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Guerra bianca, di Robbie Morrison e Charlie Adlard

Bianco e grigio. Si avvicina un’ombra. I suoi contorni si delineano, sono messi a fuoco. È uno scheletro, è la morte pronta a rivolgere il suo sguardo impassibile e donare l’abbraccio definitivo. Poi occhi sgranati che realizzano l’ormai imminente fine e si domandano se non si è, in realtà, davanti a uno specchio. O è il passato che tormenta la mente? Ormai a questo punto, niente ha più senso. Bianco e grigio, soprattutto silenzio.

Già dalle prime pagine si riescono a comprendere i temi portanti e gli interrogativi che pone Guerra Bianca, graphic novel edito da SaldaPress, con testi di Robbie Morrison (2000 AD) e Charlie Adlard (The Walking Dead). Il fumetto è stato pubblicato il 2 dicembre 2016.

Scenografia dell’opera è la Grande Guerra, precisamente il fronte italiano che si stendeva lungo i confini tra l’Italia e l’Impero Austro-Ungarico. Un’estenuante battaglia combattuta in cima alle innevate vette del Trentino, tra la logorante e snervante attesa nelle trincee e l’improvviso e impetuoso assalto del nemico. I protagonisti sono i soldati, qui rappresentati come semplici pedine in balia della gerarchia, del rispetto degli ordini ma, soprattutto, persone con un’identità e una coscienza ormai completamente annullate. Sono fantasmi che combattono, senza umanità. E i pochi animati ancora da un briciolo di speranza, da una fiamma di vita, sono destinati a soccombere, fisicamente ma per lo più psicologicamente.

In questo scenario si muove il fuciliere Pietro Acquasanta, nato e cresciuto proprio su queste montagne ora scenario di una cruenta lotta. I suoi ricordi di una gioventù spensierata scompaiono di fronte alla morte e alla disperazione che ormai regna su queste cime. Pietro incarna chi ancora non vuole arrendersi alla brutalità della guerra, e specialmente all’annullamento, inevitabile, che essa compie sulle persone. Le sue azioni non sono dovute all’odio, all’egoismo e al riscatto sociale. Sentimenti che invece sono il filo conduttore del comportamento del Sergente Maggiore Orsini, rappresentante di una visione molto più razionale e brutale della guerra, o meglio di tutta la vita. Se Pietro si ritrova a essere sì un soldato, ma con ancora una speranza di fratellanza, Orsini agisce seguendo solo il suo istinto di sopravvivenza.

La natura si ritrova, inconsapevolmente, a essere un elemento fondamentale in una guerra. Fin dal titolo del graphic novel, Guerra Bianca, si è voluto dare importanza al suo ruolo. La “Morte Bianca” è un termine usato nelle regioni alpine francesi e italiane per descrivere le valanghe. Saranno proprio loro a divenire un’arma, a essere usate strategicamente per combattere il nemico. La natura però non può essere controllata a proprio piacere. Essa rappresenta la libertà più assoluta. E inglobarla nei meccanismi di una guerra e della mente umana, può solo causare una sua ribellione che porta disperazione su tutti. Sarà Pietro a ripetere questo concetto. Lui, con un padre che gli ha insegnato a rispettare le montagne, non a conquistarle per farle divenire armi di distruzioni di massa.

Le valanghe diventano metafora della guerra. Travolgono e annientano ogni forma di vita. Portano con sé, nella loro discesa, distruzione e morte. Mentre però la natura permette sempre la rinascita, la guerra invece annulla irreversibilmente, colorando di un bianco spettrale le emozioni delle persone.

Nameless – Senzanome, di Grant Morrison, Chris Burnham e Nathan Fairbairn

“L’essere che chiamiamo dio è un prigioniero di guerra di un altro universo?”

L’umanità è nata sotto una cattiva stella. Tra una strage familiare e un conflitto nucleare, la violenza sul nostro pianeta non fa altro che crescere di giorno in giorno, impregnando il dna dell’Uomo. Che ruolo ha Dio in questo scenario misero, qual è l’influenza che Egli esercita sulle nostre vite?
Nameless, ultima fatica di Grant Morrison, è il racconto in chiave fantascientifica della genesi dell’Uomo, un complesso e psichedelico viaggio (nel senso più stupefacente del termine) nella sua natura e nelle sue origini. Pubblicato dall’autore americano nel 2016 e distribuito in Italia dall’editore Saldapress, “Nameless” è una miniserie in sei volumi da leggere – possibilmente – tutta d’un fiato, per poi essere ripresa – ancora e ancora – e sezionata in dettagli, passaggi, citazioni.

Se da un lato, infatti, la storia si sviluppa su un piano narrativo d’azione e orrore, dall’altro il racconto è zeppo di simbologie e rimandi, frutto di una profonda e appassionata conoscenza delle religioni monoteiste e dell’apparato mistico che nei secoli si è sviluppato attorno ad esse. Quanto di più lontano ci sia dal politically correct nel fumetto contemporaneo, Morrison imbastisce una festa blasfema, violenta e complessa, scegliendo un protagonista brutto, sporco e cattivo dal linguaggio alquanto diretto.

“Nameless” si riferisce, appunto al personaggio principale, il “senza nome” le cui vicende aprono e chiudono il racconto. Siamo in un punto indefinito del contemporaneo, quando l’asteroide 626000 Xibalba entra in rotta di collisione con la Terra, proiettando su di essa il suo influsso malefico. Un gruppo di astronauti parte in missione verso questo asteroide per scoprirne i segreti e studiarne la natura e impedire, così, la tragica collisione. Al team si aggiunge presto anche il nostro “senza nome”, una specie di detective mistico, esperto di magia nera, Cabala e amuleti. Con la bella immagine – scelta, non a caso, per la copertina italiana – della squadra di astronauti con le tute segnate da simboli apotropaici, Morrison e il disegnatore Chris Burnham sintetizzano le due ispirazioni convergenti alla base della storia: l’estremamente antico e l’estremamente lontano.

Ogni elemento, ogni nome apre le porte a nuove stanze intepretative, rendendo la lettura del fumetto un’esperienza di ricerca e di studio in chiave pop di un patrimonio secolare. Certamente la vena creativa di Morrison rende il tutto personale e stilisticamente ben definito, esaltando – ancora una volta – la celeberrima firma del fumetto inglese. “Nameless” è un fumetto che solo un autore arrivato a un tale livello di fama e riconoscimento si può permettere, un prodotto che può essere apprezzato pienamente da un pubblico già fortemente legato al suo creatore. La pazienza e la concentrazione richiesta dalla lettura – che salta freneticamente da un piano all’altro, da una dimensione onirica a una realistica, per poi tornare vorticosamente nel linguaggio del sogno e del racconto – lo rendono un fumetto barocco, dove l’occhio si perde facilmente nell’opulenza e nell’ambizione. Esattamente come con il barocco, “Nameless” si può amare o odiare, ma non gli si può certo negare la solida struttura tecnica, premessa necessaria per voli pindarici così arditi.

The Shadow Planet, di Gianluca Pagliarani, Giovanni Barbieri, Alan D’Amico

Il mondo del cinema e quello del fumetto hanno stretto negli ultimi anni un legame sempre più solido. Oltre alla produzione serrata di film (e serie Tv) tratte dalle avventure disegnate degli eroi più popolari della nona arte, non è raro leggere fumetti che si ispirano al mondo del cinema; “The Shadow Planet” dei Blasteroid Bros (nome d’arte di Giovanni Barbieri, Gianluca Pagliarini e Alan D’Amico), pubblicato da Saldapress, è una felice conferma di questa tendenza.

Come nella migliore tradizione fantascientifica, la vicenda si svolge nello spazio profondo, in un universo in cui – apparentemente – i viaggi interstellari sono diventati piuttosto consueti. È parecchio tempo che l’astronave Vidar vaga nello spazio, quando riceve un SOS da una navicella data ormai per dispersa. Il relitto dovrebbe trovarsi su un pianeta disabitato – un pianeta ombra, appunto – dove circa trent’anni prima una famiglia di astronauti vi si era stanziata per alcune ricerche; logica vorrebbe che si tratti di un errore e che si possa continuare la rotta, tanto più che poche ore separano i protagonisti dal ritorno a casa. Tuttavia, per fare luce sulla strana richiesta di aiuto, il comandante Jenna Scott, accompagnata da Mark, Nikke e John Vargo si separano dal resto del gruppo per una missione esplorativa sul pianeta disabitato. Qui, l’equipaggio incontrerà la piccola Rachel, unica superstite di una strage familiare consumatasi sul pianeta, inspiegabilmente sopravvissuta a trent’anni di digiuno, senza invecchiare di un solo giorno.

Così facciamo la conoscenza di John Vargo, il vero protagonista della storia. Vargo risponde allo stereotipo di molti eroi americani contemporanei, spacconi, arroganti e apparentemente mossi da puro interesse personale, eppure in prima linea nella lotta per la sopravvivenza del genere umano. Come spesso accade in questo tipo di storie, la catastrofe incombe e ha l’aspetto mostruoso di una creatura assetata di sangue. L’ambientazione e il design del villain ricordano l’immaginario di Lovecraft, con il suo profilo tentacolare e la sua ritualità antica, violenta e misteriosa: primordiale, ma allo stesso tempo astuto e insidioso, il mostro riesce a penetrare nella microsocietà umana sopravvissuta sul pianeta, prendendo possesso dei corpi dei personaggi.

“The Shadow Planet” riprende i topoi del genere fantascientifico nato negli anni Cinquanta, quando signori come Ed Wood e Roger Corman iniziarono a inserire elementi horror nelle classiche storie ambientate nello spazio. Film come “Plan 9 from Outer Space” e “Il mostro del pianeta perduto” hanno scritto le prime battute di questo genere ibrido, che ha dato vita a saghe di grande successo come quelle di Alien e Predator e alla firma inconfondibile di John Carpenter. A loro volta questi autori si sono ispirati a un media più antico, prendendo spunto dalle atmosfere orrorifiche e dalla creature mostruose di H. P. Lovecraft. Con questo spirito nasce anche il fumetto dei Blasteroids, una pronta risposta al bisogno di fumetto d’azione di qualità, in grado di giocare coi generi senza prendersi troppo sul serio.

Gli ingredienti per un buon prodotto ci sono tutti: uno stile di disegno realistico molto ben curato, dalle linee morbide e seducenti (specialmente nei corpi femminili, fortemente eroticizzati), una scrittura rapida e divertente e una storia avvincente, anche se non troppo originale. Nel manierismo e nel suo gioco degli omaggi, d’altra parte, il buon autore è colui che trova il giusto dosaggio di ingredienti già collaudati, inventandosi chiavi di lettura sempre diverse a storie sostanzialmente già sentite.

Quarto progetto di casa Radium – l’etichetta editoriale fondata da Matteo Casali e Alessandro “Doc Manhattan” Apreda – The Shadow Planet è nato grazie al supporto diretto dei fan Questo nuovo sistema editoriale (che si appoggia, a prodotto finito, alla tradizionale distribuzione Saldapress), si basa, infatti, sull’ormai collaudato mezzo del crowfunding e offre l’indiscutibile vantaggio per il lettore di scegliere l’opera che vorrebbe leggere, restituendo all’acquirente un certo potere decisionale.  The Shadow Planet è, dunque, un prodotto a km zero, uno scambio diretto fatto da appassionati per gli appassionati, un racconto genuino di sesso, violenza e mostri spaziali che regge perfettamente proprio sulla sua schiettezza.

Airboy, di James Robinson e Greg Hinkle

“Airboy. Un progetto che ha deliziato alcuni e fatto infuriare altri. Un’opera sicuramente provocatoria e – spero – divertente. Ma quello che davvero mi auguro è che sia, anche se opportunamente filtrata e deformata, sincera.
[James Robinson]

Il britannico James Dale Robinson, in qualità di sceneggiatore noto semplicemente come James Robinson (Manchester, 1º aprile 1963), ha consegnato alla storia un graphic novel d’autore fresco, veloce, che diverte e si diverte a dissacrare miti cartacei e la sua stessa figura di scrittore di successo. Robinson, infatti, è stato premiato con l’Eisner Award 1997, nella categoria “Miglior storia a puntate”, per la saga contenuta nei numeri dal 20 al 23 del suo Starman, finora la sua opera di maggior pregio, in cui ha rivitalizzato un personaggio della Golden Age del fumetto americano, caduto nell’oblio degli anni ‘50, come molti suoi colleghi anche di maggior fama, rendendolo un successo di critica e pubblico.

Un milione di anni fa, nell’attesa che una delle due grandi case editrici di fumetti americane, la Marvel Comics e la DC Comics, mi ingaggiassero come autore, scrivevo graphic novel e miniserie piuttosto bizzarre per piccoli editori. Qualcuno che abbia familiarità con i miei lavori ricorda per caso Illegal Alien, Blue Beard, 67 Seconds o la mia prima opera pubblicata, London’s Dark? Non mi ero allontanato consapevolmente da questo tipo di cose, che definirei personali e sperimentali, eppure erano passati anni dall’ultima volta in cui avevo anche soltanto pensato a qualcosa del genere. Anni? Se ci rifletto bene, credo fossero decenni. Volevo togliermi di dosso un po’ di quella ruggine creativa che avevo accumulato e Airboy mi sembrava l’occasione giusta. Volevo superare i confini tradizionali di questo genere di storie. Volevo turbare e provocare, comunicare le paure e le insicurezze che avevo dentro, le meschinità tra colleghi, l’angosciante terrore che la mia prossima idea potrebbe essere l’ultima. Volevo mettermi a nudo. E volevo farlo con un umorismo incentrato il più possibile su di me.

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Airboy è un aviatore, il protagonista di una celebre serie a fumetti ambientata durante la Seconda Guerra Mondiale e appartenente, sempre, alla Golden Age. Un personaggio in guerra perenne contro il nazismo e declinato attraverso avventure che si dipanano tra cielo e terra, affiancato da uno squadrone di assi dell’aria. Il presupposto, però, che innesca la trama dell’Airboy di James Robinson (storia) e Greg Hinkle (disegni), è che il copyright del personaggio in questione non è stato rivendicato da nessuno alla scadenza. Così, come in un crossover tra realtà tangibile e un multiverso fatto di matita e china, un James Robinson riluttante e depresso viene assunto da Eric Stephenson di Image Comics [casa editrice della versione originale] per forgiare per Airboy un reboot come solo lui sa fare, un probabile trionfo come quello di Starman o Hawkman. Quello che ne nasce è una straordinaria avventura metafisica, metafumettistica farcita di humour ed elementi autobiografici anche intimisti, che vede Robinson coinvolgere Hinkle in stravizi e festini a base di sesso, droga, poco rock e molto rolla&sniffa nell’attesa di avere l’ispirazione giusta. Ma con Airboy non si scherza! Un personaggio integerrimo e incorruttibile come lui non può lasciare le mirabolanti peripezie del suo squadrone in mano a due debosciati pusillanimi. La sua bussola morale risulterà intaccata dalla nostra realtà depravata e superficiale? Come ottenere attenzione e rispetto dai suoi due increduli nuovi autori? Quale realtà avrà la meglio sull’altra?

AIRBOY è uno dei fumetti Image Comics più sorprendenti, geniali e divertenti degli ultimi anni. Un delirio assurdamente lucido di Robinson, che Hinkle fa volteggiare ad alta quota con il suo stile da indipendente e che Saldapress orgogliosamente pubblica in Italia in un volume brossurato di 120 pagine totalmente a colori e senza censure di alcun tipo, al prezzo di 14,90€. I primi quattro numeri sensazionali capitoli di Airboy sono impreziositi da contenuti extra di notevole interesse: la prefazione di James Robinson – che introduce in maniera puntuale quanto necessaria il lettore all’interno dell’opera ancora prima di aver letto il primo balloon –, gli studi sui personaggi, pagine della sceneggiatura originale, storyboard e making of del processo di realizzazione di alcune delle tavole più belle. Lecito aspettarsi un giorno, speriamo non troppo lontano, una deluxe edition cartonata.

Tutti quelli che leggono Airboy a un certo punto mi chiedono: «E allora? Tutte quelle cose sono successe veramente? Quanto c’è di vero?». E la mia risposta è sempre la stessa: «Tutto e niente. Decidete voi». Sono immensamente orgoglioso di questo lavoro. Lo considero tra i migliori tra quelli che ho scritto durante tutto l’arco della mia carriera. Credo fermamente, però, che qualsiasi sforzo artistico funzioni meglio quando nessuno lo spiega. Io ho finito, quindi, adesso tocca a voi. Grazie
[James Robinson]

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Volt, che vita di Mecha Vol. 1, di Stefano ‘TheSparker’ Conte

Per un lettore appassionato, entrare in una fumetteria equivale a vivere un’esperienza inebriante. Ogni volta è come se fosse la prima. Scaffali colmi di volumi, l’odore della carta e dell’inchiostro, gadget vari sui propri eroi preferiti. Un luogo in cui sentirsi a casa, coccolati, liberi di abbracciare totalmente una passione, senza giudizi da nessuno. Dove è possibile avere risposte e consigli sulla prossima lettura da fare. Custodi e guide di questo posto sono i proprietari delle fumetterie o chi ne fa le veci, i commessi. Sono loro a dover affrontare questi accaniti lettori, con le loro domande e richieste, a volte fin troppo bizzarre anche per chi lavora in un mondo dove regna la fantasia.

Questa è la scenografia per il nuovo fumetto Volt – Che vita di Mecha, edita da SaldaPress con autore il talentuoso Stefano “TheSparker” Conte, prima serie regolare bimestrale italiana. Il volume #1, C’era una volta la fumetteria, è stato pubblicato il 20 gennaio 2017, mentre il #2, Il nemico alla porta, è uscito il 10 marzo 2017.
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Protagonista del fumetto è Volt, un robot che ha come scopo nella vita quello di divenire un fumettista. C’è però un ostacolo sul suo percorso verso il traguardo, sua madre. In lei si ritrova lo stereotipo della figura materna apprensiva e autoritaria, che vorrebbe il figlio impegnato con un lavoro serio, ovviamente secondo il suo punto di vista, anche se lontano dalle sue passioni. E per rafforzare ancora di più il concetto di mamma tirannica e senza scrupoli, è raffigurata con le sembianze di Darth Vader. Volt, nel frattempo, è impegnato nella stesura del suo primo fumetto. Una volta terminato e speranzoso di vederlo presto venduto, si ritroverà, tramite una rete d’inganni, coincidenze e trappole, a svolgere il lavoro che più odia al mondo, il commesso in un negozio di fumetti.

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Molte persone, specialmente giovani, s’immedesimeranno in Volt. È il rappresentante di una generazione piena di sogni, talentuosa e speranzosa che però deve affrontare le aspettative opprimenti di familiari o più in generale della società. Come se ormai il seguire la propria passione fosse visto come qualcosa di assurdo e incomprensibile. Mentre accettare un lavoro qualsiasi, e persino odiato, sia il massimo traguardo che si possa sperare.

Tutte le esperienze però servono. Bisogna saper cogliere il meglio anche da una situazione avversa. Volt non ama stare tra la gente, altro motivo per non apprezzare il lavoro di commesso. Come gli è fatto notare, però, un fumettista si rivolge alle persone. Come può arrivare ai lettori se non li conosce, anzi li scaccia? Lavorare in una fumetteria sarà proprio il mezzo per scoprire i desideri delle persone. Inoltre quest’esperienza per Volt sarà formativa, poiché avrà a disposizione numerosi volumi da cui apprendere i segreti dei fumetti.

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L’efficacia di Volt – Che vita di Mecha è il riuscire ad affrontare, con umorismo, ironia e leggerezza, temi molto attuali e descrivere, senza pregiudizi, un sognatore che non vuole arrendersi a una vita disincantata.

 

Dirk Gently vol. 1 – L’interconnessione della realtà, di Ryall, Askin e Kyriazis

La realtà è composta da fili, una trama fitta intessuta di fatti, eventi, storie, persone. Per alcuni decifrarla è questione di deduzione logica, per altri è analisi profonda di ogni minimo dettaglio, per l’investigatore olistico Dirk Gently è questione di olismo.
Per il personaggio inventato da Douglas Adams, padre del noto “Guida galattica per autostoppisti”, la realtà è un puzzle composto da pezzi che apparentemente non si incastrano tra loro, non combaciano per forma e colore, ma che solo il suo intuito folle riesce a far collimare. “Tutto è connesso”, è solito ripetere. È un personaggio stravagante quello che la penna di Adams ha creato sul finire degli anni ’80, un’anima eccentrica che si allinea con i lavori precedenti dello scrittore e porta avanti un mondo plasmato dallo humor e dalla apparente casualità dei fatti.

Forse non è nemmeno un caso che negli ultimi mesi Dirk Gently abbia respirato nuovamente, prima sullo schermo nella serie tv prodotta da BBC America, poi sulla carta, nei fumetti ad opera di Chris Ryall, Tony Ainkins, Ilias Kyriazis e pubblicati in Italia da Saldapress. La vena surreale e al contempo intelligente che lo scrittore inglese aveva insufflato nel suo personaggio non è dunque svanita con la prematura morte del suo creatore, nel 2001, ma ha trovato nuovi spazi di esplorazione, in cui la connessione tra più generi letterari trova compimento.
Dirk Gently, infatti, non è un investigatore olistico solo perché capace di suturare alla perfezione parti apparentemente incompatibili della realtà, ma anche in quanto appartenente ad uno spazio letterario che coniuga il genere fantasy al giallo e alla fantascienza. E con la stessa acutezza sia Douglas Adams sia la sua creatura riescono a smontare i luoghi comuni di queste tre categorie e a renderle qualcosa di nuovo attraverso una vivacità e uno humor sui generis.

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Una riprova è anche la prima avventura a fumetti “Dirk Gently, agenzia di investigazione olistica vol.1: l’interconnessione della realtà”, in cui l’investigatore inglese lascia il suo habitat europeo per trasferirsi al di là dell’oceano, dove è costretto a contrapporre la sua mentalità British alla forma mentis dei suoi assistenti, molto americani. Un contrasto che sarebbe stato caro anche all’autore originale.
Atterrato a San Diego quasi per caso, Dirk Gently si appropria per sbaglio di un borsone appartenente a una coppia di serial killer, per poi trovare i propri assistenti, o meglio soci, nella stravagante tea shop di ispirazione investigativa “Ficcanaso e foglie di tè”. Questi primi ingredienti, però, sono solo una minima parte di ciò che la ricetta olistica prevede, e nel grande calderone finiranno anche una maledizione egizia, misteriosi cellulari dorati, bizzarri personaggi.

I disegni, ad opera di Tony Ainkins e Ilias Kiryazis, supportano bene la struttura narrativa, con colori vivaci e tratti che ben delineano personaggi ed espressioni, senza un eccesso -o un difetto- di particolari, ma con una lieve sfumatura caricaturale utile a sottolineare la vena umoristica dell’intero progetto. La storia scorre rapidamente, il ritmo è buono e la trama in linea con ciò che ci si potrebbe aspettare dal personaggio nato dalla penna di Adams.
Per chi avesse visto anche la serie Netflix con protagonisti Samuel Barnett ed Elijah Wood, sappia che il producer della serie TV, Arvid Ethan David, ha supervisionato anche il fumetto. Anche questo fa parte del motto di Gently “tutto è connesso”?

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Titolo: Dirk Gently vol. 1
Sottotitolo: L’interconnessione della realtà
Autore: Chris Ryall, Tony Askins, Ilias Kyriazis
Collana: Fuori Collana
ISBN: 9788869192340

I Girovaghi, di Massimo Bonfatti

Una grottesca famiglia di nomadi che transita da una vignetta all’altra a bordo di un precario baraccone di legno, i cui componenti  urlano, sbraitano, giocano e non perdono occasione di sfoderare un’insolità autenticità e un umorismo esilarante. Palcoscenio dei loro pellegrinaggi: il mondo intero. Eccoli I Girovaghi, politicamente scorretti e irritanti, sono i protagonisti di una serie di incredibili vignette firmate dal caro vecchio (si fa per dire!) Bonfa.

In un certo senso questi personaggi sono l’emblema dell’instabile, dell’errabondo – come suggerisce il titolo stesso – tuttavia le loro avventure hanno trovato una sistemazione definitiva, oltre che elegante, nel nuovo volume edito da Saldapress, per la collana Maèstro: 104 pagine che raccolgono le strisce realizzate nel corso degli anni dall’autore modenese Massimo Bonfatti, oltre a una serie di bellissimi materiali extra a colori che raccontano le origini e l’evoluzione di questo micromondo a fumetti.

Si parlava di instabilità. Sì, perchè le vicissitudini editoriali che hanno accompagnato le varie pubblicazioni e incursioni de I Girovaghi ce le racconta l’autore stesso in una delle postfazioni che arrichiscono questa raccolta: ripresi e abbandonati più volte durante la sua carriera, queste strip furono pubblicate alla fine degli anni 80 sulle pagine di Lupo Alberto per volerere di  Silver il quale scrive una prefazione al volume che suona come una vera e propria dichiarazione d’amore per il progetto del collega.

La provvisorietà è dunque la cifra stilistica di questa serie a fumetti, una caratteristica tutt’altro che rigettata ma piuttosto consapevolmente adottata per esprimere quel sentimento verace che solo un certo tipo di fumetto d’autore sa restituire al lettore. Che siano vignette autoconclusive, strip da tre vignette, tavole singole o mini-racconti di 4 pagine, I Girovaghi non perdono la loro verve mordace e non smentiscono mai la loro vocazione libertina. L’autore evidentemente non ha potuto fare a meno di adattare il formato all’esigenza narrativa, o più semplicemente ha voluto assecondare il bisogno di libertà dei suoi personaggi, non legandoli mai a una gabbia fumettistica ben precisa.

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I Girovaghi sono una variopinta rappresentazione a fumetti di ciò che è in continuo movimento e come tale non appartiene a nessun luogo, a nessuna idea dominante e può permettersi di guardare la realtà con disicanto o dissacrante cinismo. E lo fa senza peli sulla ligua! Piene di ritmo e di ironia queste vignette restituiscono l’immediatezza della voce di Nando, di sua moglie Gina, della loro irrefrenabile prole e del balbettante Arturo, il gigante buono che fa da “carburante umano” alla casa mobile.

Evoluzione grafica di un esperimento giovanile di Bonfa, questa famiglia ha fatto irruzione nel mondo dei balloon con il nome di “Circo Bodoni” (che il volume della Saldapress ha il merito di restituire al lettore in tutta la loro bellezza di versione prototipale). Pur con delle importanti differenze rispetto alla prima versione, i personaggi hanno conservato le fattezze grottesche che li caratterizza in maniera superlativa. Le loro sembianze strampalate in qualche modo chiudono il cerchio di una tradizione caricaturale circense che risale addirittura al medioevo.

Va tenuto presente però che esiste caricatura e caricatura. Esiste la caricatura che “va di moda”, è fine a se stessa, è pure esercizio stilistico. Esiste poi il grottesco che investe tanto la veste grafica del fumetto quanto il tono narrativo dello stesso e sceglie l’esagerazione per dire qualcosa di più.

È  il caso del naso di Nando, patriarca di questa insolita famiglia, il cui naso bitorzoluto non è semplice scelta di stile ma, come notano i due figli minori, riporta tutta la biografia del personaggio scritta sopra. L’esteriorità dei personaggi ha un senso ben preciso, segue gli stereotipi e li sa valorizzare.

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Esiste anche umiltà e umiltà: c’è l’umiltà che è sciatteria, è furbizia, è marketing e finta modestia. E poi c’è l’umile serenità di chi ha qualcosa di valore da dire e non ha bisogno di dimostrare nulla, la grandezza di quello che ha da raccontare si manifesta da sè.  E Bonfa, con la sua militanza esclusiva nella scuola modenese di Silver e Bonvi, lo sa bene.

È quest’ultima la “burlesca disapprovazione” con cui i Girovaghi attraversano il mondo (e il mondo dei fumetti) e risolvono in un modo assolutamente originale e irripetibile lo scontro tra illusione e realtà: la libertà assoluta diventa una fuga continua dalla legalità, la citazione disneyana viene ribaltata e adattata alla vita di nullatenenti, la visualizzazione grafica delle note di uno zingaro che suona diventano cibo per uccellini. Non c’è schermo tra ciò che è sublime e dignitoso e ciò che invece l’ironia può distorcere.

C’è come una sorta di Impertinenza in queste vignette. Quando tutto fa pensare a una situazione seria, quasi poetica, Bonfa trova l’espediente: un dettaglio, una battuta, una stonatura rispetto al normale andamento della vita come siamo abituati a considerarla e il lettore si ritrova spiazzato di fronte a un’ironia benevola e discreta che va accettata e goduta a cuore e mente aperti.

Non è tutto qui: per il linguaggio umoristico nulla è superfluo, dunque nelle vignette di Girovaghi nulla è inutile, tutto fa riflettere sul personaggio, sulla sua mentalità. Così il nome di Gina, moglie e madre ideale, deriva dall’abbreviazione di Re-gina, cela dunque il valore del pezzo chiave della scacchiera, quello che in fin dei conti si fa davvero il mazzo per tutti gli altri! E ancora i peti musicali Arturo che mostrano tutto il candore disarmante del personaggio o Paprika, la figlia minore, indifferente ai rimproveri della madre grazie a strati di sporcizia nelle orecchie.

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Tutto questo dimostra la gioia creativa dell’autore, il godimento che c’è dietro la caratterizzazione dei protagonisti, come emerge anche dagli sketch riportati a fine volume. Uno di essi addirittura è dichiaratamente una figura autobiografica (correte a scoprire di quale personaggio si tratta!).

Il tono narrativo comico e la bassezza di questi personaggi, che tuttavia reclamano la propria dignità anche con la forza se serve (Nando è sempre pronto a passare alle mani!), rappresentano un baluardo, una estrema difesa per ricordare a chi legge che non vale mai la pena prendersi troppo sul serio. Che in un mondo variopinto in cui si considera il diverso è possibile astenersi dall’esprimere un giudizio, perché siamo tutti sotto lo stesso cielo di cartapesta. I Girovaghi lo sanno e provano a condividere questa consapevolezza con noi lettori.

In un’epoca in cui la ricerca di stabilità è un imperativo categorico, il carrozzone dei Girovaghi di Bonfa rovescia ogni prospettiva e trascina il lettore in un’ironia troppo spesso dimenticata: quella che sa essere elegante e intelligente.

DATI TECNICI

I girovaghi
di Massimo Bonfatti
Editore: SaldaPress
Collana: Maèstro
Anno edizione: 2016
Pagine: 104 p., ill., Rilegato