto a rendere”, positivo in quanto spazio da riempire che fa da contraltare all’immobilità di un’attesa potenzialmente eterna di un segno da un mondo altro.

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Il contrasto tra luci e ombre è ben rappresentato visivamente da tutto il settore tecnico-formale, ma soprattutto dalla fotografia d’autore di, che gioca molto con il controluce e che si fa veicolo anche delle altre forti contrapposizioni presenti nel testo filmico: il visibile contro l’invisibile, l’apparire e l’essere, la vita in stretto legame con la morte, il buio che si mostra attraverso la luce e viceversa, senza dimenticare l’immancabile dubbio amletico tra essere e non essere che, con le storie di fantasmi, si fonde benissimo.

Parafrasando Sils Maria, sempre di Assayas e ancora con la Stewart, «c’è molta più verità nei film di fantascienza o nei fantasy che in molti film impegnati. Questi film usano simboli e metafore, ma non lo fanno in maniera superficiale e, negli ultimi anni, hanno affrontato gli stessi argomenti ed esaminato gli stessi soggetti di cui sono oggetto i film che trattano esplicitamente di psicologia». L’elaborazione del lutto e l’emancipazione dei personaggi, attraverso un percorso di formazione che prevede la maturazione e/o l’affrancamento proprio da fardelli derivati da sensi di colpa, vedi Arrival o The neon demon, per citarne due su tutti.

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«Odio i film horror»

In Francia c’è ancora chi è disposto a correre dei rischi, autori che non si lasciano schiacciare dall’ansia di far divertire e far cassa a scapito della qualità o di ripetere all’infinito formule ampiamente sperimentate su strade battute talmente tanto da aver scavato un solco. Il rischio è che il solco diventi un baratro dal quale la cinematografia nazionale non riesca a ritirarsi su. In Italia il cinema di genere e d’autore non è morto, è solo nascosto dall’ombra del comico a tutti i costi. Tiriamolo fuori.

«Aspetto»

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Microbo & Gasolina, di Michel Gondry

«Every great idea is on the verge of being stupid».

Microbe et Gasoil, il nuovo film di Michel Gondry, è stato presentato a Roma al Rendez-Vous Festival del cinema francese il 7 aprile e sarà nelle sale ufficialmente a partire dal 5 maggio con il titolo Microbo & Gasolina. Inizialmente, dopo Mood Indigo – La schiuma dei giorni, il regista avrebbe voluto adattare per il grande schermo un altro romanzo surreale, il famosissimo Ubik di Philip K. Dick, ma poi ha deciso di proporre un film molto più personale accettando il consiglio di Audrey Tautou che, nel nuovo film, è presente nella inedita veste di madre in crisi matrimoniale ed esistenziale.

Due ragazzi di Versailles, Daniel e Theo, viaggiano tra Île-de-France e il massiccio del Morvan, attraversando la Borgogna in un’avventura on the road che è anche percorso interiore di crescita, a bordo della loro casa su ruote. No, non una roulotte o un camper. Non è che non mi veniva in mente il termine appropriato: è che si tratta proprio di un capanno degli attrezzi in legno montato su quattro ruote, una rete matrimoniale e un motore a due tempi di un tosaerba.

Microbo & Gasolina è, di base, una commedia adolescenziale ma, com’era lecito aspettarsi da un genio del cinema come Gondry, fin dalle prime scene di setting, lo spettatore si trova di fronte ad un film comunque sui generis, che contamina road movie, buddy movie, romanzo di formazione, comicità ed espressionismo, senza trascendere mai una solidissima base realistica, uno dei capisaldi della poetica del regista insieme all’inserimento di elementi autobiografici disseminati ad arte.

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Protagonista e alter ego del regista è Daniel [Ange Dargent], soprannominato “Microbo”dai compagni di scuola per la sua costituzione fisica. L’incompletezza di Daniel è evidente fin da subito e non gli è di certo d’aiuto vedere i suoi genitori in crisi e doversi rapportare con un fratello maggiore musicista, anch’egli in crisi d’identità. Di conseguenza tende ad isolarsi e a perdersi in riflessioni esistenziali più grandi di lui, quando non è rapito dalla sua passione più grande, il disegno, per cui dimostra un talento innato: si dice che uno dei termini di paragone per misurare le effettive capacità di un disegnatore sia l’abilità nel disegnare tutte e cinque le dita della mano… beh, Daniel, se si distrae ne riesce ad aggiungere una addirittura! Inoltre, la sua straordinaria facilità di disegnare a mano libera gli permette di risparmiare sulle riviste “sporcellose”: può praticare l’autoerotismo con disegni creati di suo pugno, per un “fatto a mano” fino in fondo. Elementi goliardici a parte, attraverso Microbo, Gondry torna e fa tornare giovani, fa rivivere le emozioni delle prime cotte, dei disagi con il proprio corpo e nella comunicazione con gli altri, dai quali si vorrebbe essere accettati e compresi e non giudicati e condannati. In questo contesto di vulnerabilità dei quattordici anni riesce a far sognare, divertire e, infine, anche riflettere.

Nel momento di maggior sconforto, proprio quando riflette con la madre sul senso della vita, della morte e della presenza di un qualcosa di ultraterreno, nella classe di Daniel, nel bel mezzo dell’anno scolastico, giunge Theo, nome non scelto a caso probabilmente, come un deus ex machina e da allora Microbo avrà qualcuno su cui contare, con cui condividere disagi, ansie, paure e svaghi, con cui confidarsi senza essere giudicato, con cui costruire la propria identità indipendente.

«Non ti preoccupare! Tutti facciamo cose strane».

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Theo [Théophile Baquet] è un ragazzo più scafato, dalla battuta sempre pronta e pieno di inventiva, la cui passione per la meccanica e i motori gli procura subito il nomignolo di “Gasolina”. Più saggio di Microbo, Theo reagisce con maturità ad ogni situazione, anche le più spiacevoli, inanellando tutta una serie di massime che possono assurgere ad insegnamenti di vita per un qualsiasi adolescente: «I bulli di oggi sono le vittime di domani!». Finalmente Daniel si sente incoraggiato, compreso e stimolato. Theo lo chiama anche con un nuovo soprannome di natura positiva: “gouache” (= guazzo), la tecnica di pittura adoperata dal ragazzo per la sua mostra personale. Insieme i due ragazzi si completano e possono affrontare un mondo all’apparenza ostile in modo sano, senza trascinarsi in un paese dei balocchi o nella perdizione come Pinocchio e Lucignolo, ma piuttosto avventurandosi in situazioni rocambolesche come una qualsiasi strana coppia del fumetto francese, primo fra tutti Spirou e Fantasio, forse richiamati anche nel titolo.

Sentimenti come amore, amicizia, rapporti familiari, conoscenze in Microbo & Gasolina hanno la rilevanza che può avere un tappeto musicale. La melodia dell’adolescenza è in continuo divenire, distratta da tutto ciò che può attirare la sua curiosità attiva. Ma, di fatto, è un assolo che si armonizzerà solo col tempo e con le esperienze brutte (Inside out docet!), belle o avventurose (L’estate di Kikujiro, La ricompensa del gatto, Tutti vogliono qualcosa) che siano.

Quella raccontata da Gondry è una sinfonia a due, divertente e spigliata, senza troppi fronzoli, con due personaggi che si completano e si aiutano a vicenda nel comune intento di superare un percorso impervio e faticoso da gestire in solitaria.

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Se la bici modificata, l’automobile e il taglio di capelli handmade possono esprimere il desiderio dei protagonisti di esprimersi e distinguersi, la casa viaggiante diventa metafora di libertà e di redenzione: gli elementi che la compongono sono riconducibili ai luoghi sociali dai quali i ragazzi si sentono distanti ed emarginati, famiglia in primis, e provengono dal posto in cui si sentono maggiormente a loro agio, la discarica. Ed ecco la redenzione: i due rifiuti della piccola società scolastica prendono ciò che la società dei consumi ha scartato e creano qualcosa che li faccia evadere da una realtà che sentono asfissiante, incomprensibile e allo stesso tempo ingiusta nei loro confronti al punto da non lasciare spazio per esprimersi nella propria diversità. Il tentativo di omologazione del veicolo creato rappresenta in parallelo il tentativo di omologazione sociale rincorsa da Daniel e sempre rifiutata da Theo, così i due protagonisti incarnano le caratteristiche di Gondry uomo, diviso tra le sue antiche passioni per il disegno, la scenografia, la fantascienza e la meccanica retro, e del Gondry regista, legato indissolubilmente al suo cinema, che stupisce con realtà tangibili farcite di surreali trovate che sanno dare «un calcio al futuro» attraverso un ritorno al passato. Non a caso i film preferiti del regista sono Ritorno al futuro e Le voyage en ballon.

Nell’estetica visionaria di Gondry sappiamo che la scenografia ha la supremazia sugli effetti digitali fin dai primi videoclip e spot pubblicitari fino alle opere più recenti. In questo nuovo film piacevole, divertente e colorato, il regista de L’arte del sogno torna alle origini e così compie un’opera di bricolage mettendo insieme due caratteri complementari in una sceneggiatura perfetta e mai scontata, dove il genio narrativo va di pari passo con quanto creato artigianalmente sul set con assi di legno, viti e cartone: dalla bicicletta-consolle di Gasolina, fino alla casa-automobile, ogni cosa è profondamente reale, concreta e tangibile così come il contesto della storia e i desideri dei protagonisti. Non vi è una macchina del tempo fisicamente nel racconto filmico, magari progettata con nuvole di cartone ed ingranaggi di orologi antichi, ma è la sceneggiatura, stavolta più che in altre occasioni, a riportare il nostro calendario interiore indietro fino a sentire sulla nostra stessa pelle il ribollire del sangue di quegli anni, ad ogni rospo ingoiato per colpa di bulli rimasti impuniti, di professori frustrati e genitori in crisi. Attingendo a piene da quella fonte dell’eterna giovinezza, che è il mondo dell’infanzia cinematografica, Gondry consegna allo spettatore dei personaggi timidi o disillusi, ma comunque chiusi in sé stessi, che insieme, gradualmente, come in una terapia, si esprimono attraverso lo schermo, con tutti i loro sogni e i loro desideri, fornendo contemporaneamente uno spaccato del nostro tempo e riproponendo una delle tematiche più care alla poetica di Gondry: la difficoltà nella comunicazione interpersonale.

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Anche la musica scelta, di Jean-Claude Vannier, contribuisce a fornire alla pellicola un’atmosfera retrò

«Ero alla ricerca di un compositore. Una notte, ho sognato Charlotte Gainsbourg. Quando mi sono svegliato, mi è venuta in mente una canzone di sua madre [Jane Birkin], “Di Doo Dah”, con quel semplice ritmo di basso, quel tremolo picking di chitarra… e sapevo che si trattava di Jean-Claude Vannier. Ha organizzato molte delle canzoni della Gainsbourg, tra cui l’album Melody Nelson. Ha anche fatto belle canzoni come Super Nana, Michel Jonasz. L’ho contattato, gli ho mostrato il film, ha immediatamente accettato».

Una curiosità per appassionati: Étienne Charry, che nel film interpreta l’organizzatore del concorso di disegno, ha invece composto la musica di Mood Indigo – La schiuma dei giorni.

Microbo & Gasolina è la dimostrazione che si può sopravvivere a quel difficile periodo della vita in cui i punti di riferimento iniziano a vacillare perché non si è più bambini ma non si è nemmeno ancora adulti, senza perdere una propria identità indipendente, non omologata alla massa, e senza dimenticarsi che ci si può divertire e crescere contemporaneamente.

«I ragazzi non sono responsabili della felicità degli adulti».

Necropolis, di John Erick Dowdle

Arrête! C’est ici L’Empire de la Mort! Dove finisce il regno dei vivi, inizia quello dei morti, che popolano l’universo capovolto della catacombe di Parigi  in un dedalo oscuro di cunicoli, talmente profondi da raggiungere il centro della terra. Là dove le percezioni sono distorte e la mente soffocata, gli incubi diventano palpabili e si avventano contro chi osa sfidare la morte per cercare il potere assoluto.

L’ossessione per la ricerca della verità assoluta è la condanna della brillante archeologa Scarlett che, dopo aver girato in lungo e in largo il mondo alla ricerca di indizi sulla pietra filosofale, identifica le catacombe di Parigi come il luogo in cui è stato nascosto l’oggetto bramato dai popoli di tutto il mondo, la pietra in grado di trasformare il metallo in oro e di donare la vita eterna. Supportata da un collega esperto nella decifrazione dell’aramaico, Scarlett parte per questa folle missione nei sotterranei di Parigi con al seguito una squadra di esploratori locali, abbagliati dall’idea di trovare uno straordinario tesoro.

L’impero dei morti è immenso, i cunicoli si intrecciano e si sovrappongono, uno uguale all’altro. La morte è incisa in ogni pietra, e i corpi degli avventurieri scomparsi nelle spedizioni precedenti foderano le pareti e il pavimento dell’oscuro percorso. Ma il gruppo non arretra, e prosegue la discesa verso gli inferi con il miraggio di arrivare dove nessuno è mai arrivato. L’ossigeno scarseggia, consumato dai cadaveri in decomposizione e le catacombe, assetate di sangue, chiedono il tributo dei vivi che osano varcare la soglia del regno dei morti. Il corpo stanco e la lucidità annebbiata spalancano le tombe degli incubi più profondi, e i fantasmi interiori si abbattono sui personaggi, trascinandoli uno dopo l’altro nei luoghi più oscuri della loro mente, in una discesa ineluttabile verso la follia.

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As above, so below.
La Parigi di John Erick Dowdle è capovolta. Sopra la Tour Eiffell che sfavilla sotto i flash dei turisti e sotto l’orrore delle catacombe, e  la discesa verso il fondo delle catacombe segue di pari passo la discesa nella profondità della mente dei personaggi, costretti a scavare a fondo, sopra come sotto, per riuscire a vedere la luce nelle catacombe come nella loro vita. La discesa è simbolicamente  un viaggio psichico nell’orrore personale e un percorso risolutivo, verso la morte o la rinascita, che i personaggi affrontano in base agli strumenti in loro possesso e alla reale volontà di scoprire quello che c’è sotto, per tornare in superficie alleggeriti da un peso cosmico e liberi di respirare per la prima volta.

Il viaggio ambizioso di Dowdle trascina violentemente nel profondo delle catacombe senza indugiare troppo nei dettagli cruenti, ma rendendo percepibile  il senso di claustrofobia che aumenta esponenzialmente mano a mano che i protagonisti scendono verso il basso, fino a diventare insopportabile alle porte dell’inferno. Il calore asfissiante e l’aria consumata e marcia spaventano più dei mostri e angosciano più dei fantasmi, creando un coinvolgimento immediato nell’azione che, ridondante di cliché, ripone il suo potenzia proprio nella sensazione opprimente di chi si dibatte in un cunicolo oscuro alla ricerca della luce, di una via d’uscita per salvarsi, che sia nel profondo della propria mente o nell’orrore che proietta all’esterno.