paura

It: Capitolo due, di Andy Muschietti

27 anni dopo il loro scontro con la terrificante creatura chiamata It, il Club dei Perdenti è cresciuto e ognuno bada ai fatti suoi molto lontano da Derry. Solo Mike [Isaiah Mustafa: Shadowhunters, Crush] è rimasto in quella città maledetta come bibliotecario, così, quando le misteriose sparizioni di bambini e gli efferati omicidi ricominciano chiama i suoi vecchi amici per radunarsi, come promesso, per sconfiggere definitivamente il mostro.

Prima di tutto, però, Bill [James McAvoy: Split, X-Men: Apocalypse], Stan [Andy Bean: Swamp Thing, The Divergent Series: Allegiant], Bev [Jessica Chastain: Interstellar, Crimson Peak], Ritchie [Bill Hader: Saturday Night Live, Tropic thunder], Eddie [James Ransone: Captive state, Sinister 2], Ben [Jay Ryan: Beauty and the Beast] dovranno affrontare i loro “mostri”.

«Per ventisette anni… vi ho sognato. Vi ho bramato. Oh, mi siete mancati. …aspettando questo, preciso, momento! È tempo di galleggiare!»

It è un romanzo dalla terrificante magnificenza, capace di trattare temi come razzismo, omofobia,  narcisismo, mobbing, violenza e suscitare riflessioni sulla vita e sul nostro personale concetto di realtà, che va al di là delle verità superficiali che sfioriamo tutti i giorni senza scavare a fondo. Sarebbe riduttivo se si trattasse solo dell’eterna lotta tra Bene e Male: King disegna personaggi che devono scegliere tra vita attiva e vita contemplativa. Chi sfiderebbe un mostro dotato di poteri capaci di governare le menti in modo da sfruttarne fantasie e paure a proprio vantaggio? senza un aiuto altrettanto sovrumano, come potrebbero riuscire a fermarlo in maniera definitiva? Non c’è bisogno di andare a scomodare Platone, Aristotele o Hannah Arendt per capire che il messaggio sotteso al testo è di avere uno spirito umanistico-filantropico, un amore fraterno, che spinga a scendere in campo anche in sfide che sembrano invincibili ma anche distanti dalla nostra sfera d’influenza umana. Lavorare, operare e agire sono attività connesse ai presupposti generali dell’esistenza umana e radicate nella natalità in quanto hanno il compito di fornire e preservare il mondo per i posteri. Ed è questa la missione che si sono prefissati i Perdenti: lottare e chiudere il conto per non lasciare ad altri l’incombenza, per non dover diventare come gli altri adulti di Derry, inconsapevoli o indifferenti all’orrore che la città stessa rappresenta.

«Prima dell’universo esistevano solo due cose. Una era It e l’altra la Tartaruga. It era arrivato sulla Terra molto tempo dopo che la Tartaruga si era ritirata nel suo guscio, e lì aveva scoperto una facoltà immaginifica del tutto nuova, quasi straordinaria. Le capacità di questa immaginazione rendevano il cibo molto nutriente. I suoi denti straziavano carni paralizzate da esotici terrori e paure voluttuose: esseri che sognavano di mostri notturni e sabbie mobili; contro la loro stessa volontà, si affacciavano su baratri senza fondi.

Grazie a quel cibo nutriente It conduceva la sua esistenza in un semplice ciclo di veglia per mangiare e sonno per sognare. Aveva creato un luogo a sua immagine e lo rimirava con orgoglio dai pozzi neri che aveva per occhi. Derry era il suo mattatoio, la popolazione di Derry erano le sue greggi.

Così era stato.

Poi… quei bambini.

Un fatto nuovo. Per la prima volta da sempre.»

Pur ringraziando sentitamente Muschietti per la sua aderenza scrupolosa alla maggior parte delle vicende narrate dal Maestro, il risultato finale, facendo una media matematica fra il meritato successo del primo capitolo e il passabile secondo, è la confermata consapevolezza che il romanzo It vada trasposto in una serie TV.

La pantagruelica mole di materiale ben si presta ad una serializzazione: ogni caso irrisolto di sparizione di bambini o di resti di cadaveri ritrovati potrebbe benissimo essere la materia di un episodio o di più, tutti i personaggi potrebbero avere maggior respiro e anche le tematiche più forti troverebbero la loro naturale esposizione senza incorrere nella censura preventiva per salvaguardare i guadagni.

It: capitolo due pecca, infatti, per due principali motivazioni:

  • se non dai modo e tempo allo spettatore di approfondire di nuovo i personaggi principali nelle loro vite da adulti ottieni lo stesso risultato dell’intervento della polizia nelle indagini dei film secondo il parere di Alfred Hitchcock: una noia mortale! Inoltre, non ti affezioni agli adulti come ai bambini, quindi rimani distaccato e che cosa può ottenere di buono un film che perde il coinvolgimento del pubblico?
  • se hai confezionato una quantità di girato estremamente nutrita già dal primo capitolo, pur tagliando notevolmente, è logico dover rinunciare a qualcosa; quello che non è assolutamente accettabile è che si rinunci ad approfondire trame lasciate in sospeso nel primo capitolo; ad esempio, l’origine dell’aspetto umano preferito da It nelle sue battute di caccia, quel Pennywise che giustifica e alimenta la nostra coulrofobia: era stata vagamente accennata come legata alla tragedia di Pasqua alle Ferriere Kitchener e al clown ballerino che negli stessi anni lavorava nel circo, ma non è stata più portata avanti – comprensibile perché meritava quasi un capitolo a parte, certo, e così dura già come un kolossal d’altri tempi, ma un binario morto ingiustificato dal punto di vista diegetico è qualcosa che va contro ogni principio di narrazione.
  • la genesi del Male sfiora invece il ridicolo: la “Divoratrice di mondi” avrebbe il suo antagonista naturale in Maturin, una sorta di tartaruga gigante, altrettanto ancestrale, ma avendola completamente epurata nella trasposizione e avendo tolto la sua guida telepatica ai Perdenti, il rito di Chüd, che è la chiave di volta dello scontro finale, diventa così una sorta di sit-in di protesta non violenta che nemmeno Gandhi penserebbe di fare contro una creatura mangiabambini. La soluzione alternativa è operare degli atti di bullismo per atterrire un mostro che si nutre di paura, sfruttandone a proprio vantaggio i poteri. Geniale su carta ma insoddisfacente sullo schermo se non è accompagnata da una conclusione spettacolare almeno quanto le uccisioni che ha inflitto alle sue vittime. In questo stesso contesto risulta enigmatica la frase di It «Guardatevi… siete grandi. Ne è passato di tempo!» che lascia spazio a dissertazioni che confermano la stretta connessione dell’It come romanzo di formazione con i riti di iniziazione e passaggio dall’adolescenza all’età adulta che sono alla base della nascita della fiaba popolare.

La struttura letteraria non può essere riportata perfettamente in un racconto filmico, ovviamente. Basti pensare alla parte in forma di diario o all’inserimento di un haiku, componimento poetico primitivo, forse addirittura preistorico, che ben si abbina alla cosmogonia quasi lovecraftiana trattata:

Brace d’inverno,

i capelli tuoi,

dove il mio cuore brucia.

In questo secondo e ultimo capitolo il regista ha apportato sostanziali modifiche attraverso la sceneggiatura in parte discutibile di Gary Dauberman [Swamp Thing, Annabelle 2: Creation, Annabelle 3]. Si poteva fare molto di più. Guardando prima il lato positivo, si noterà che Pennywise è meno presente e quindi si possono vedere le diverse incarnazioni del Male. Per quanto le gigionerie macabre di Bill Skarsgård [Deadpool 2, Atomica bionda, Castle Rock] abbiano retto da sole tutto il primo capitolo, con questa mossa è possibile finalmente far strisciare nel pubblico il sospetto che il mostro sia qualcosa di ben più grande e potente di un pagliaccio mangiabambini da fiaba popolare.  

Nelle illustrazioni del concept artist Vincent Proce [La forma dell’acqua – The shape of water, Scary stories to tell in the dark, Qualcuno salvi il Natale] si può ammirare tutto il lavoro dietro le quinte per la creazione di tutto ciò che concerne la CGI. Il regista Muschietti si lascia addirittura prendere la mano in questa fase realizzativa e confeziona con Proce una meravigliosa citazione de La Cosa di John Carpenter.

Nonostante appaia in numerose forme perlopiù attinte dal repertorio d’immaginazione delle specifiche vittime e da ciò che più le terrorizza, It ha, infatti, una certa predilezione per la forma di Pennywise, alter ego di Bob Gray, un clown sadico e perverso descritto come molto simile a un incrocio tra Bozo il clown e Clarabell, con due ciuffi di capelli arancioni a punta, vestito con un largo costume di seta color argento, una cravatta blu, un colletto increspato e inquietanti pompon arancioni che sono stati sfruttati alla perfezione dal costume designer Luis Sequeira [Carrie, La madre].

Io sono la Mangiatrice di Mondi!

Dato che il flusso analitico ci ha portato praticamente a presentare già quasi tutto il cast, approfitto per “nominare” – è proprio il caso di utilizzare questo termine, data la sua presenza costante negli ultimi anni di Academy Awards – il maestro Benjamin Wallfisch [Dunkirk, Blade Runner 2049, Il diritto di contare, 12 anni schiavo, Il piccolo principe] che compone una nutrita e avvolgente musica che, praticamente, accompagna lo spettatore senza lasciarlo mai da solo nel silenzio spettrale della fotografia di Checco Varese [Pacific rim]: un altro fiore all’occhiello, senza virtuosismi, ma sempre funzionale alla concretezza materica delle mostruose fantasie, all’atmosfera asfittica e al senso di oppressione diffusa e continua del film tanto nelle tenebre del sottosuolo [come aveva fatto per The 33] quanto sotto la luce “rassicurante” del sole [vedi Miracoli dal cielo].

La luce, nelle opere di Stephen King, non rappresenta quasi mai qualcosa di buono. Siamo abituati a sentir raccontare come rassicurante “quella luce in fondo al tunnel”. La speranza, giusto? Ecco, nell’idea del Maestro la luce che nasce per contrasto dalle tenebre diventa il tradimento per eccellenza delle aspettative. Lucifero non significa, tra l’altro, letteralmente “portatore di luce”? Così l’abituale lettore di King, ormai, quando “vede” una luce in fondo ad una galleria buia come minimo si aspetta un treno che gli viene (in)contro!

Nel caso di It ci troviamo di fronte ad una luce fatta di tre elementi – una e trina – che non si può non interpretare attraverso un simbolismo religioso.

Una luce che ammalia, che fa leva sulle coscienze più suggestionabili e le rende schiave delle loro angosce, paralizzate dalle loro paure. Fino a nutrirsi della loro energia vitale. Fino a nutrirsi di loro mentre sono inermi burattini senza fili.

«Venite a giocare, Perdenti! […] Riesco a percepire l’odore della vostra paura!».

La paura diventa motore di tutto.

Da una parte la creatura ancestrale che per natura deve nutrirsi – fin qui tutto sommato niente di immorale – ma che lo fa di bambini, “più teneri e succulenti” direbbero i Grimm, perché sono privi di malizia, di esperienza, perché in una parola hanno un’innocenza pura che perderanno solo nei pochi istanti prima di essere dilaniati o che perderanno solo diventando adulti, come accadeva nei riti di iniziazione, nel passaggio fisico e simbolico nell’età adulta, nel momento delle scelte di coscienza, dei bivi e delle sliding doors che li porteranno a plasmare individui apparentemente privi di paure solo agli occhi dei bambini.

Dall’altra parte i Perdenti, ormai adulti, rappresentano proprio questo passaggio, che per loro è rimasto in sospeso. Hanno costruito le loro vite cercando di fare come gli altri cresciuti a Derry, dimenticando il bello e il brutto dell’essere bambini. La paura, per loro, è il motore del risveglio dall’oblio. In una lotta contro il tempo per fermare il mostro prima che sia abbastanza nutrito da essere invincibile, prima di dover rimandare lo scontro finale ad altri 27 anni dopo, infiacchiti dall’età avanzata, gli amici d’infanzia dovranno sfruttare proprio la paura per riportare indietro l’orologio biologico interiore. Ricordare il rimosso per riscoprire un bambino lasciato in letargo è un imperativo da cui dipendono le sorti di ognuno. Nessuno dei Perdenti ha avuto figli. Per caso? Per scelta? O piuttosto per un inconscio timore di commettere un atto di egoismo nel dare alla luce – in pasto alla luce – “un figlio in un mondo come questo” – quante volte avete sentito anche voi ultimamente la gente ripetere come un mantra una frase simile? – eppure hanno scelto di mettere un punto all’abominio perpetrato nella loro città natale.

Una Derry che somiglia terribilmente alla cittadina di Bangor, nel Maine, dove un giovane Stephen King ha scritto gran parte del romanzo ispirato da una fiaba e dalla realtà che, come al solito, sa essere più crudele della fantasia.

Mi riferisco ad un serial killer vestito da clown di cui avevo un vago ricordo… un rimosso di chissà quando a cui magari risale la mia poca simpatia verso i pagliacci. Magari grazie proprio alla nuova attenzione mediatica verso It e Joker, che aumentano la coulrofobia di tutti, non ci è voluto molto a trovarlo, e su wikipedia si può leggere un resoconto dettagliato dei suoi crimini. Si tratta di John Wayne Gacy che fu soprannominato Killer Clown per aver rapito, torturato, sodomizzato e ucciso 33 vittime, tutte adolescenti e di sesso maschile, 28 delle quali seppellite sotto la sua abitazione o ammassati in cantina, dal 1972 fino alla sua cattura avvenuta nel 1978, in seguito a un errore nell’occultamento della sua ultima vittima. Il nome con cui è diventato noto deriva dal fatto di aver intrattenuto i bambini durante alcune feste con costume e trucco da clown facendosi chiamare Pogo il Clown. Pochi sospettavano che fosse segretamente bisessuale, perché era sposato; inoltre era un tipo socievole e pareva quindi insospettabile agli occhi dei concittadini. Alla conclusione del processo venne condannato a morte e giustiziato con l’iniezione letale nel 1994.

Le perizie psichiatriche effettuate su di lui dimostrarono (come per molti serial killer “organizzati”) una notevole intelligenza; all’esame dei periti risultarono vari disturbi della personalità (disturbo istrionico di personalità, disturbo narcisistico, disturbo antisociale) correlati con il sadismo e combinati con l’omofobia interiorizzata. Alla sua morte lasciò un discreto numero di disegni raffiguranti pagliacci ora parte di collezioni private. La vicenda e gli omicidi di Gacy contribuirono ad alimentare la paura del “pagliaccio malefico” nell’immaginario popolare.

L’aneddoto legato al nucleo della storia, invece, è raccontato spesso dallo stesso King. Pare che una sera del 1978, proprio l’anno in cui fu catturato Killer Clown, King uscì a piedi per andare da solo a ritirare la macchina dall’officina. Lui e la sua famiglia in quel periodo vivevano a Boulder, in Colorado. Per raggiungere il meccanico dovette passare su un vecchio ponte di legno, con una strana forma a gobba e fu così che gli ritornò in mente una favola norvegese, I tre capretti furbetti (Three BILLY goats gruff ), in cui tre capre dovevano attraversare un ponte che un troll affamato aveva eletto a sua dimora. King decise di trapiantare la struttura e parte dello scenario della fiaba in un contesto di vita reale, ambientando la storia in un luogo che gli ricordasse la sua infanzia: Bangor, nel Maine, come è stato già detto, che diventa Derry, ma che rappresenta per antonomasia tutte quelle cittadine, quei paesi dove possono accadere le cose più terribili, tanto tutti si fanno i fatti loro e nessuno ha visto e sentito niente.

«Può un’intera città essere posseduta?».

Della fiaba sono presenti archetipi e funzioni, compresi i poteri magici dell’antagonista contrastati da quelli dell’eroe e dei suoi amici: coraggio, fantasia creativa, fede in se stessi maturati in un vogleriano viaggio dell’eroe che è prima di tutto interiore. Il bambino interiore che deve rimanere in noi anche crescendo, perché possiamo vivere apprezzando ciò che abbiamo e lasciando il mondo migliore di come l’abbiamo trovato. Non è un caso se nella Clubhouse dei Perdenti è presente il poster di Lost boys, horror vampiresco che rivisita Peter Pan.

«Ragazzi, il romanzesco è la verità dentro la bugia, e la verità di questo romanzo è semplice: la magia esiste.» [dalla dedica del romanzo]

Questo ci riporta a quella filosofia antica di cui parlavamo all’inizio. Una vita attiva fatta di curiosità, approfondimento e spirito critico porta ad assomigliare a degli eroi moderni. Una vita meramente contemplativa porta solo ad essere schiavi delle influenze di qualcun altro, che non esiterà a distruggere chi non gli è più utile. Nessuno vuol farsi divorare dai desideri altrui, quindi non diamogli questo potere. Questo insegna l’It di Stephen King, questo insegna l’It di Muschietti. La morale della fiaba!

«Io ho vissuto sempre nella paura: paura di quello che sarebbe venuto dopo, paura di quello che mi lasciavo alle spalle. Voi non fatelo. Siate chi volete essere. Con orgoglio. E se trovate qualcuno che vale la pena di tenersi stretto, non lasciatelo mai e poi mai andare. Seguite il vostro sentiero. Dovunque vi porti. Pensate a questa lettera come a una promessa. Una promessa che vi chiedo di fare. A me. L’uno all’altro. Un giuramento. Vedete la cosa bella di essere un perdente è che non hai niente da perdere. Perciò… siate sinceri. Siate coraggiosi. Siate forti. Credete… E non dimenticate mai. Noi siamo i perdenti e lo saremo sempre.»

Diventa eroe chi è in grado di superare le proprie limitazioni personali ed ambientali. L’Eroe simboleggia quell’immagine divina, creativa e redentrice che è nascosta in ognuno di noi e che attende solo di essere trovata e riportata in vita. Come nei miti e nelle fiabe popolari, in It si riflettono quei meccanismi junghiani della mente umana e si eleva, quindi, come loro, a rappresentare una sorta di moderna mappa della psiche, valida dal punto di vista psicologico e realistica dal punto di vista emotivo.

Interpretando la Mangiatrice di Mondi/It come un Mutaforma, gli si può pertanto attribuirle la funzione di catalizzatore del cambiamento, di simbolo dell’impulso psicologico alla trasformazione. Nell’affrontare un Mutaforma l’Eroe viene profondamente scosso e turbato, costretto a mutare la propria opinione sul sesso opposto o ad affrontare parti nascoste di se stesso, immagini e idee sulla sessualità e sui rapporti con gli altri. La funzione del Mutaforma è dunque quella di seminare il dubbio, creare spunti per una profonda riflessione. Questa interpretazione starebbe alla base della scena di sesso scritta da King e tanto bersagliata dalla critica, trattata sempre con l’autoironia che lo contraddistingue. E anche questo, nel suo carnascialesco cameo da negoziante/rigattiere che critica il protagonista scrittore, risulta ben chiaro:

Bill [notando un suo libro sulla cassa]: Vuole che glielo autografi?

Negoziante (Stephen King): Nah. Non mi è piaciuto il finale!

Joker, di Todd Phillips

Joker di Todd Phillips, ovvero “l’elogio della pazzia criminale”.

«Qualsiasi cosa siano soliti dire di me i mortali, e infatti non sono così sciocca da non sapere quanto si parli male della follia anche da parte dei più folli, tuttavia sono io, io sola, ve lo posso garantire, che ho il dono di riuscire a rallegrare gli dèi e gli uomini. Eccone la prova: non appena mi sono presentata a parlare dinanzi a questa numerosa assemblea, tutti i volti si sono improvvisamente illuminati di una certa nuova e insolita letizia; subito le vostre fronti si sono spianate, subito mi avete applaudito con una risata così lieta e amabile che mi sembra di trovarmi dinanzi a un consesso degli dèi di Omero, come loro tutti ubriachi di nettare e nepente, mentre prima ve ne stavate lì seduti tutti imbronciati e tristi, come se foste appena usciti dall’antro di Trofonio».

[Elogio della follia, Erasmo da Rotterdam]

Joker è tutto giocato sulle aspettative – tradite e soddisfatte – e questo, a seconda del punto di partenza, può voler dire consenso o disapprovazione. Il regista Todd Phillips [Trafficanti, A Star Is Born] ottiene successi planetari di pubblico con dei buddy movie fondati sulla comicità, la trilogia di Una notte da leoni e Parto col folle, e si cimenta inaspettatamente con la genesi di un villain che è prima di tutto un personaggio controverso e mentalmente deviato e che trova reazione alle sue sofferenza in una violenza ingiustificata. Aspettative di riuscita dubbie, nonostante avesse all’attivo anche il successo di A star is born, ma tradite in positivo: il film, per quanto generi discussioni infinite sulla possibile emulazione della violenza, è di notevole interesse, ben costruito e ha ottenuto traguardi importanti.

Joker ha conquistato il Leone d’oro alla 76ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, ha vinto due Golden Globe e due premi Oscar su ben undici candidature, record per l’edizione 2020. È ormai nella storia, inoltre, come la prima pellicola basata su un personaggio DC Comics a concorrere in qualità di miglior film. Prima di Joker solo Black Panther [Marvel] aveva concorso per la stessa categoria.

Per non disattendere, invece, le aspettative dei lettori di Batman, bisogna premettere che questo film su Joker in nessun modo è collegato o collegabile al DC Extended Universe e che non ci si deve approcciare alla visione di questo film come un cinecomic di tipo classico. Sarebbe sbagliato senza “se” e senza “ma”.

La figura di Joker va al di là del personaggio stesso, perché anche se inizialmente la malvagità è reazione alle aspettative tradite di inserimento sociale e di attenzione paterna, successivamente diventa seme di un’idea di rovesciamento del sistema stesso e può essere innestato in un qualsiasi altro soggetto. Né più né meno di quello che avviene in Inception di Christopher Nolan.

Joker non è, quindi, un villain come tutti gli altri checché ne dica lui stesso:

«Ecco tutto ciò che mi separa dal resto del mondo. Solo una brutta giornata!»

La sua complessità deve essere chiara anche nel momento in cui si vede il film. Per non aspettarsi né le scazzottate kitch della serie TV né i piani intricati né le bombe ad orologeria o i congegni a molla e i carillon.

La sceneggiatura a quattro mani di Todd Phillips [Oscar per la sceneggiatura non originale di Borat – Studio culturale sull’America a beneficio della gloriosa nazione del Kazakistan] e Scott Silver [nominato agli Oscar per The fighter] si basa sull’omonimo personaggio dei fumetti DC Comics, in particolare sul graphic novel Batman: The Killing Joke, scritto da Alan Moore [Watchmen] e disegnato da Brian Bolland: la storia approfondisce psicologicamente, come nessun altro albo, il rapporto anomalo e contorto che s’instaura tra il Cavaliere Oscuro e il suo più iconico nemico, permettendo così al genio visionario di Moore di apporre la sua illustre firma su una delle possibili origini del villain.

Anche per quanto riguarda la fotografia e la messa in scena in generale il Joker di Phillips mantiene lo stile grafico deciso da Bolland, costruito a partire da una delle più interessanti trasposizioni cinematografiche del periodo muto: L’uomo che ride, del 1928, liberamente tratto dall’omonimo romanzo di Victor Hugo, è un melodramma storico stilisticamente riconducibile al movimento espressionista, che impressionò a tal punto gli spettatori per la crudezza delle scene, per la resa fotografica e soprattutto per l’aspetto raccapricciante del protagonista, che fu considerato a lungo un film horror. In effetti la mimica facciale di Conrad Veidt mentre è Gwynplaine è qualcosa di raccapricciante nonostante sia trascorso quasi un secolo.

Il Joker di Phillips arriva dopo le prove eccellenti dell’inquietante pazzo criminale con il volto di Heath Ledger ne Il cavaliere oscuro e del volutamente eccessivo gangster di Jared Leto in Suicide Squad, senza dimenticare nel capostipite burtoniano l’interpretazione di Jack Nicholson che ha fatto epoca, sebbene fosse fin troppo legata ad un’iconografia edulcorata da palinsesto per famiglie.

Già questo crea inevitabilmente delle aspettative che possono innescare cortocircuiti che potrebbero portare alla fuga: dello spettatore, che magari ha deciso a priori che il suo Joker di riferimento ha ormai definitivamente le sembianze del suo idolo; dell’attore, che si deve cimentare al posto di colleghi illustri, magari suoi amici, con il peso che questo comporta e le critiche che volente o nolente dovrà reggere su spalle più larghe e ben più forti di quelle che ha fornito al suo Arthur Fleck.

In quale assurdo clima di aspettative deve aver lavorato Joaquin Phoenix [Irrational man, Maria Maddalena, Don’t worry] sul personaggio!

Arthur Fleck [Joaquin Phoenix] è un uomo profondamente alienato che vive, o meglio sopravvive, come può, nella Gotham City del 1981, in un appartamento dei bassifondi con l’anziana madre Penny, ormai incapace di intendere e di volere. In una città che sprofonda giorno dopo giorno nel degrado e nella disuguaglianza sociale, Arthur lavora come clown in affitto per i negozi e con lo stesso travestimento fa servizio civile in ospedale, ma il suo più grande sogno è diventare un famoso comico ed essere ospitato in diretta al suo talk show preferito, il Live! With Murray Franklin.

L’alienazione di Arthur sarebbe sotto controllo se non avessero operato dei profondi tagli alla sanità così l’uomo si ritrova senza assistenza medica e il suo disagio mentale gradualmente si trasforma in vera e propria dissociazione: ha, infatti, un raro ma innocuo disturbo simile alla sindrome pseudobulbare, in cui il danneggiamento dei meccanismi che regolano la normale risposta emozionale della risata sono irrimediabilmente danneggiati. Il risultato filmico è una risata completamente fuori controllo, allegra solo nel suono ma disarmonica rispetto alla mimica facciale, contrita in un misto di vergogna, terrore e disperazione. Da Oscar.

A dispetto del suo rapporto conflittuale con la risata, Arthur viene chiamato “Happy” dalla madre e incoraggiato a continuare a scrivere sketch e barzellette, che non fanno ridere nemmeno lui, e proseguire su quella strada fallimentare, con l’idea che dal fondo del baratro non ci si può che sollevare, ma come e a che prezzo?

«Mia madre mi diceva sempre di sorridere e mettere una faccia felice. Mi diceva che ho uno scopo: portare risate e gioia nel mondo».

È palese come il disturbo della risata sia solo la punta di un iceberg sommerso ancora per poco. Presto diventano chiari i sintomi di una schizofrenia condita da atteggiamenti depressivi: Arthur vive in un’illusione che viaggia parallela alla realtà e ciò che muove i suoi passi è la costante ricerca dell’approvazione di una figura paterna che possa fornirgli concretezza, aderenza al mondo reale o almeno un senso di appartenenza a qualcosa di meglio della feccia in cui quotidianamente annaspa a bracciate scoordinate.

In prima istanza Arthur segue i voli pindarici della madre, convinta che il figlio sia di Thomas Wayne, ma il magnate è inamovibile. Un’altra strada impercorribile che lo porta solo ad un cancello chiuso sotto gli occhi ancora innocenti di Bruce.

Ancora, però, il protagonista non si arrende: si può tentare di essere figura paterna, anche non avendone mai avuto una, per il figlio della vicina tanto carina… ma ecco che la malattia si palesa maggiormente in lui e sullo schermo. Sale in cattedra il regista ad aiutare lo spettatore, che finora ha addirittura parteggiato per il protagonista, e lo mette nella condizione di riconoscere lo stato alterato della coscienza di Arthur e ad essere critico nei confronti di una realtà filmica sempre più distorta dal suo sguardo. Un esempio dell’intervento registico è il “fuori bolla” che riprende Arthur nel pianerottolo del condominio prima di rientrare a casa: si tratta di un’inquadratura particolare che si effettua ruotando la mdp in modo che la linea dell’orizzonte filmato non sia più parallela a quella reale e serve a suggerire un’alterazione nella visione del mondo da parte del personaggio a cui fa riferimento, che sia esso inquadrato o che sia in modalità soggettiva. Si fa largo a questo punto un dubbio: cos’è vero? siamo solo spettatori delle allucinazioni di Arthur? Una delle tante possibili interpretazioni.

Nemmeno un’uscita “romantica” con la vicina in una scena al diner che è citazione esplicita di Taxi driver di Martin Scorsese – un chiaro parallelismo dato che non è l’unica – lo porta su una strada di vita percorribile. Dopo le aspettative di ricostruire i legami familiari, anche l’amore che salva il mondo in quasi tutti i film si dimostra un vicolo cieco. Un’altra possibilità di affermazione sociale decade e Arthur, che è privo di una qualsiasi bussola morale, si trova ormai con le spalle piegate dalla sua vita deprimente, in cui campa a stento, contro un muro che non gli lascia che poche alternative.

La svolta è la reazione violenta all’ennesimo atto di bullismo.

«Per tutta la vita, non ho mai saputo se esistevo veramente. Ma io esisto. E le persone iniziano a notarlo»

La genesi del mostro è sottolineata egregiamente da un’indimenticabile scena in cui Joker scende una ripida scalinata di cemento, ballando sulle note di Rock and Roll Part 2 di Gary Glitter. Un’inquietante danza liberatoria che è già diventata virale: la location delle riprese è diventata subito meta di turisti, curiosi e cinefili che voglio farsi immortalare mentre replicano la locandina o si filmano mentre riproducono la coreografia. In pratica è diventata un’icona culturale come un’altra scalinata, quella di Rocky a Philadelphia. La scalinata di Joker si trova a Highbridge, nel Bronx – non proprio un quartiere ospitale – e collega Shakespeare Avenue, più o meno all’altezza del civico 1165, con Anderson Avenue. Poi ci si domanda come mai il New York Times abbia timore di emulazioni

Torniamo al film per un’ultima aspettativa da parte di Arthur. Tradita? Appagata? Dipende dai punti di vista, se il suo o il nostro: in un ultimo tentativo di prendersi quei «15 minuti di celebrità» che ogni persona può avere secondo Andy Warhol, dopo aver assaggiato il sapore della liberazione dal male attraverso il Male, il nuovo Arthur si presenta ospite allo show televisivo che tanto ama. Davanti ad un Robert De Niro [The Irishman, Lo stagista inaspettato, Joy], che per il pubblico è stato il delirante Taxi driver e l’ossessionato Re per una notte – riferimenti evidenti del regista Todd Phillips – Joaquin Phoenix inscena l’apice della follia e l’apoteosi del suo personaggio.

«Quando mi farai entrare mi annunceresti come “Joker”?»

L’aspirante comico deriso non esiste più. La massima attribuita da sempre a Giulio Cesare «se non puoi vincere il tuo nemico, fattelo amico» sembra assumere un nuovo significato per Arthur. L’uomo abbraccia la sua tanto odiata malattia e accoglie in sé la pazzia come compagna di vita: l’ultimo barlume di umanità in lui muore e il Joker viene alla luce dalle tenebre più profonde del super-io. La violenza diventa catarsi. La paura si fa strumento di rivalsa sulla società che gli ha voltato sempre le spalle. Il mostro è uscito dalla gabbia, ha assaggiato il sangue e vivrà di rabbia, odio. È ora il Joker, la Matta, the Fool, non più giullare fallito, ma maschera di morte.

«Non sono stato felice mai, neanche un minuto della mia vita del cazzo! Sai cos’è buffo? Cosa mi fa veramente ridere? Ho sempre pensato che la mia vita fosse una tragedia, ma adesso mi rendo conto che è una cazzo di commedia!»

Finalmente una risata coerente, figlia di una vita beffarda, creata da un corto circuito che non è esclusiva del film e del fumetto in questione, ed è sicuramente riduttivo considerare i già citati riferimenti cinematografici o aggiungerne altri abbastanza calzanti come Un giorno di ordinaria follia o Arancia meccanica. Come fosse un compendio sull’interconnessione tra risata e insanità mentale, il Joker di Phillips fa venire in mente anche riferimenti illustri. Viene in mente il rapporto conflittuale che fratello Jorge ha nei confronti della risata e delle tesi aristoteliane su di essa ne Il nome della rosa di Umberto Eco.

Ma soprattutto esiste un simile corto circuito tra la comicità desiderata tuttavia inattuabile e il dramma che la prevarica fino ad essere padrone incontrastato della scena, fino a coinvolgere la platea dal proscenio e che troviamo nell’opera lirica I pagliacci di Ruggero Leoncavallo: l’attore che interpreta il clown ha scoperto che sua moglie, e collega, lo tradisce con un altro attore così, mentre porta avanti la commedia, ormai esasperato dalla gelosia dà libero sfogo alla sua rabbia e uccide i due amanti per poi rivolgersi al pubblico ed esclamare «La commedia è finita!» L’aria in questione è la famosissima Vesti la giubba! – una The show must go on ante litteram – che rappresenta il concetto di clown tragico, impeccabile nel suo ruolo comico («but my smile still stays on»), nonostante interiormente viva un profondo dramma personale.

La reazione al dramma interiore è un gesto di violenza improvviso che nello stesso istante trascina in uno stato di alterazione il piano diegetico e l’extradiegetico (la “quarta parete”).

La reazione della folla è sconcertante più del gesto. È il trionfo della follia.

Su questo aspetto si fonda la paura del NY Times: che si possano verificare emulazioni e, il precedente massacro di Aurora alla prima de Il cavaliere oscuro – Il ritorno ad opera di un esaltato che si presentò come Joker, non fa che avvalorare questo sospetto.

Quindi è un film su un pazzo che poco ha a che fare con Batman?

Di nuovo aspettative. Deluse se si entra in sala per vedere un nuovo capitolo della saga del cavaliere oscuro. Soddisfatte in pieno se si analizza il punto d’intersezione dei personaggi.

L’incontro avviene attraverso le sbarre del cancello; significativo ed ambiguo, come il rapporto che intercorrerà da lì in poi tra i loro due alter ego. Da una parte il cancello è un limite invalicabile dall’altra non rappresenta una separazione netta tra i due, che possono interagire attraverso le sbarre: Arthur parla con il piccolo Bruce, come se avesse già deciso che sono fratelli, fratelli di sangue, tanto che arriva ad allungare le mani sul viso del suo futuro nemico per provare a suo modo la parentela attraverso quel sorriso forzato, quella smorfia malata che in lui non trova pace.

È oltremodo significativo che il cancello sia a sbarre come quelle di una prigione: per uno esprimono la giusta pena commisurata ai crimini perpetrati, per l’altro rappresentano la gabbia dorata in cui ancora vive, ignaro del destino che lo attende dietro l’angolo, in vicolo buio, per mano di un emulo del Joker.

Per entrambi, oltre ad una separazione labile, quel cancello, quelle sbarre, quell’impossibilità di comprendersi mette in luce la loro condizione di ineluttabilità del destino, un destino in continua lotta, con se stessi prima di tutto, poi con la propria eterna nemesi. Ed è proprio a questo punto che s’incontra un altro nodo che tormenta i detrattori del film: questo personaggio sfortunato e penoso, che spinge lo spettatore a tifare per lui a lungo, può essere all’altezza della situazione? Può essere quello che Moriarty rappresenta per Sherlock Holmes: un orditore di trame assurdamente intricate e piani intellettualmente eccentrici? Può essere un gangster senza scrupoli a capo di una miriade di clown criminali? La risposta la fornisce il fumetto che è l’origine di tutto: Joker non è un uomo, non è un criminale; Joker è un’idea, il seme di un’idea che s’innesta e cresce a nuova vita sui terreni fertili creati dalla società stessa con le sue ingiustizie, la violenza, l’indifferenza, la miseria materiale e culturale, che costringono le ultime ruote del carro ad un’agnizione che non potranno mai conquistare. Di nuovo aspettative deluse.

Insomma, è nato prima il clown del pipistrello? Non proprio. Il Joker di Todd Phillips è la genesi di quell’idea. Quello che Arthur diventa è quello che in gergo viene definito proto Joker. Il primo di tanti. Come un eroe anche l’antagonista può avere un’evoluzione. In questo sta la grandezza della scrittura di Batman. In questo sta la grandezza di questo film. Clown criminali potenzialmente infiniti come eterna è la lotta al crimine in questa Gotham City inedita, per la prima volta fornita di una connotazione temporale ben precisa.

«I ricordi sono ciò su cui si fonda la nostra ragione. Se non riusciamo ad affrontarli, neghiamo la ragione stessa! D’altra parte, perché no? Non siamo legati alla razionalità per contratto! Nessuna clausola di sanità mentale! Perciò, quando ti ritrovi avviato lungo binari difficili, diretto verso luoghi del tuo passato in cui le urla si fanno insopportabili, ricorda che c’è sempre la follia. La follia è l’uscita di sicurezza… Permette di farsi da parte e di richiudere la porta su tutte quelle cose terribili che sono successe. Di rinchiuderle… per sempre.»

[Batman: The Killing Joke, Alan Moore e Brian Bolland]

It: Capitolo uno, di Andrés Muschietti

Feroce, crudele, macabro e violento nella misura richiesta dal pubblico, apprezzato in ogni suo aspetto formale, l’It: Capitolo uno di Andrés Muschietti si eleva a capolavoro indiscutibile del genere horror adolescenziale. Il Pennywise che Bill Skarsgård [Allegiant, Atomica bionda] si è cucito addosso, ammalia e terrorizza con i suoi occhi penetranti e taglienti, con le sue movenze scattose e una verve che fa quasi impallidire il generoso Tim Curry che da solo, letteralmente da solo, salvava la ormai dimenticabile produzione televisiva degli anni ‘90.

Il Male innominabile, nascosto nel profondo di ogni comunità, per quanto piccola, e nel profondo del subconscio di ogni essere umano, per quanto coraggioso, si manifesta principalmente nelle sembianze di un clown che indossa un costume dal design molto ricercato e studiato nei minimi particolari. Per riassumere in un unico capo d’abbigliamento tutte le generazioni in cui It ha portato a termine il suo bisogno di sangue, la costumista Janie Bryant ha ideato una tuta sagomata che include contemporaneamente reminescenze medievali, rinascimentali, elisabettiane e vittoriane, con tanto di plissettatura fortuny che contribuisce a rendere ancora più barocco, e quindi enigmatico, per anacronia, tutto l’insieme.

Una sorta di “lasciate che i bambini vengano a me”, ma con un epilogo contrario al messaggio evangelico-cristiano. Pennywise rappresenta il baratro della paura più profonda, il buio denso dove ogni cosa può perdersi per sempre, persino la più pura delle innocenze. Il Male nel suo stato più beffardo: orditore di inganni, come il Diavolo delle leggende popolari. Una creatura mutaforma che vive del dolore e delle sofferenze altrui e si nutre di sangue innocente, non prima di averlo annegato nella paura più soffocante.

«Galleggerai quaggiù! Tutti galleggiamo quaggiù! Sì! Galleggiamo!»

A sorprendere piacevolmente, se così si può dire anche in un horror, sono anche le molte trasformazioni di It, ben bilanciate tra citazioni letterali del romanzo e nuove idee che scavano nell’immaginario collettivo. L’essere senza forma che vive nelle acque nere e che, come l’acqua per mostrarsi in forma tangibile assume le sembianze di qualsiasi recipiente che possa scatenare sgomento, la bestia che sopravvive nei secoli dei secoli grazie ad un tacito tributo di carne fresca, fornito da vittime innocenti, non è che la naturale evoluzione di un archetipo che ha origine nella notte dei tempi: non c’è bisogno di scomodare trattati di antropologia per riconoscervi la paura allo stato puro, quella che i primi uomini esorcizzavano disegnando nelle grotte, protetti dal fuoco. È scritto nel nostro stesso DNA. Basta solo che ciascuno di noi ricordi. Stephen King ha solo dato voce a quello che abbiamo vissuto, per diretta esperienza, figurata o reale che sia, e che torna virtualmente negli incubi notturni, quando siamo più fragili e indifesi. O nel buio di una sala, come ha fatto egregiamente Muschietti.

L’opera più corposa di Stephen King (1986) è diventata negli anni il prototipo di tutta una sequenza di storie, nella sua stessa bibliografia come in quella di altri scrittori e sceneggiatori successivi. Da Stand by me a Cuori in Atlantide, se si vuole rimanere tra le pagine kinghiane, da I Goonies al più vicino, per ordine di tempo e per le sue molte affinità, Stranger things, tutti hanno raccolto spunti a piene mani, imparando la lezione che una ricetta perfetta è il risultato di una successione di ingredienti ben ponderati e pesati.


Un pizzico di Goonies, una bella dose di Stand by me, tanto Nightmare on Elm Street e, per finire, una spolverata quanto basta di Stranger things e la ricetta per il successo del nuovo It è pronta, basta infornare in una grande sala buia, ben climatizzata e dall’audio avvolgente e aspettare solo che la storia faccia il suo corso. E che storia! Una rivisitazione della fiaba gotico-grottesca tipica dei Grimm con tanto di utilizzo del sottotesto allegorico: sono tantissime le allusioni ai rituali d’iniziazione, alla perdita dell’innocenza, alla crudeltà amorale dell’infanzia, ai patti di sangue e ai tributi e sacrifici ad una divinità latente. Ma se sono una presenza costante nel romanzo, non lo sono così tanto nel film, per non appesantirne troppo la fruizione, probabilmente. Alla luce di questo, per quanto sia entusiasta di It: Capitolo uno, rimango dell’opinione che, per mettere ben in evidenza questi interessanti aspetti nascosti del romanzo, la forma perfetta sia una serializzazione di più ampio respiro. Netflix, pensaci tu!

«Prenderò tutti voi e mi nutrirò della vostra carne come mi nutro delle vostre paure!»

Resta scritto negli annali, comunque, che il più famoso romanzo di King ha finalmente avuto il degnissimo adattamento che meritava, con buona pace dei fan più integralisti. La Warner Bros, dopo ben due defezioni che avrebbero potuto minarne alle fondamenta la progettazione, ha coraggiosamente affidato il film ad un regista emergente ed è stata ripagata davvero a peso d’oro. Andrés Muschietti, argentino di chiare origini italiane, aveva diretto in precedenza solo un altro film: La Madre, un horror-thriller ben giudicato dalla critica internazionale, che ha come protagonista la Jessica Chastain che, quasi sicuramente, interpreterà la Beverly adulta in It: Capitolo due.


Dopo l’enorme successo ottenuto da It: Capitolo uno, per Muschietti si vocifera già di un nuovo ambizioso progetto da tramutare in oro: la trasposizione live-action di Robotech, la risposta datata 1985 agli anime giapponesi della Tatsunoko, di genere sci-fi war, che ha per protagonista un’intera fanteria di giganteschi robot. Nell’attesa, analizziamo quello che è a tutti gli effetti da considerare il nuovo horror campione d’incassi della storia del cinema.

I sette “Perdenti” [“Losers” in originale, come si può notare dalla scritta sul gesso di Eddie] hanno ottimamente interpretato i loro ruoli coinvolgendo non poco un target molto ampio di spettatori. Jaeden Lieberher [Midnight special, St. Vincent] è BILL DENBROUGH, che non ha mai superato la scomparsa del fratellino Georgie, finita nelle fauci di It. Il chiacchierone dalle mille voci RICHIE TOZIER è interpretato da Finn Wolfhard [protagonista di Stranger Things], Jeremy Ray Taylor [42, Geostorm] è l’architetto in erba BEN HANSCOM; Jack Grazer [Tales of Halloween, e prossimamente Shazam!] invece è il cagionevole EDDIE KASPBRAK. A completare il cast Wyatt Oleff [Guardiani dellae Galassia] alias STANLEY URIS, Chosen Jacobs, ossia MIKE HANLON, e Sophia Lillis, attrice estremamente fotogenica che sembra già di un altro pianeta mentre interpreta il personaggio di BEVERLY MARSH, e ha ancora solo 15 anni.

Al momento non è stata annunciata ufficialmente la lista completa degli attori chiamati ad interpretare i teenager ormai divenuti adulti in It: Capitolo due. Vi terremo aggiornati!