recensione film

Festival di Roma 2014 – Still Alice, di Wash Westmoreland e Richard Glatzer

Alice è una donna straordinaria, a detta di suo marito, la donna più bella e intelligente che abbia mai conosciuto. Ora che ha appena compiuto cinquant’anni, occupa una cattedra di linguistica alla Columbia University e la maggiore dei suoi tre splendidi figli sta per farla diventare nonna. Adesso sta iniziando quella stagione della vita in cui i figli hanno trovato la propria strada e le responsabilità sono scemate, per cui può finalmente raccoglie con soddisfazione i frutti dei suoi sacrifici e godere a pieno la vita che ha costruito con fatica. Ma all’improvviso nota che la sua memoria si sta indebolendo. All’inizio, fa fatica a ricordare gli appuntamenti e le lezioni, poi cancella inconsapevolmente brevi istanti della giornata, fino a perdere completamente coscienza del suo lavoro, della sua famiglia e dei luoghi in cui si trova. In pochi mesi l’Alzheimer cancella tutta la sua esistenza, concedendole solo pochi brevi istanti di respiro per riconoscere l’amore negli occhi dei suoi cari.

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Come si può descrivere la sensazione di perdere all’improvviso il contatto con il mondo, di vederne i contorni sbiaditi e fumosi, alla stregua di un caos informe di macchie colorate senza nome e provenienza, che girano vorticosamente annullando l’orientamento e confondendo il tempo e lo spazio? Questi sono i sintomi dell’Alzheimer, una malattia degenerativa silenziosa, che distrugge il cervello senza far rumore, cancellando una piccola porzione di informazioni alla volta, fino all’oblio. Alice è una delle tante vittime di questa malattia senza ritorno,  estranea nel mondo in cui ha sempre vissuto, incapace di riconoscere le strade che ha percorso ogni giorno, gli sguardi incrociati distrattamente e i volti che che hanno dato un senso a tutta la sua vita. Ogni giorno perde un pezzo di se stessa e della realtà che la circonda. I ricordi, i nomi dei suoi figli, tutto si fa buio. Se l’Alzheimer può essere paragonato alla morte dell’anima, per chi lo vive con la consapevolezza di una mente brillante come la sua è l’inferno.

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Raccontare una malattia è uno dei compiti più ardui, perché il rischio di lasciarsi andare a slanci patetici e di esplorare solo alcuni aspetti della questione è molto alto, ma Westmoreland e Glatzer non cadono nella trappola della spettacolarizzazione del dolore e si limitano a stare in disparte, ad osservare la vita di Alice da lontano, accompagnandola nel suo percorso prima che il processo sia concluso. Al centro della scena ci sono le piccole perdite quotidiane, quelle sviste che sembrano quasi insignificanti ma che indicano un’avanzamento inarrestabile dell’Alzheimer. Alice fa tutto ciò che è in suo potere per restare il più possibile aggrappata alla sua vita e alla sua preziosa memoria, cercando di costruire  nuovi ricordi ogni giorno, visto che i vecchi sono destinati a disciogliersi nel tempo e, al di là dell’aiuto che le può dare la tecnologia, l’unica speranza è portare con sé le sensazioni, i suoni e gli odori di una giornata al mare come tante, che per lei sarà eternamente presente.

Medianeras – Innamorarsi a Buenos Aires, di Gustavo Taretto

Le medianeras sono quelle piccole finestre che si aprono nei muri interni dei palazzi, per far entrare uno spiraglio di luce nelle stanze buie delle abitazioni alveari che affollano le metropoli. Si specchiano le une verso le altre ma non si guardano mai tra loro, come le vite degli inquilini stipati in queste enorme scatole di scarpe con poca luce, poca aria e pochi luoghi di incontro, se si escludono le stanze virtuali del web.

Martin e Mariana vivono l’uno di fronte all’altra, due vite parallele e isolate, costellate da fobie e ossessioni, che si sfiorano ogni giorno senza toccarsi mai. Sulla strada, in piscina, alla fermata dell’autobus, sono sempre l’uno a pochi passi dall’altro ma non alzano mai lo sguardo verso l’esterno, immersi come sono nelle loro vite asfittiche. Persi nel vuoto esistenziale lasciato dalle relazioni sbagliate che si sono lasciati alle spalle, Martin e Mariana si gettano a capofitto in un susseguirsi di incontri superficiali, che li fanno sprofondare ancora di più nella solitudine, li chiudono nel perimetro angusto della loro stanza, con il web come unica finestra virtuale sul mondo.

Buenos Aires contiene tre milioni di individui, trabocca di razze, colori e individualità. Se ci si affaccia dalla finestra e si guardano le strade affollate dall’alto, sembra di essere nel bel mezzo di uno dei libri illustrati della serie Dov’è Wally, in cui gli occhi saltano da un personaggio all’altro e si perdono nella miriade di colori alla ricerca di Wally, l’omino buffo con gli occhiali e il maglione a righe bianche è rosse. Wally è lì per tutto il tempo, immobile, ma per trovarlo bisogna soffermarsi ad osservare, scandagliare tutti i personaggi per trovare l’unico giusto. Come il personaggio del loro libro preferito, Mariana cerca disperatamente il suo Wally, e crede di rivederlo in tutti gli uomini che incontra, senza rendersi conto che Martin è proprio sotto i suoi occhi, e per incontrarlo nella realtà deve solo ascoltare i segnali e sfondare i muri veri e fittizi in cui si è rinchiusa.

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L’irregolarità etica ed estetica dell’architettura di Buenos Aires rispecchia le coscienze dei suoi abitanti, isolati in un labirinto urbano in cui ci si scontra in continuazione senza incontrarsi mai, e ripiegati su se stessi in una città dove il numero delle persone che gli passa accanto ogni giorno e è inversamente proporzionale a quello degli amici. Sullo sfondo grigio della megalopoli, in cui i palazzi si abbarbicano gli uni sugli altri, chiudendo il cielo e sottraendo aria a chi li popola, Gustavo Taretto costruisce la sua favola urbana su un’architettura estremamente moderna, addossando alle nuove tecnologie la colpa della solitudine urbana e dell’isolamento.

Siamo tutti connessi, sempre e in ogni luogo. I cavi dei fili elettrici che ci permettono di comunicare virtualmente foderano il cielo e precludono la vista dei rapporti autentici e di quelle persone, che potrebbero cambiarci la vita se solo avessimo il coraggio di scendere in strada e di parlargli, e le abitazioni chiudono nella sicurezza di un perimetro definito, in cui tutto il mondo è alla portata di un click. Come un osservatore attento, Taretto entra silenziosamente nelle vite di Martin e Mariana, e attraverso le loro angosce quotidiane offre un punto di vista diverso sulla città, in cui persone e palazzi sono gli uni lo specchio degli altri, intrappolati in un mondo artificiale che incapsula l’esistenza, e impedisce di vivere liberamente.