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Providence, di Alan Moore con i disegni di Jacen Burrows

I critici l’hanno definito il Watchmen dell’horror. Providence è la nuova fatica di Alan Moore (V per Vendetta, Watchman, La lega degli uomini straordinari) disegnata da Jacen Burrows (Neonomicon, Ultimate Spider-Man Special #1), edita in Italia dalla Panini Comics: una miniserie di 12 numeri che unisce creature mostruose, incubi ancestrali e un protagonista decisamente atipico in una serie di cui in Italia sono disponibili i primi quattro episodi pubblicati in un unico volume.

Il titolo è già evocativo: tutta la trama ruota attorno ai miti e ai racconti creati dal cittadino emerito di Rhode Island, Howard Phillips Lovercraft, considerato tra i grandi scrittori di horror non solo statunitensi ma mondiali (celebri i suoi  Il caso di Charles Dexter Ward, Le montagne della follia e La maschera di Innsmouth). Providence è una sorta d preludio ad altre due opere del fumettista britannico, Neonomicon e Il Cortile, dedicati a Cthulhu, Dagon e alle altre orribili e inquietanti divinità che vanno sotto il nome di “Grandi Antichi”. Il protagonista è Robert Black, un giornalista dai modi gentili che, partendo da una serie di suicidi sospetti legati a un libro chiamato Sous le monde, si avventura sempre più nel profondo di un’indagine che lo condurrà alla scoperta di inquietanti cittadine americane, in cui uomini dai lineamenti stranamente simili a quelli dei pesci seguono culti antichissimi con lo scopo di risvegliare ciò che dovrebbe dormire per sempre.

Providence - Alan Moore

Il legame con Lovercraft è evidente: squallore urbano, le scene di sesso, il rock, le droghe, gran parte dello splatter e l’ambientazione moderna che avevano creato polemiche, scandali e persino censura si uniscono in Providence a una  narrazione che inizia nel 1919, epoca in cui l’autore era a malapena conosciuto, e che ci mostra il suo legame con i racconti e leggende che possono averlo ispirato. Moore ha dichiarato che con Black voleva creare un personaggio che fosse specchio del suo tempo, nel modo di agire, pensare e scrivere, ma che allo stesso tempo riuscisse a distaccarsi e distinguersi dalla massa.

La sceneggiatura, è vero, ricalca molto l’ambientazione dei primi del Novecento, con un ritmo poco incalzante e dialoghi lenti, spesso caratterizzati da un linguaggio fedele a livello storico ma poco coinvolgente. Dov’è la relazione che le storie di Lovercraft riescono a stabilire col lettore? Dove quella capacità di tratteggiare un piccolo universo parallelo in cui sospendere per un momento l’incredulità per porsi alcune domande che camminano sul filo del visibile e dell’invisibile? La scelta, ad esempio, di intervallare lo svolgimento della storia con pagine intere di diario che non aggiungono nulla di nuovo ma ribadiscono quanto era già stato disegnato nelle tavole precedenti, riulta sorprendente vista la maestria a cui Moore ci aveva abituato nel coniugare le voices off con le scene a fumetti. Non giungono in aiuto nemmeno i disegni di Burrows. Il suo tratto, che solitamente entra in perfetta sintonia con le idee di Moore, manca di una verve orrorifica in grado di rendere coerente il contenuto con ideologico con l’espressione a fumetti.

Providence - Alan Moore

Questo primo volume di Providence lascia senza dubbio con qualche perplessità ma, al tempo stesso, con la curiosità di scoprire con quali avventure Robert Black dovrà fare i conti, certi che Alan Moore avrà altre (e sorprendenti) sorprese da riservarci.

Gemma Bovery inaugura il 32° Torino Film Festival

Diretto dalla regista francese Anne Fontaine, la commedia Gemma Bovery, che ieri ha inaugurato la 32° edizione del Torino Film Festival, trae ispirazione dalla graphic novel del 1999 di Posy Simmonds, già autrice di Tamara Drewe, da cui è stato tratto un film nel 2010. Il film racconta le fantasiose e audaci avventure sentimentali dell’inglese Gemma Arterton, costruite ad arte per fuggire dalla tediosa quotidianità di un villaggio della Normandia.

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La storia si svolge interamente in un paesino francese in cui la vita è scandita dai soliti ritmi: il caffè del mattino, il mercato, il pane appena sfornato. Il panettiere Joubert è proprio la perfetta incarnazione della tranquillità del villaggio; non più giovane, si è convinto di essere al riparo dagli impulsi della giovinezza. Ma le sue convinzioni sono smentite dall’arrivo in paese del signor Bovery e della sua giovane moglie, l’inglese Gemma, dotata di una sensualità e un’inquietudine in grado di sconvolgere il maturo panettiere.

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E la chiamano estate, di Jillian e Mariko Tamaki

Per due bambine cresciute passando ogni anno le vacanze estive insieme, rivedersi a distanza di qualche anno può assumere un significato davvero speciale. E così, ormai prossime all’adolescenza, Rose e Windy si ritrovano coinvolte in un’avventura che le vede ancora una volta insieme e che darà al loro legame una nuova prospettiva.

Quante pagine ci vogliono per raccontare un estate? Le cugine Tamaki per questo libro se ne prendono ben più di trecento, ma non per quella che in superficie può sembrare una storia di amicizia o di cotte adolescenziali. E La chiamano Estate è piuttosto una delicata rappresentazione di un momento chiave della crescita, quello in cui la leggerezza dell’infanzia viene meno ed i pensieri della vita adulta, nostri e delle persone che ci gravitano attorno, finiscono inevitabilmente per piombarci addosso e cambiarci. Inutile tentare di conservare l’odore di vacanza nei propri polmoni. Non si può trattenerlo per sempre. Non funziona. Rose, ragazzina in villeggiatura con i propri genitori presso l’abitudinaria meta di Awago Beach, ci aveva già provato ma non aveva capito la lezione.

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E La chiamano Estate è più un sentimento che un racconto, sbiadito ed agrodolce, come la palette di colori della copertina suggerisce abilmente alla prima occhiata. Piccoli drammi familiari tenuti nascosti sotto il tappeto, nuovi incontri e scoperte vissute insieme all’amica del cuore Windy romperanno l’abitudinarietà e l’idillio del concetto di estate. Ma di fatti ne accadono in realtà ben pochi e la narrazione procede in un susseguirsi di scambi di battute semplici ed oziose, nel pieno rispetto di quello che è il vocabolario di una quasi adolescente e della lentezza delle sue giornate. La confusione della protagonista però è palpabile mentre le tavole scorrono veloci e si gustano comodamente in un unica lettura. L’angoscia è vivida e coinvolgente, di quelle che colpiscono sottopelle.

M.N.