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La dodicesima notte (o quel che volete), di Loredana Scaramella

Dodici notti e dodici giorni scanditi da un enorme quadrante umano in cui le lancette si rincorrono ansiose di compiere il proprio destino. Il palcoscenico delimita il tempo e l’esistenza dei personaggi, che in questo spazio ristretto vivono le loro storie, intrecciate a doppio filo le une con le altre, nonostante spazi enormi li dividano. Uno dopo l’altro ruotano intorno al quadrante di questo orologio delimitato da dodici sedie, così come dodici sono gli attori, che entrano in scena a turno, come negli orologi rinascimentali, raccontano il loro frammento di storia e poi tornano a girare insieme agli altri, in un moto che sembra infinito.

A dare avvio a questo giro del tempo è un naufragio, che porta sulle coste dell’Illiria due gemelli, Viola e Sebastiano, separati dalle onde e giunti in città in un tempo diverso. Viola, per difendere il suo onore in una terra sconosciuta, si traveste da uomo e inizia a lavorare come paggio per il duca Orsino, che smania d’amore per Olivia, una nobildonna devastata dal lutto per la morte del fratello e insensibile al suo corteggiamento ostinato. Sebastiano invece sviluppa un particolare affetto per il capitano Antonio, acerrimo nemico di Orsino. Il travestimento di Viola, sebbene pensato per salvarle la vita, la aggroviglia in una serie infinita di intrighi, perché si innamora di Orsino, ma non può confessargli il suo amore, e a sua volta Olivia si innamora di lei, o meglio della sua versione maschile, quando la raggiunge per portale i messaggi d’amore di Orsino.

Dodici notti è il tempo che è loro concesso per sciogliere la matassa di inganni in cui sono imbrigliati, svelare la loro vera natura e i loro sentimenti, ma altri personaggi, tra aiutanti e malevoli consiglieri, ruotano attorno al loro destino e concorrono a sconvolgerne i piani. Ma è proprio qui il gioco a cui ci chiama Shakespeare, il gioco dell’inganno che nasce dal travestimento e genera equivoci, confonde e dissimula, anche lo spettatore che sospende l’incredulità e si trova ad essere parte integrante di questo grande sogno in cui nulla è quello che sembra.

Loredana Scaramella conduce lo spettatore in questo viaggio straordinario, accompagnando i suoi passi con la musica, e riempiendo i suoi occhi con costumi steampunk che collocano il racconto in un tempo sospeso, irriconoscibile, più un tempo della mente che della realtà, ma scandito con tale cura da sembrare reale. La dodicesima notte (o quel che volete) è architettato come un sogno e per questo costretto in un tempo limitato, in cui gli eventi si accavallano senza tregua per giungere al sospirato finale prima del risveglio, ma proprio per questo il tempo della rappresentazione è ancora più prezioso e porta con sé un’aura di magia, pronta a dissolversi non appena si chiude il sipario.

Wasted di Kate Tempest, regia di Giorgina Pi

Non sprecare la vita. Non lasciare passare gli anni arrancando in una routine indigesta, che corrode lo stomaco e ingiallisce il volto. Non vivere neanche un altro giorno essendo chi non vuoi. “Hold your own”, resta te stesso, dice Kate Tempest, famosa rapper, live performer, poetessa e scrittrice inglese, nell’omonima raccolta di poesie e lo ribadisce in Wasted, traducendo il messaggio da parola in musica, corpo, voce dei tre personaggi che animano la scena. Archetipi di una generazione delusa e stanca, che ha visto il suo talento sprecato, proprio come il tempo passato ad inseguire i propri sogni.

Due uomini e una donna, amici dall’infanzia, si ritrovano a commemorare l’amico scomparso dieci anni prima nella sala prove che ha fatto da sfondo a tutta la loro giovinezza, e che odora ancora di rock, erba e birra scadente. Un po’ come le loro vite. Non sono divenuti nulla di neanche lontanamente simile a quello che sognavano, sono le ombre delle loro proiezioni mentali, i fantasmi di loro stessi. Anestetizzati dalle droghe per sentire meno il male di vivere, si trascinano in lavori che detestano e relazioni sentimentali fallimentari, in attesa dell’epifania o dell’idea geniale che squarciando il buio li risvegli dal torpore.

Finalmente il momento di cambiare è arrivato, è qui e ora sul palcoscenico della vita. Il tempo a disposizione dei personaggi è quello di una notte, in cui i flussi di coscienza fatti di rimpianti e buoni propositi si alternano a pezzi rock arrangiati e interrotti mille volte, tentativi mancati di essere finalmente se stessi. Giorgina Pi porta la Londra di Kate Tempest in un tempo e un luogo sospesi, una waste land che potrebbe essere ovunque, ma che tanto somiglia alla nostra esistenza, un deserto dove non si è mai abbastanza giovani e mai abbastanza vecchi, e di sicuro non si è mai all’altezza.

Tuttavia, in antitesi con questa dimensione astratta, la lingua, scaturita dalla brillante traduzione di Riccardo Duranti, è estremamente concreta, contemporanea, viva e più che mai incisa nel tempo presente. Ed è proprio questo che rende quest’opera universale, una commistione di musica, parole e sofferenza tagliente, che tocca tutti, li attraversa e li incita alla rinascita nel cammino verso catarsi finale.

Fattoria (Liberi di essere Schiavi), di Paolo Alessandri

All’inizio erano schiavi. Otto animali compressi in una fattoria, nutriti e picchiati dal fattore a cadenze regolari, che ha su di loro potere assoluto di vita e di morte. Ogni giorno il fattore fa l’appello a suon di bastonate, tranne il venerdì, il giorno in cui passa il camion del macellaio. Il giorno dopo risponde sempre un nome in meno e loro non sanno neanche perché. In questa realtà priva di coscienza e autodeterminazione anche la morte fa parte della normalità, di un destino ineluttabile al quale non si può sfuggire, perché fa parte dell’essere animali, schiavi dell’uomo, unico dio e padrone.

All’improvviso però la coscienza dei maiali si risveglia e, grazie alle loro doti oratorie, iniziano a piantare in tutti gli animali il seme della rivoluzione. L’unione fa la forza! Per la libertà! E insieme riescono ad annientare il padrone e a diventare padroni di loro stessi. Finalmente liberi dall’oppressore. La fattoria è nelle loro mani, ma ben presto il profumo di libertà inizia a confondersi con il tanfo del sudore, della terra da coltivare per procacciarsi il cibo e della polvere del muro di cinta, che si trovano a innalzare per proteggersi dalle aggressioni esterne. Finalmente liberi di lavorare.

L’evoluzione da bestie ad animali antropomorfi arriva in fretta, e così il linguaggio e la mente si affinano, mentre la schiena è ancora piegata sull’aratro. C’è chi impara a leggere, chi a scrivere, chi si autoelegge leader, chi stabilisce delle regole e chi le infrange. E mano a mano che l’umanità prende il posto dell’animalità, che i grugniti si trasformano in parole, e le parole in sentenze di morte, ecco che l’evoluzione crolla sotto il peso della democrazia e la schiavitù torna sotto la maschera di una libertà idealizzata.

George Orwell nel suo saggio Perché scrivo (1946), scrisse che La fattoria degli animali era il primo libro in cui aveva tentato «di fondere scopo politico e scopo artistico in un tutt’uno». Paolo Alessandri nella sua riscrittura dell’opera orwelliana fa lo stesso, riducendo al minimo il testo, prosciugandolo delle parole per focalizzare l’attenzione sulla sua essenza, ovvero sul fallimento della libertà in senso utopistico, e della tragica evoluzione della democrazia in dittatura.

Fattoria (Liberi di essere schiavi), a distanza di quasi ottant’anni dalla pubblicazione del testo originale, continua ad essere un’opera attuale, viva nel suo universalismo di metafora animale di una condizione umana, in cui la costante ricerca della libertà si infrange con modelli di schiavitù sempre diversi e sempre meno visibili, ma non meno opprimenti. Le catene non si vedono, ma se ne ode il rumore ogni qualvolta padroni sconosciuti e impalpabili ci richiamano a seguire il giogo di informazioni preconfezionate e comportamenti stereotipati, ma imprescindibili per far parte della società libera e democratica che governa le nostre vite. Eppure, non possiamo fare a meno di quelle catene, proprio come gli animali della Fattoria, e continuiamo ad avvilupparci in sistemi di controllo sempre più stretti, illudendoci di essere sempre più liberi.

Sherlockon 2017: a Roma la Convention Internazionale Italiana su Sherlock Holmes

Si svolge il 27-28-29 gennaio presso il Nuovo Teatro Orione di Roma la prima edizione dello Sherlockon, prima convention italiana interamente dedicata alla figura di Sherlock Holmes. L’evento si pone a metà tra l’accademico e il ludico ed è ovviamente rivolto agli appassionati della figura del Detective creato da Arthur Conan Doyle. Ed è un mondo immenso che lo Sherlockon cerca di rappresentare in molti dei sui aspetti in particolare quello teatrale.

Cuore, infatti, della manifestazione sono i due spettacoli giornalieri, interpretati da diverse compagnie, che portano in scena testi tratti o ispirati al canone dei racconti di Holmes. Le rappresentazioni variano da interpretazioni fedeli al personaggio, a variazioni più comiche e gotiche, fino ad arrivare a gialli teatrali interattivi, in cui è chiesto al pubblico di svelare il delitto.

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Ma se il teatro è sicuramente l’aspetto principale della manifestazione, la figura di Holmes è visionata anche in altre forme. Sono presenti infatti diverse conferenze che affrontano i testi letterari dedicati al personaggio, dalla saggistica alla presentazione dei testi letterari apocrifi che, in Italia, possono perfino vantare una collana Mondadori. Sempre in ambito cartaceo, anche molte conferenze su gli adattamenti a fumetti del personaggio.

Come dicevamo all’inizio, però, oltre ad un lato accademico, esiste anche quello ludico. È possibile infatti, durante la manifestazione partecipare a differenti giochi. Da uno da tavolo, ad uno dal vivo. Ed è in particolare questo ultimo gioco, in cui i partecipanti sono invitati ad aiutare Watson a risolvere un delitto che dà alla manifestazione il suo aspetto più piacevole. Come in una fiera del fumetto piena di Cosplayer, assistiamo qui ad una forte presenza di persone vestite in foggia Vittoriana.

E questo è uno degli aspetti più affascinanti, insieme alle teche disposte all’entrata, contenenti oggetti dedicati al Detective, che vanno dagli scacchi, al kit del buon investigatore. Infine, per rendere la manifestazione ancora più completa, ci sono dei workshop dedicati al Bartitsu, un metodo di autodifesa nato in Inghilterra alla fine del 1800 ed è quella praticata da Holmes, come dichiarato Doyle nei suoi romanzi, per difendersi. Una manifestazione da non perdere quindi, che ha come unica pecca la non presenza dello Sherlock Holmes cinematografico e televisivo, ma che sicuramente saranno presenti nelle prossime edizioni.

Per entrare nel mondo dello Sherlockon 2017 visita il sito:  http://www.sherlockon.com/

 

L’esercito più piccolo del mondo di Gianfranco Pannone presentato a Roma

La Guardia Svizzera al tempo di Papa Francesco. Leo, René sono rispettivamente un guardaboschi e uno studente di teologia dell’Argovia, che hanno deciso di far parte del corpo Pontificio nato nell’epoca di Giulio II. Leo è un ragazzo semplice, felice di fare un’esperienza formativa nella Città Eterna. René è un intellettuale cattolico che vuol capire: cosa significa indossare un abito del ‘500 ai nostri giorni? Far parte di un variopinto ma per molti versi anacronistico corpo militare, specie in rapporto a una figura “rivoluzionaria” come quella del santo Padre venuto da lontano? Il giovane soldato prova a trovare una risposta per sé e per i suoi compagni d’armi.

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L’esercito più piccolo del mondo, diretto da Gianfranco Pannone è stato prodotto da Centro Televisivo Vaticano, Fondazione Solares Suisse, PTS Art’s Factory, Solares Fondazione delle Arti. Il regista presenterà il film martedì 17 gennaio alle ore 20.30 presso il Cinema Delle Provincie di Roma. Ospiti della serata il regista Gianfranco Pannone e una delle Guardie Svizzere Pontificie, che dopo la proiezione incontreranno il pubblico, che potrà fare domande sulla vita in Vaticano a difesa di Papa Francesco. Modera l’incontro Francesco Di Brigida.

Harry Potter e la pietra filosofale in concerto a Roma

Harry Potter ha fatto la sua ultima magia, e questa volta è avvenuta sotto gli occhi degli spettatori che dell’Auditorium Conciliazione di Roma che il 2, 3 e 4 dicembre 2016 hanno assistito ad un evento unico nel suo genere, che li ha riportati indietro nel tempo di quindici anni, quando Harry Potter e la pietra filosofale è arrivato al cinema e ha spalancato le porte di un mondo che nessuno prima di allora aveva mai osato immaginare. Da allora la saga cinematografica ispirata ai romanzi di J.K. Rowling si è arricchita di altri sette film e ha visto i protagonisti diventare adulti, affrontare incantesimi sempre più complessi e nemici sempre più agguerriti, ma la magia che questo mondo porta con sé non si è mai spenta e continua a regalare grandi emozioni.

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Questa volta l’emozione ha seguito le note di Harry’s Wondrous World che fanno da sfondo alle prime scene di Harry Potter e la pietra filosofale, proiettato integralmente su uno schermo in alta definizione mente l’Orchestra Italiana del Cinema, diretta da Justin Freer, ha interpretato dal vivo la colonna sonora del film del premio Oscar John Williams in sincrono con le immagini, i dialoghi e gli effetti speciali, in uno straordinario connubio tra musica e immagini che ha ridato vita al film trasformandolo in un’esperienza indimenticabile.

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Dopo tutto Harry Potter è la pietra filosofale non sarebbe stato lo stesso senza la sua colonna sonora, che nel 2002 si è aggiudicata la nomination come Miglior colonna sonora originale agli Academy Awards, questo il Cine-concerto è stata un’occasione unica per scoprire come il talento di un grande compositore come John Williams abbia contribuito a dare vita a questa storia e come i singoli musicisti siano stati in grado di creare un suono straordinario unico, fondendo colori e le suggestioni di ogni strumento con le scene del film. La magia del cinema è la più potente che si possa immaginare e quando incontra altre forme d’arte è in grado di creare qualcosa di ancora più potente, un’esperienza che tocca tutti i sensi e resta per sempre nel cuore e che speriamo di poter rivivere presto!

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Ben-Hur, di Timur Bekmambetov

Ben-Hur, diretto da Timur Bekmambetov, regista di Wanted, I guardiani della notte, I guardiani del giorno, ma soprattutto del gigionesco Abraham Lincoln: Vampire Hunter, nonché produttore di successi come 9 di Shane Acker o Hardcore! primo film 3D completamente in soggettiva, è un film che mantiene le promesse di spettacolarità per quanto riguarda le scene epiche della battaglia navale e della corsa mozzafiato delle quadrighe (essendo palesemente a quattro cavalli non è il caso di chiamarle bighe), ma che delude sotto l’aspetto drammaturgico, come se la sceneggiatura non fosse che un mero espediente per collegare i due momenti di maggior dispendio di energie creative, tecniche ed economiche.

La pellicola è il quinto adattamento cinematografico di Ben-Hur: A Tale of the Christ, romanzo scritto da Lew Wallace nel 1880, la cui trasposizione più celebre è il film del 1959, diretto da William Wyler con protagonista Charlton Heston, che si è aggiudicato 11 Oscar nella 32ª edizione, record eguagliato ma mai battuto. Il confronto risulta impari se, a maggior ragione, si mette in relazione il bilancio: se il kolossal di Wyler costò 15 milioni di dollari e, in proporzione all’inflazione e al prezzo dei biglietti all’epoca, ne incassò già solo in U.S.A. circa $720 300 000, questa trasposizione di Bekmambetov dovrebbe stregare i cuori degli spettatori fino all’inverosimile per recuperare già solo il budget che è stato di 100 milioni di dollari, largamente utilizzato per le scene in CGI, quelle girate ai Sassi di Matera e per le fedeli ricostruzioni scenografiche negli studi di Cinecittà.

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Gerusalemme. I secolo. Il nobile giudeo Giuda Ben-Hur e l’orfano romano Messala crescono insieme amici per la pelle prima che come fratelli adottivi. Quando Messala, divenuto comandante delle legioni romane, torna in città per scortare il prefetto Ponzio Pilato, i due fratellastri entrano in contrasto circa le rivolte locali. Così, durante la parata di benvenuto, un ribelle, ospitato con benevolenza in casa di Ben-Hur, coglie l’occasione per uccidere il governatore romano. Il tentativo fallisce ma Messala è costretto dalle circostanze a prendere provvedimenti, condannando la madre e l’amata sorella alla crocifissione e Giuda Ben-Hur alla deportazione come schiavo su di una galea. Ma non tutto è perduto…

«La mia famiglia era una delle più rispettate di Gerusalemme poi siamo stati traditi dal mio stesso fratello».

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Perdono o vendetta?

«Tutti abbiamo una scelta».

Tra questi due sentimenti oscilla la pendola del protagonista, mentre la sua vita s’intreccia con quella di un illustre contemporaneo, Gesù, con il quale s’innesca una serie di parallelismi più o meno velati che comunicano una volontà, purtroppo rimasta in embrione, di fornire una lettura tipologico-allegorica delle vicende narrate filmicamente.

«Abbiamo un’altra possibilità. Usala per provare odio e sarai di nuovo schiavo», afferma con severità Esther, amata sposa di Ben-Hur, facendo suoi gli insegnamenti cristiani, ma lo sceicco Ilderim, interpretato dal premio Oscar® Morgan Freeman [Million dollar baby], fornisce all’uomo, assetato di vendetta, l’occasione migliore per uno scontro all’ultimo sangue, forti del fatto che «nell’arena non ci sono leggi».

«Ricorda, Giuda Ben-Hur: primo a finire, ultimo a morire».

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«Se tuo fratello è l’orgoglio di Roma, sconfiggilo e avrai sconfitto un impero!».

Per quanto encomiabile possa risultare il messaggio finale, l’impressione è che si sia svolta una semplificazione estrema nella costruzione delle emozioni primarie dei protagonisti con conseguente riduzione di tono nello scioglimento finale di quello che, a detta dello stesso regista, è la storia di un eroe tragico di impianto shakespeariano. Non vengono forniti chissà quali elementi che possano cancellare anni di odio covato e sofferenze subite. Forse, per non rischiare di annoiare lo spettatore medio, i dialoghi chiarificatori sono stati ridotti all’osso, ma così facendo lo spettatore esigente non può che sentire in bocca un retrogusto amarognolo che sa di ingenuità, di paura nell’osare e di mancanza di una qualsiasi forma di autorialità.

Eppure il romanzo stesso innesca automaticamente tutta una serie di riflessioni su valori assoluti quali la giustizia e la misericordia e sui parallelismi di sofferenze e sacrifici che la fotografia rende graficamente in maniera molto sbrigativa, lasciando allo spettatore esperto il compito di risistemare i pezzi del puzzle disseminati qua e là: il cavallo bianco Aliyah – che significa “salita”, “ascensione” e “paradiso” ed esprime probabilmente l’amore puro e incondizionato, pronto al sacrificio estremo – preannuncia la sorte di Gesù, alla quale si può ricollegare un’altra inquadratura degna di menzione: Giuda Ben-Hur, interpretato dal “nipote d’arte” Jack Huston [American Hustle – L’apparenza inganna, Outlander], dopo il naufragio, galleggia esanime, in balia delle onde, al centro dell’albero della nave che, spezzato in vari punti, ha assunto l’aspetto di una croce.

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Per quanto riguarda, poi, la figura di Gesù, che ha il volto dell’attore brasiliano Rodrigo Santoro [la voce del commentatore radiofonico in Pelé è la sua e poi, qualcuno forse lo riconoscerà, è stato il Serse di 300], è molto significativo calarlo nel suo lavoro prima che nella predicazione o nei miracoli. Una scelta guidata, magari, da un bisogno di evidenziarne l’umile origine, l’appartenenza a quella classe sociale degli ultimi che vuole elevarsi spiritualmente e che costruisce il proprio destino con le proprie mani e il sudore della fronte attraverso i mestieri più semplici, dispensando sorrisi, osservazioni giuste e gesti di benevolenza, nonostante l’occupazione straniera e le vessazioni subite quotidianamente. Ma, il cinema, impietoso più che mai in questo caso, nel suo widescreen superpanoramico, consegna al pubblico lo sguardo di un attore che “non buca”, non cattura perché non ha il carisma necessario. Un vero peccato, perché magari non serviva un altro attore, solo un po’ di “mestiere” e qualche piano ravvicinato in più, che non avrebbe di certo tolto visibilità né alla tanto attesa corsa delle quadrighe né tantomeno allo spettacolo grossolano del 3D.

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Tra gli altri interpreti, Toby Kebbell è Messala Severus [un veterano ormai di film in costume dopo Prince of Persia, La furia dei titani, L’apprendista stregone, ma noto anche in qualità di doppiatore di blockbuster in CGI come Apes Revolution – Il pianeta delle scimmie e Warcraft – L’inizio dove dà voce a Durotan e Antonidas]. Tanto fumo ma poco arrosto, come il resto del film.

Una piacevole scoperta risulta, invece, Nazanin Boniadi che dà il volto a Esther [Iron Man e qualche apparizione in serie TV come Homeland, CSI – Scena del crimine e How I met your mother].

Chiamato a recitare il piccolo ma fondamentale ruolo di Ponzio Pilato, non delude Pilou Asbæk [Stille hjerte, R], che tutti conoscono come il Greyjoy di Game of Thrones – Trono di spade.

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Musica del nostro Marco Beltrami.

Per concludere, il Ben-Hur di Bekmambetov è sì spettacolare e mozzafiato, ma la profondità della storia non è stata raggiunta. Il cinema d’autore, vera e propria arte, è qualcosa che deve andare ben oltre il mero intrattenimento.

Richard Gere a Roma per presentare Franny di Andrew Renzi

Si è tenuta ieri a Roma la conferenza stampa di Franny, il primo lungometraggio di Andrew Renzi, che vede come protagonista Richard Gere nei panni di un milionario eccentrico e filantropo al fianco di Theo Jamese Dakota Fanning. Il film arriverà nelle sale italiane il 23 dicembre.

Al Festival del cinema di Roma è stato presentato Time out of Mind, un film in cui interpreta un homeless, e in un certo senso anche Franny è un uomo al margine. Perché ha scelto questi ruoli?
I ruoli più difficili senza dubbio sono anche i più divertenti. Di recente ho recitato anche in anche Oppenheimer Strategies, in cui ho interpretato un altro personaggio al margine e come questi è un film indipendente girato con un budget ridotto. Nella vita nulla è semplice e ogni persona è complessa a suo modo. Lo stesso vale nel cinema, dove ogni un personaggio, anche quello che può sembrare il più semplice, in realtà se si scava a fondo si scopre complesso.

Di recente si è interessato molto alla politica del suo paese. Come dovrebbero reagire gli Stati Uniti a un massacro come San Bernardino?
Negli Stati Uniti ci sono più armi che in ogni parte del mondo ed è il posto in cui è più semplice procurarsele, ma dopo la strage ci si aspettava una sollevazione popolare contro le armi, invece è accaduto il contrario e la gente ora è ancora più rivolta verso l’autodifesa. Bisogna capire perché la gente si comporta così male, indagare le cause prima degli effetti, invece di elaborare strategie di vendetta. Dobbiamo comprendere l’essenza degli esseri umani, e riportarli alla saggezza e alla comprensione reciproca.

Cosa ha cambiato della sceneggiatura di Franny? In questo personaggio ci sono diversi Franny, diversi uomini in uno solo. Quale di questi è stato il più difficile interpretare?
Ogni sceneggiatura cambia durante la messa in scena, è la norma. Non ho mai lavorato in un film in cui la sceneggiatura non sia cambiata, perché sul set cambia tutto, si guarda il film in modo diverso, e si discute con i produttori l’evoluzione della storia. Il film nasce dal testo scritto, ma poi da qui c’è il film vero e proprio e poi il montaggio. Questo film avrebbe potuto essere girato in maniera diversa, si poteva porre l’accento sul Franny stalker verso la giovane coppia o sulla sua dipendenza, invece volevamo che fosse un personaggio sfaccettato, indefinibile anche dal punto di vista della sessualità, che rimane sconosciuta fino alla fine perché irrilevante ai fini della storia. Non abbiamo voluto mettere etichette di nessun tipo nè inserire il personaggio in una categoria ben precisa.

Come è stato lavorare con Andrew Renzi?
Lui ha scritto la sceneggiatura ed era il suo primo lungometraggio, anche se era padrone della la macchina da presa e dello stile che voleva dare al film, per questo conoscendolo mi ha subito convinto. Sapevo che stava raccontando una storia personale, che coinvolgeva la casa protagonista del film, la città e la storia e anche questo ci ha aiutato molto nella realizzazione del film. Però se per lui era il primo film, per me non lo era, quindi si è rivolto a me per chiedermi dei consigli. Siamo diventati amici ed è stata un’esperienza importante per entrambi, abbiamo imparato l’uno dall’altro.

Farebbe un film in Italia e con quale regista?
Sono molto aperto all’idea di lavorare in Italia, ma per fare un film ci sono tanti elementi che si devono mettere insieme, è necessaria un’alchimia, una congiunzione astrale, e per quanto mi riguarda non è ancora successo. Mi piacerebbe lavorare con Bertolucci ma ci molti altri registi che stimo.

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Il film parla sensi di colpa. Lei prova sensi di colpa?
Chi non si è mai sentito in colpa per qualcosa? Franny è un personaggio misterioso e sicuramente mi ha incuriosito per questo, perché mi interessa andare a fondo del mistero. Quando veniamo al mondo abbiamo tutti un imprinting e le cose che ci succedono nella vita vi sono legate. Anche in Time out of mind il personaggio è misterioso, e questo lo rende ancora più vicino alla realtà, perché nessuno è bianco o nero ma ci sono solo sfumature intermedie.

È più difficile per un cinema che non è mainstream, in cui il bianco e il nero si confondono, trovare finanziamenti?
In America un film che costa intorno ai cinque milioni di dollari è considerato a basso costo, ma con quella cifra puoi fare qualunque cosa. Franny lo abbiamo girato in 31 giorni. Con un budget ridotto in realtà si lavora in modo più concentrato, gli attori sono sempre nel personaggio e si lavora sulla spontaneità piuttosto che sui dettagli estetici. In passato ho fatto parte di produzioni più grandi è vero, ma lavorare così mi piace molto.

In Franny c’è molto di Howard Huges, un altro morfinomane, ricco e filantropo.
C’è un po’ di lui e un po’ di Hemingway, che nell’ultima parte della sua vita era trasandato e si è lasciato andare. Mi sono ispirato a lui per interpretare un personaggio che vive per cinque anni in una stanza d’albergo. Dopo tuttp anche su Hemingway ci sono ancora molte ombre.

Nel programma di Fabio Fazio ha detto che il Dalai Lama e il Papa dovrebbero incontrarsi. Di cosa parlerebbero se accadesse?
Parlerebbero di come aiutare questo pianeta e di come rendere gli abitanti più compassionevoli e meno violenti. Forse cercherebbero di insegnare al mondo la sanità mentale. Insieme potrebbero fare tantissimo e una conversazione tra loro non potrebbe che fare del bene.

Quali storie cerca in questo momento della sua carriera? Lavorerebbe in una serie tv?
Sin dall’inizio non ho mai avuto un piano, ma ho fatto solo scelte istintive, a volte positive e a volte negative, ma ho sempre scelto io. Ci sono sceneggiature che desidero fare e altre che mi arrivano e che mi fanno innamorare. Quando accade desidero passare più tempo possibile con quel personaggio, fare parte della sua vita. Qualunque film a cui prendo parte però deve rispettare la complessità della natura umana, e anche una commedia romantica deve avere una forte componente umana. La maggior parte dei progetti a cui ho preso parte è arrivato per caso ed è stato amore.
Ho iniziato a lavorare nel cinema e a questo punto della mia vita sarebbe difficile cambiare, ma riconosco che ci sono ci sono emittenti televisive come HBO che presentano serie tv di grande livello. Per me però l’esperienza in sala è comunque diversa, singolare, perché si esce di casa e si sta seduti al buio con degli estranei con cui si condividono emozioni. Anche se siamo in un momento di cambiamento, spero che le sale continuino ad esistere e così le emozioni che suscita il cinema.

Villa dolorosa – Tre compleanni falliti, di Rebekka Kricheldorf

La giovane drammaturga tedesca Rebekka Kricheldorf prende per mano Cechov e la sue “Tre sorelle” per dar vita a Villa Dolorosa, riscrittura delle dinamiche familiari dalle battute irriverenti e audaci. Uno spettacolo in tre atti in cui il tempo scorre solo parallelamente ai protagonisti, sfiorandoli appena, ricordando loro quel tanto che basta per avere rimpianti, piangersi addosso, autocommiserarsi.

Irina, irrequieta e irrisolta, festeggia tre compleanni, ma l’immobilità della vita che si consuma tra le mura della villa fatiscente le regala solo una spirale di battute ripetute, scene già vissute, dinamiche interpersonali messe in piedi così tante volte da essere logore. E all’interno della spirale cadono tutti i protagonisti, incapaci di reagire veramente, inadatti ad afferrare la vita che fuori trasforma il mondo ma che lambisce appena la loro casa.

Solo il giardino muta, investito dal tempo che si arresta contro le mura impenetrabili della villa come un’onda sugli gli scogli. Villa Dolorosa è una bolla, una cellula solitaria che non si aggrega alle altre. Olga, Irina, Mascha e Andrej non solo vivono nell’edificio decadente ereditato alla morte dei genitori, ma ne fanno parte come le assi sconnesse e gli intonaci scrostati. La grande finestra del salotto, unico punto di contatto con il fuori, è l’oblò di una navicella spaziale che fluttua senza mai atterrare completamente, sospesa tra decadentismo e snobismo.

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La membrana semipermeabile che separa le tre sorelle e il fratello dall’esterno non permette osmosi completa. Il mondo non penetra la barriera se non con radi frammenti umani, Georg e Janine, che per un attimo, solo per un attimo, sembrano in grado di rimandare ai quattro fratelli la loro vera essenza, l’immagine riflessa che non vogliono vedere e accettare. Olga disprezza il suo lavoro e la carriera in ascesa e si avvolge nella coperta della solitudine, Irina rifugge dal vuoto e dalla banalità e vaga alla ricerca di qualcosa che la faccia sentire viva, Mascha cerca la vita e il contatto esterno ma si tira indietro non appena questi si fanno troppo prossimi, Andrej attende l’ispirazione per completare il suo romanzo e si perde in una relazione senza uscita. I quattro fratelli cercano solo apparentemente di fuggire dal cerchio in cui sono rinchiusi, tentano di afferrare le mani esterne di Georg e Janine che si protendono verso di loro, ma le dita dei quattro fratelli non si serrano mai completamente attorno a quella possibilità e la lasciano scivolare via, fino a vederla dissolta nel mondo esterno.

I tre compleanni falliscono perché fallisce il tentativo di vivere fuori dai propri orizzonti, di togliersi di dosso la polvere dell’abitudine. Nei tre atti i vestiti non mutano per nessuna delle tre sorelle perché non cambia la vita con cui li intessono, e alla fine indosseranno solo la camicia da notte, simbolo dell’immobilità e del torpore rassicurante che non vogliono lasciare. Ad adattare il testo di Rebekka Kricheldorf è Roberto Rustioni, anche regista e attore dello spettacolo. Al suo fianco Federica Santoro, Eva Cambiale, Carolina Cametti, Emilia Scarpati Fanetti, Gabriele Portoghese della compagnia teatrale Fattore K.

La strega, di Laura Sicignano

Per la V edizione del Festival Inventaria, il Teatro dell’Orologio ha ospitato il Teatro Cargo di Genova. Sul palco si muovono superstizione e paura, parlano odio e rabbia ne “La strega”, un’opera di Laura Sicignano tratta dal romanzo di Luca Vassalli “La chimera”. Nel XVII secolo l’inquisizione non è ancora un ricordo, il peccato si paga, l’ignoranza brucia fino a consumare le ossa e l’anima.

Recensione di Manuel Porretta

Una corona di mele e candele bianche sono l’enclave magico in cui l’intero spettacolo prende forma. A disporle è una narratrice dalla camiciola bianca, dalla lunga gonna rossa e un medaglione sul petto. La sala Gassman del Teatro dell’Orologio diventa una stalla, una vecchia casupola in cui una vicenda ancora più antica viene rievocata. È la storia di Antonia, neonata abbandonata in una fredda giornata di gennaio davanti alla Casa della Carità di Novara. Ma di carità, nella sua vita, Antonia ne riceverà ben poca. Nel convento dove cresce come esposta è vittima per la prima volta del peccato più grave che possa commettere: la bellezza. Se lo trascina dietro come un lungo strascico, che raccoglie occhiate lascive, sguardi di invidia e disapprovazione, pettegolezzi e odio, come fossero foglie secche e marcite. È una colpa che cresce con l’età, che prende la forma di due grandi occhi neri e ricci ribelli e si concretizza nel dipinto sacro in cui Antonia è il volto e il corpo della Madonna. E non può essere acconsentito che la madre di Cristo sia così bella, che ispiri così tanti pensieri incontrollabili. Quella bellezza è innaturale, è un dono demoniaco, Antonia è senza dubbio una strega. Le chiacchiere diventano maldicenze e le maldicenze diventano calunnie e infine prove di colpevolezza. Antonia si unisce al diavolo, fascina uomini e donne, compie sabba sotto il grande castagno. L’inquisizione è la paura che brucia, è il pregiudizio che arde di livore e ignoranza e Antonia è uno dei pesci tra le maglie strette della rete di odio e superstizione che la Chiesa getta nel mare dei peccatori.

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Lo spettacolo La strega ha decine di volti e decine di voci, ma un’unica attrice: Fiammetta Bellone. Suore, risaroli, camminanti, briganti, preti e comari si alternano in rapida successione, si intersecano al racconto della narratrice, ai suoi occhi rabbiosi e alla bocca arricciata in disgusto per ciò che non vuole tacere. Lo sguardo non fugge, si posa sullo spettatore e attende quasi che ceda, che subisca anch’esso il peso della responsabilità, che non si senta immune dalla colpa. Perché sono proprio il pregiudizio e la paura ad essere messi sotto processo, è un Dio lontano che viene condannato, è il nostro voltarci dall’altra parte ad essere additato. Siamo noi che ci commuoviamo per Antonia, ma siamo sempre noi ad appiccare il rogo che divora chi è diverso.