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It: Capitolo uno, di Andrés Muschietti

Feroce, crudele, macabro e violento nella misura richiesta dal pubblico, apprezzato in ogni suo aspetto formale, l’It: Capitolo uno di Andrés Muschietti si eleva a capolavoro indiscutibile del genere horror adolescenziale. Il Pennywise che Bill Skarsgård [Allegiant, Atomica bionda] si è cucito addosso, ammalia e terrorizza con i suoi occhi penetranti e taglienti, con le sue movenze scattose e una verve che fa quasi impallidire il generoso Tim Curry che da solo, letteralmente da solo, salvava la ormai dimenticabile produzione televisiva degli anni ‘90.

Il Male innominabile, nascosto nel profondo di ogni comunità, per quanto piccola, e nel profondo del subconscio di ogni essere umano, per quanto coraggioso, si manifesta principalmente nelle sembianze di un clown che indossa un costume dal design molto ricercato e studiato nei minimi particolari. Per riassumere in un unico capo d’abbigliamento tutte le generazioni in cui It ha portato a termine il suo bisogno di sangue, la costumista Janie Bryant ha ideato una tuta sagomata che include contemporaneamente reminescenze medievali, rinascimentali, elisabettiane e vittoriane, con tanto di plissettatura fortuny che contribuisce a rendere ancora più barocco, e quindi enigmatico, per anacronia, tutto l’insieme.

Una sorta di “lasciate che i bambini vengano a me”, ma con un epilogo contrario al messaggio evangelico-cristiano. Pennywise rappresenta il baratro della paura più profonda, il buio denso dove ogni cosa può perdersi per sempre, persino la più pura delle innocenze. Il Male nel suo stato più beffardo: orditore di inganni, come il Diavolo delle leggende popolari. Una creatura mutaforma che vive del dolore e delle sofferenze altrui e si nutre di sangue innocente, non prima di averlo annegato nella paura più soffocante.

«Galleggerai quaggiù! Tutti galleggiamo quaggiù! Sì! Galleggiamo!»

A sorprendere piacevolmente, se così si può dire anche in un horror, sono anche le molte trasformazioni di It, ben bilanciate tra citazioni letterali del romanzo e nuove idee che scavano nell’immaginario collettivo. L’essere senza forma che vive nelle acque nere e che, come l’acqua per mostrarsi in forma tangibile assume le sembianze di qualsiasi recipiente che possa scatenare sgomento, la bestia che sopravvive nei secoli dei secoli grazie ad un tacito tributo di carne fresca, fornito da vittime innocenti, non è che la naturale evoluzione di un archetipo che ha origine nella notte dei tempi: non c’è bisogno di scomodare trattati di antropologia per riconoscervi la paura allo stato puro, quella che i primi uomini esorcizzavano disegnando nelle grotte, protetti dal fuoco. È scritto nel nostro stesso DNA. Basta solo che ciascuno di noi ricordi. Stephen King ha solo dato voce a quello che abbiamo vissuto, per diretta esperienza, figurata o reale che sia, e che torna virtualmente negli incubi notturni, quando siamo più fragili e indifesi. O nel buio di una sala, come ha fatto egregiamente Muschietti.

L’opera più corposa di Stephen King (1986) è diventata negli anni il prototipo di tutta una sequenza di storie, nella sua stessa bibliografia come in quella di altri scrittori e sceneggiatori successivi. Da Stand by me a Cuori in Atlantide, se si vuole rimanere tra le pagine kinghiane, da I Goonies al più vicino, per ordine di tempo e per le sue molte affinità, Stranger things, tutti hanno raccolto spunti a piene mani, imparando la lezione che una ricetta perfetta è il risultato di una successione di ingredienti ben ponderati e pesati.


Un pizzico di Goonies, una bella dose di Stand by me, tanto Nightmare on Elm Street e, per finire, una spolverata quanto basta di Stranger things e la ricetta per il successo del nuovo It è pronta, basta infornare in una grande sala buia, ben climatizzata e dall’audio avvolgente e aspettare solo che la storia faccia il suo corso. E che storia! Una rivisitazione della fiaba gotico-grottesca tipica dei Grimm con tanto di utilizzo del sottotesto allegorico: sono tantissime le allusioni ai rituali d’iniziazione, alla perdita dell’innocenza, alla crudeltà amorale dell’infanzia, ai patti di sangue e ai tributi e sacrifici ad una divinità latente. Ma se sono una presenza costante nel romanzo, non lo sono così tanto nel film, per non appesantirne troppo la fruizione, probabilmente. Alla luce di questo, per quanto sia entusiasta di It: Capitolo uno, rimango dell’opinione che, per mettere ben in evidenza questi interessanti aspetti nascosti del romanzo, la forma perfetta sia una serializzazione di più ampio respiro. Netflix, pensaci tu!

«Prenderò tutti voi e mi nutrirò della vostra carne come mi nutro delle vostre paure!»

Resta scritto negli annali, comunque, che il più famoso romanzo di King ha finalmente avuto il degnissimo adattamento che meritava, con buona pace dei fan più integralisti. La Warner Bros, dopo ben due defezioni che avrebbero potuto minarne alle fondamenta la progettazione, ha coraggiosamente affidato il film ad un regista emergente ed è stata ripagata davvero a peso d’oro. Andrés Muschietti, argentino di chiare origini italiane, aveva diretto in precedenza solo un altro film: La Madre, un horror-thriller ben giudicato dalla critica internazionale, che ha come protagonista la Jessica Chastain che, quasi sicuramente, interpreterà la Beverly adulta in It: Capitolo due.


Dopo l’enorme successo ottenuto da It: Capitolo uno, per Muschietti si vocifera già di un nuovo ambizioso progetto da tramutare in oro: la trasposizione live-action di Robotech, la risposta datata 1985 agli anime giapponesi della Tatsunoko, di genere sci-fi war, che ha per protagonista un’intera fanteria di giganteschi robot. Nell’attesa, analizziamo quello che è a tutti gli effetti da considerare il nuovo horror campione d’incassi della storia del cinema.

I sette “Perdenti” [“Losers” in originale, come si può notare dalla scritta sul gesso di Eddie] hanno ottimamente interpretato i loro ruoli coinvolgendo non poco un target molto ampio di spettatori. Jaeden Lieberher [Midnight special, St. Vincent] è BILL DENBROUGH, che non ha mai superato la scomparsa del fratellino Georgie, finita nelle fauci di It. Il chiacchierone dalle mille voci RICHIE TOZIER è interpretato da Finn Wolfhard [protagonista di Stranger Things], Jeremy Ray Taylor [42, Geostorm] è l’architetto in erba BEN HANSCOM; Jack Grazer [Tales of Halloween, e prossimamente Shazam!] invece è il cagionevole EDDIE KASPBRAK. A completare il cast Wyatt Oleff [Guardiani dellae Galassia] alias STANLEY URIS, Chosen Jacobs, ossia MIKE HANLON, e Sophia Lillis, attrice estremamente fotogenica che sembra già di un altro pianeta mentre interpreta il personaggio di BEVERLY MARSH, e ha ancora solo 15 anni.

Al momento non è stata annunciata ufficialmente la lista completa degli attori chiamati ad interpretare i teenager ormai divenuti adulti in It: Capitolo due. Vi terremo aggiornati!

Alien: Covenant, di Ridley Scott

Ambientato 10 anni dopo gli eventi di Prometheus, Alien: Covenant è il sesto capitolo del successo interplanetario ideato da Ridley Scott. Sei film, senza ovviamente contare i crossover con il franchise di Predator, con almeno un altro in lavorazione. Per capire come mai sia giusto scrivere “almeno” l’invito è di arrivare in fondo all’articolo, quando sarà giunto il tempo delle news!
Questo secondo film della nuova trilogia chiude vecchi percorsi narrativi, senza esaurirli del tutto, in realtà, e apre la strada a nuovi scenari, lasciando tutti sulla poltrona con il cuore in gola per la paura e il fiato sospeso per l’immancabile cliffhanger, magari non proprio impensabile, ma che permette di compiere ogni sorta di congettura su come si collegheranno le due trilogie, se avranno un legame le figure femminili che anticipano la venuta di Ripley. E non è forse questo il compito di un’opera d’arte: portare la mente dello spettatore a creare ulteriori prospettive sfruttando la propria immaginazione?

Attraverso una ben ponderata miscellanea di corsi e ricorsi storici conditi da interessanti sorprese narrative, la trama di Alien: Covenant si dipana tra illusioni, inganni e una netta contrapposizione fra istinti di conservazione della specie. Umani, xenomorfi, “Ingegneri” e intelligenze artificiali si contenderanno il predominio sulle altre specie ma prima dovranno lottare contro chi vuole solo un posto al vertice della catena alimentare.

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L’astronave Covenant è in viaggio verso Origae-6. Ibernate al suo interno, 2000 persone sono incaricate di colonizzare il nuovo pianeta e renderlo il nuovo avamposto dell’umanità. Ma la tranquillità del loro sonno indotto è spezzato da un’esplosione stellare che distrugge le vele di navigazione e miete vittime, anche illustri. Il comandante Oram, religioso fin nell’etimologia latina del nome, prende una decisione che innesca una serie di eventi. É così che inizia l’evoluzione di quella creatura che suscita paura, mista a fascino, e che, da quel 1979, infesta le sale cinematografiche mondiali a buona ragione.

Con l’intento di spaventare utilizzando una sceneggiatura intelligente e sofisticata, Ridley Scott ripropone lo xenomorfo gigeriano con tutte le sue irrinunciabili fasi biologiche: attesa dell’ospite, infezione dell’ospite, gestazione-lampo, nascita dell’ibrido e atroce morte dell’ospite. L’uomo, come al solito, può ottenere indistintamente i ruoli di cibo o di incubatrice, ma sarà sempre e comunque preda ma, come in ogni film, la produzione gioca sulle variazioni del tema, talora tradendo talora assecondando le aspettative del pubblico. Lo spettatore-fan, infatti, conosce perfettamente la creatura inventata da Scott e le propensioni dell’una e le abitudini registiche dell’altro. Proprio per questo si è reso necessario curare l’interpretazione autoriale affidandola a chi sa fornire una vasta gamma di colori sentimentali. Privilegiando, ovviamente, il colore del sangue: «Se non ricordo male  – racconta uno dei produttori, Mark Huffam [Prometheus, Sopravvissuto – The Martian] – la prima frase di Ridley è stata: ‘Faremo un film tosto vietato ai minori, e ci servirà un sacco di rosso’, che è il nostro modo di dire sangue».

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Anche il resto del cast è stato scelto in modo da contribuire alla realizzazione di un crescendo di tensione in grado di sostenere il confronto con il capostipite del 1979. I risultati sono davvero notevoli! «Non puoi continuare a fare inseguire gente da un mostro in un corridoio, è noioso. – dichiara Scott – Mi è venuto in mente che nessuno si era posto la domanda: chi ha fatto questo e perché. Potresti dire che sono mostri dello spazio, o divinità spaziali o ancora degli “Ingegneri” dello spazio esterno che li hanno inventati.. non è così. ALIEN: COVENANT stravolgerà tutto».

La trilogia-prequel continua a dar spessore alla trama, a costruire una cosmogonia mostruosa, a popolare con nuove forme di ibridi una mitologia già densamente “nutrita”. L’Alien originale resta uno degli horror più memorabili, un film molto curato dal punto di vista psicologico e a dir poco claustrofobico, una sceneggiatura asciutta ed efficace. «E’ divertente, perché in un certo senso, ho sempre pensato ad Alien come a un B movie davvero ben riuscito. – dice Scott – Il plot era piuttosto semplice: sette persone chiuse in una vecchia casa oscura e si trattava di chi morisse prima e di chi sarebbe sopravvissuto». Per quanto riguarda, invece, Alien: Covenant si può subito notare come anche il sottotesto sia diventato sofisticato con un’esplosione di tematiche trasversali che trascendono il film stesso:

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    • sull’astronave Covenant l’equipaggio è composto da coppie già formate, come un’arca biblica, per favorire una rapida colonizzazione del nuovo pianeta, senza però escludere dal discorso l’omosessualità (Hallett e Lope), un chiaro messaggio di speranza per un futuro migliore in cui non si etichettano le persone in base a criteri arbitrari per il solo gusto di discriminarle ed emarginarle;
    • la figura femminile rimane, come sempre, il vero protagonista del film e rappresentata in modo onesto e credibile con un’evoluzione del personaggio che porta, in questo specifico caso, Daniels [Katherine Waterston; Vizio di formaSteve Jobs], la responsabile delle operazioni di terraformazione, dapprima a chiudersi come in un bozzolo nei panni del partner quasi a volersi far proteggere da quei vestiti più grandi di lei, come a voler tradire un’inadeguatezza insormontabile, per poi reagire alla crisi tirando fuori un carattere coriaceo e deciso che ricorda molto da vicino la migliore Ripley, una metamorfosi che fa da contraltare a quella della famelica creatura;

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      • la prevaricazione di una specie sulle altre senza rispettare gli equilibri naturali: lo xenomorfo, come l’uomo sulla Terra, non si cura del suo impatto ambientale e divora inesorabilmente senza pensare alla conseguente scarsità di risorse;
      • la delinazione della riflessione sulla xenofobia, intesa come paura dello straniero o di un corpo estraneo, di un invasore, l’uomo colonizzatore di pianeti che si ritrova a dover temere una controinvasione che lo attacca sottopelle oltre che esternamente;
      • il sacrificio degli agnelli per permettere ad un solo predatore di nascere e dominare sconsideratamente su tutto;

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    • il rapporto conflittuale che intercorre fra Daniels e Oram esprime una lotta tra l’innato istinto di conservazione mischiato al desiderio di portare a termine la missione scientifico-militare da una parte e la fredda e cieca fede nelle coincidenze come espressione del trascendente dall’altra;
    • l’annosa riflessione sull’intelligenza artificiale e la sua fedeltà servile all’uomo-creatore è ben rappresentata dalla contrapposizione Walter vs David, entrambi interpretati da Michael Fassbender [Assassin’s creed, MacBeth]: Walter è l’evoluzione di David 8, l’organismo sintetico già presente in Prometheus;
    • la dicotomia delle A.I. introduce ad un ultimo tema, il più diffuso in Alien: Covenant, il tema del doppio. Molti degli elementi significativi del film sono raddoppiati: non solo David e Walter, ma anche i Neomorfi sono due; il pianeta su cui la Covenant atterra è simile a quello verso il quale stavano viaggiando; l’equipaggio, com’è noto, è diviso in coppie; il rapporto privilegiato fra Daniels e Walter ricorda quello tra Shaw e David in Prometheus…

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Dal confronto di Walter con David emergono anche dei riferimenti di alta cultura come le citazioni del Paradiso perduto [il titolo provvisorio di Alien: Covenant è stato proprio questo], il poema di John Milton, riguardanti il dilemma di Lucifero che si domanda se sia «meglio regnare all’Inferno che servire in Paradiso». Oltre alle citazioni letterarie non mancano quelle cinematografiche (il personaggio di Tenneessee liberamente ispirato al maggiore TJ “King” Kong de Il Dottor Stranamore ovvero come ho imparato a non preoccuparmi ed amare la bomba di Stanley Kubrick) e delle opere liriche di Richard Wagner con L’olandese volante e soprattutto L’oro del Reno, il prologo de L’anello dei Nibelunghi, nonché la citazione di un celebre dipinto di Füssli con il Neomorfo al posto dell’incubo e David a sostituire la spettrale giumenta che si muove e osserva dietro le quinte.

Il fotogramma cita il celebre dipinto Incubo, di Johann Heinrich Füssli
Il fotogramma cita il celebre dipinto Incubo, di Johann Heinrich Füssli

Sul piano visivo si fanno notare, inoltre, nel mezzo della scenografia nel laboratorio approntato da David sul pianeta di approdo, anche i bellissimi disegni dello stesso Ridley Scott che, da perfezionista qual è, ama realizzare da sé gli storyboard per la preparazione delle riprese, «fantastici, incredibilmente precisi – spiega Charley Henley, VFX Supervisor – praticamente è come se guardassi attraverso l’obiettivo».

Regia classica con una sceneggiatura stratificata e moderna. Eccellente fotografia di Dariusz Wolski [The Walk, Sopravvissuto – The Martian] che trasforma ogni fotogramma in un capolavoro assoluto sfruttando nel migliore dei modi lo standard tecnico di alto livello raggiunto dalle riprese con la ARRI Alexa.

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A completare il settore squisitamente tecnico un audio avvolgente che contribuisce a mantenere vivo il terrore anche nei momenti di presunta quiete filmica.
Anche il silenzio gioca un ruolo fondamentale nell’economia emotiva del film e saperlo rendere filmicamente non è impresa da poco. Alla celebre tagline «Nello spazio nessuno può sentirti urlare», infatti, si aggiungono tutta una serie di linee di dialogo che rimangono scolpite nella memoria fin dal trailer, tra cui «Senti? Il niente: niente uccelli, nessun animale… Niente!». Non impeccabile il montaggio [peraltro del Premio Oscar® Pietro Scalia; Black Hawk Down, JFK] che si lascia sfuggire un errore abbastanza grossolano, un’inversione di tagli che non inficia un lavoro d’equipe colossale in cui ogni settore si è messo in gara per ottenere il massimo.

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costumi di Janty Yates [Prometheus, Sopravvissuto – The Martian, Il gladiatore] possono essere fieri del loro contributo al valore artistico del film con la loro tuta spaziale gialla, veramente bellissima, e con la scelta di non vestire tutto l’equipaggio con una stessa divisa ma di fornire loro un abbigliamento che fosse funzionale al loro ruolo nell’astronave o nell’esplorazione del pianeta.
La scenografia, ideata dal production designer Chris Seagers [Deepwater: Inferno sull’oceano, X-Men – L’inizio] e messa in atto da Victor J. Zolfo [Premio Oscar per Il curioso caso di Benjamin Button], come sempre curatissima nel dettaglio, ha la doppia funzione di dare concretezza alla realtà filmica per lo spettatore e di fornire all’attore una base realmente fisica in contrasto con gli standard attuali che prevedono un larghissimo uso di green screen che non facilitano di certo una recitazione sentita e verosimile.
Il commento musicale di Jed Kurzel [Babadook, Assassin’s creed, MacBeth] sottolinea la tensione e l’incalzante crescendo di terrore con una colonna sonora che prevede campane distorte, flauti dal suono artigianale, accompagnati dalle note del già citato Wagner e, non da ultimo, l’evergreen country di John Denver Take Me Home, Country Roads, che sarà la prima fondamentale svolta narrativa.

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Per la campagna promozionale del film sono stati realizzati due cortometraggi, diretti da Ridley Scott, che fungono da prologo al film: in Last Supper [L’ultima cena] viene introdotto l’equipaggio della Covenant tra cui appare ancora James Franco nei panni di Jacob Branson, il capitano originale della Covenant; The Crossing, un prologo interpretato da Michael Fassbender e Noomi Rapace, nei rispettivi ruoli dell’androide David 8 e della Dr. Elizabeth Shaw, che funge da ponte tra Prometheus e Alien: Covenant. Entrambi i corti sono disponibili sul canale YouTube ufficiale della 20th Century Fox.

Questo è tutto, per ora! Non è al momento conosciuta la data d’inizio riprese del prossimo capitolo della saga, ma in un’intervista al The Sydney Morning Herald, rilasciata il 3 marzo 2017, il regista Ridley Scott dichiara qualcosa che va ben oltre il seguito di Alien: Covenant:

«Fino a un certo punto, devi quasi dare per scontato il successo del film e, proprio per questo, devi essere pronto. Non vuoi una pausa di due anni. Per cui sono pronto a cominciare le riprese il prossimo anno. Se volete davvero un franchise posso mandare avanti l’ingranaggio per sei film. Non ho intenzione di fermarlo di nuovo, nel modo più assoluto».

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Zombie massacre saga, di Luca Boni e Marco Ristori in DVD

Uno Z-Movie, anzi due. “Zeta” per “zombie”? Se proprio dovete, sì. Ma più che altro con la lettera Z si classifica l’ultimo stadio del cinema, i peggiori film della storia, che però hanno ottenuto quantomeno di essere visti per qualche motivo. I registi di Zombie Massacre e Zombie Massacre 2: Reich of the dead, i due lungometraggi che compongono la saga riunita da Koch Media Entertainment nel cofanetto limited edition della collana Midnight Factory, ne sono consapevoli e ne danno piena prova nella loro esilarante intervista che si trova tra gli extra del secondo film.

«Aspettiamoci il peggio!».

Con l’occasione, appare necessaria una piccola escursione nei meandri della classificazione cinematografica. Per B-movie, o film di serie B, si indica solitamente un film a basso costo o di dubbia qualità, di qualunque genere o sottogenere. Nella recensione del cofanetto Amer/Lacrime di sangue abbiamo accennato all’espediente del doppio spettacolo e questa pratica è legata proprio a questo livello di qualità dei film, nato negli anni trenta negli Stati Uniti per contrastare il calo di spettatori nelle sale. Pagando un solo biglietto si poteva vedere un film in più ma questo portava ad una certa celerità nella realizzazione e ad una durata inferiore ai settanta minuti. Soprattutto western e noir inizialmente, poi anche fantascienza e orrore, girati in pochi giorni e sfruttando scenografie e costumi di altri film ben più costosi. Roger Corman ne è stato un maestro e i suoi tantissimi film un campione rappresentativo di tutti i generi, tanto da scrivere un interessante libro sull’argomento Come ho fatto cento film a Hollywood senza mai perdere un dollaro.

Curioso che ancora non si sia riusciti a scoprire l’origine del nome, o meglio, della “B”. Secondo alcuni viene da “Bottom of the Bill” perché il loro titolo era scritto in fondo al manifesto del film che accompagnavano al doppio spettacolo; secondo altri invece viene da “Bread and Butter” cioè film girati per guadagnare il pane, per vivere, che equivarrebbe al romanesco “tanto pe’ campà”. Il termine è poi assurto a classificare le pellicole girate in fretta, senza particolari pretese. Questo però non vuol dire sempre e solo scarsa qualità. Lo stesso Corman ha realizzato in questo contesto il tanto acclamato ciclo di film tratti dai racconti Edgar Allan Poe, diventati dei classici ormai cult-movie.

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Con il termine Z-movie, invece, s’intende il cosiddetto cinema trash, il “cinema spazzatura”, ovvero quei film realizzati con costi e con qualità inferiore rispetto addirittura ai film di serie B. Da non confondere con i generi exploitation, kitsch e camp.

Lo scrittore Tommaso Labranca ritiene che siano cinque le caratteristiche riscontrabili nel genere trash: l’estrema libertà d’espressione, il “massimalismo”, cioè seguire un modello senza preoccuparsi di imitarlo alla lettera, l’emulazione fallita dei modelli di riferimento, la contaminatio tra i generi, l’indifferenza nei confronti delle incongruenze nella trama.

Il termine Z-movie nasce nella metà degli anni sessanta, quindi, per definire proprio questo tipo di film di infima qualità, senza ombra di dubbio, con standard qualitativi e tecnici inferiori rispetto alla maggior parte dei film di serie B, o di una eventuale serie C, e neanche lontanamente paragonabili al cinema di alto livello. Wikipedia sentenzia che «Nonostante i film di serie B abbiano una trama mediocre e un cast composto da attori prevalentemente sconosciuti o alla loro prima esperienza cinematografica, spesso hanno una illuminazione, un montaggio e una regia fatte in modo adeguato, mentre i film di serie C, pur presentando uno scarso budget, sono generalmente prodotti per l’industria cinematografica commerciale e quindi tendono a rispettare determinate norme di produzione. I film trash, a differenza dei precedenti, spesso non sono prodotti a fini commerciali e spesso sono realizzati con un budget molto limitato. Il primo uso del termine “grade-z movie” (che all’epoca non aveva il significato dispregiativo odierno) si trova nella recensione giornalistica scritta nel gennaio 1965 dal critico Kevin Thomas sul film La tomba di Ligeia (1964), un film dell’American International Pictures diretto da Roger Corman. Il regista Ed Wood è spesso ritenuto il creatore per antonomasia dei film trash, talvolta definito come il “peggior regista nella storia del cinema”. Con la popolarità di mezzi come YouTube, i film a basso costo stanno avendo una rinascita: tra i tanti esempi merita una citazione Melonheads, in origine pubblicato su YouTube, ha ottenuto successo dopo esser stato descritto in un articolo su cracked.com».

IL DVD

ZOMBIE MASSACRE

«Lasciate ogni speranza, o voi che entrate!».

Un’arma batteriologica, sviluppata dagli Stati Uniti per creare un super soldato, si diffonde nell’aria colpendo una piccola e tranquilla città nell’est europeo. Tutti i cittadini della città vengono infettati da questa arma e si trasformano in zombie.

Il piano per salvaguardare l’umanità è portare una bomba atomica nella centrale nucleare della città e fingere un incidente terribile per eliminare il problema. Nessuno deve sapere la verità e per ottenere questo viene ingaggiato un commando di mercenari. La battaglia sarà accesa e orde di mostri e creature si scaglieranno contro questo gruppo di uomini coraggiosi.

REGIA: Luca Boni, Marco Ristori INTERPRETI: Christian Boeving, Mike Mitchell, Tara Cardinal, Jon Campling, Carl Wharton, Daniel Vivian, Nathalia Henao, Gerry Shanahan, Ivy Corbin, Michael Segal, Uwe Boll, David White TITOLO ORIGINALE: Zombie Massacre (UK DVD title: Apocalypse Z) GENERE: trash, horror DURATA: 87′ ORIGINE: Italia – USA – Germania – Canada, 2013 LINGUE: Italiano 5.1 DTS-HD Master Audio, Inglese 5.1 DTS-HD Master Audio SOTTOTITOLI: Italiano per non udenti EXTRA: Trailer – Teaser – Superfreak – The making of Zombie Massacre– Photogallery – Storyboard comparison – Join the massacre – The making of teaser – Foley sound effects DISTRIBUZIONE: Koch Media COLLANA: Midnight Factory

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Saccheggiando flebili ombre di personaggi da I Mercenari, da 1997: fuga da New York o da Aeon flux, ingegnando trovate sceniche grossolane o dialoghi improponibili e lunghissimi anche per una rimpatriata di opossum ubriachi, e interrogandosi su come si possa ancora usare una bomba atomica come rimedio ad un contagio di zombie e pensare di sopravvivere alle conseguenze della devastazione a bordo di un’auto d’epoca decappottabile, il film scorre mentre lo spettatore solitario conta i minuti interminabili che lo separano dalla parola “fine”. Per non parlare dei dialoghi pseudotarantiniani, che echeggiano luoghi comuni, superficialmente giustapposti su una masnada di personaggi, che appaiono da subito come le grossolane caricature dei loro modelli di riferimento. A gettare benzina sul fuoco contribuiscono poi cartelli segnaletici nuovi di zecca, divise militari pulite e inamidate, jeep appena uscite dal concessionario, fucili lucidi, visi curatissimi e mai sudati, anche quelli di chi, in visibile sovrappeso, corre carico di zavorre, uffici segreti spogli ma appena spolverati, bagliori fissi su chi osserva monitor di sorveglianza, uccisioni di zombie al limite del ridicolo, un mostro-boss di fine livello che cita il Toxic Avenger della Throma, un bazooka senza rinculo equipaggiato con missili dallaa stranissima balistica e combattimenti in spazi angusti che rendono inadatte le katane della nippoirlandese, già nettamente fuoriposto. Il consiglio è di vederlo con gli amici, accompagnandolo con birra e stuzzichini, per prenderla in maniera goliardica e divertirsi, come si sono divertiti i realizzatori, Luca Boni e Marco Ristori. Per veri appassionati del genere trash, non per tutti.

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Durante la Seconda Guerra Mondiale, una squadra di coraggiosi militari americani dovrá combattere un’orda di famelici zombie creati dai nazisti utilizzando i prigionieri di guerra incarcerati nei campi di concentramento. Avranno soltanto una notte per salvare le proprie vite e combattere nemici che diventano sempre più forti…

«Giuro che non ho mai sentito parlare tanto in vita mia!».

REGIA: Luca Boni, Marco Ristori INTERPRETI: Andrew Harwood Mills, Dan van Husen, Aaron Stielstra, Ally McClelland, Michael Segal, Lucy Drive, Marco Ristori, Luca Boni TITOLO ORIGINALE: Zombie Massacre 2: Reich of the Dead GENERE: trash, horror DURATA: 80′ ORIGINE: Canada – Italia, 2015 LINGUE: Italiano 5.1 DTS, Italiano 5.1 Dolby Digital, Inglese 5.1 Dolby Digital SOTTOTITOLI: Italiano EXTRA: Trailer – Backstage (44’ circa) – Credits DISTRIBUZIONE: Koch Media COLLANA: Midnight Factory

Il produttore Uwe Boll ha fortemente voluto il seguito di Zombie Massacre. Probabilmente solo lui. Ma nonostante le molte incongruenze, questo film scorre un po’ meglio del primo, pur rimanendo vedibile solo per veri appassionati del trash.

«La vera domanda è “perché?”».

Midnight Factory è una nuova collana di classici contemporanei di cinema horror, thriller e fantasy mondiale. La serie si propone di portare in Italia il meglio della produzione internazionale del genere: film inediti, indipendenti, dei grandi maestri, delle giovani promesse, classici del passato, pellicole bizzarre ed estreme, piccole chicche e sequel di successi conclamati che si mescoleranno insieme secondo il comune denominatore della qualità” [cfr. booklet interno].

Con la selezione della saga Zombie Massacre, Midnight Factory ha voluto legare il suo nome anche al genere trash e non poteva che scegliere il meglio, solo che il meglio del peggio è un peggio all’ennesima potenza e quindi si va veramente a toccare il fondo, anche se l’ultimo Dario Argento ci ha spinto sempre più verso nuovi orizzonti nello scavare verso l’inferno del cinema.

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Zombie Massacre Saga può quindi avvalersi di un’edizione DVD a tiratura limitata, doppio disco, di prestigio con packaging versione slip case, ovvero una classica custodia amaray all’interno di un involucro di cartone con apertura laterale. Audio multicanale sia in DTS sia in Dolby Digital, altamente consigliato se si vogliono vivere appieno tutte le emozioni ricreate dai registi. Il formato video, uno spettacolare anamorphic widescreen, secondo il rapporto 2.35:1 per il primo film e 2.40:1 per il seguito, esalta ai massimi livelli il trucco, perla da salvare dal trogolo, opera di Carlo Diamantini, uno dei realizzatori degli effetti de Il racconto dei racconti. Tra gli extra c’è da segnalare l’esilarante backstage/intervista dei due registi, che sono davvero autoironici e simpaticissimi, consci di aver creato un piccolo “caso” commerciale partendo da sottozero.

Il film è vietato ai minori di 14 anni, perché le risate, se incontrollate, potrebbero crear danni irreparabili al cervello e dimenticarsi delle preoccupazioni per vivere spensieratamente, con leggerezza la vita di tutti i giorni. Consigliato per una serata con amici a sbudellarsi di risate, sparando commenti esilaranti a raffica in stile Gialappa’s Band. Godetevela goliardicamente! Ma non esagerate con le saghe!

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Creed di Ryan Coogler

Epico. Monumentale. Eppure al passo coi tempi. La leggenda di Rocky continua per altre strade vincendo contro il suo nemico più forte: il tempo, che ha piegato il fisico del personaggio ma non la sua morale, la sua tenacia, quel suo modo di essere vero. Grazie alla freschezza di un sognatore determinato, in cui rivede se stesso, Rocky e il suo stesso interprete si convincono a riprendere quello che era stato dichiarato concluso, per farne qualcosa di nuovo con un retrògusto che sa di classico senza tempo.

Ryan Coogler, al suo secondo lungometraggio dopo il premiatissimo Prossima fermata Fruitvale Station, ha piazzato un bel “colpo d’incontro”, e con lui anche Sylvester Stallone che, impegnato, questa volta, solo come attore, e non come sceneggiatore e regista, può seriamente puntare ad ottenere il riconoscimento principe come non protagonista.

«Un passo alla volta. Un pugno alla volta. Una ripresa alla volta.»

Adonis Johnson [Michael B. Jordan] non ha mai conosciuto suo padre, Apollo Creed, e la madre è morta che ancora era piccolo. Adottato dalla vedova Creed, esce dal riformatorio e finalmente ottiene tutto dalla vita, ma successo, carriera e ricchezza non riescono a colmare un vuoto. Il desiderio di conoscenza di sé, di comprendere la figura paterna e conoscere lo sport per cui Apollo è morto ma anche la passione per cui ha vissuto, lo spingono verso la boxe. Dalla villa extralusso di Los Angeles inizia un viaggio dell’eroe che è un mettersi alla prova fisicamente ma anche e soprattutto un percorso emozionale e un’esplorazione interiore e dei rapporti con gli altri. Avrà davvero le carte in regola per farsi un nome tutto suo? chi crederà in lui? E lui stesso riuscirà ad acquistare abbastanza fiducia nelle proprie capacità? Presto si troverà a Philadelphia, dove c’è una “vecchia roccia” con cui suo padre ha combattuto e che ha anche allenato, un rivale e un amico. Quel nome che significa “credo, convinzione” e che rappresenta per tutti il retaggio di un grande campione, può essere una benedizione, se sarà capace di convincere e convincersi, ma se sbaglierà sarà un peso che lo schiaccerà più di una sconfitta.

Un viaggio dell’eroe che passa attraverso una solida scrittura archetipica, il cui fulcro è il rapporto che s’instaura tra Adonis e Rocky. Che sia il mentore, la sostituzione della figura paterna, o lo “zio”, come lo chiama “Donnie”, il personaggio di Stallone, in Creed, ha un tragitto anch’esso eroico, che parte da un rifiuto dell’avventura. La tenacia del ragazzo, ribaltando i ruoli, vince questo diniego, allenando la “vecchia roccia” a seguire di nuovo il suo istinto di guerriero, sotto una nuova luce di speranza, la luce di una nuova stella, figlia del dio del sole greco.

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Secondo quella che può essere una chiave di lettura allegorica, dettata dalla massiccia presenza di elementi che rimandano alla mitologia, si può azzardare una sinossi, che rivela quanto sia estremamente curata la sceneggiatura in ogni sua parte. Adonis – una sorta di semidio, in pratica – brama di arrivare al posto del padre, tra gli dei, ma viene scacciato dall’Olimpo. Si affida allora ad un mentore, quell’eroe che più umano non si può, colui che già in passato aveva sfidato gli dei, riuscendo dove gli stessi dei avevano in passato fallito, vincendo con la determinazione, con il sudore, con il sangue e con il sacrificio. Riuscirà a fare del ragazzo un guerriero capace di affrontare qualsiasi avversario e portare a testa alta il nome di suo padre? Adonis, simbolo della natura fiorente che splende dopo ogni gelido inverno, della bellezza giovanile, del desiderio di conquista e del rinnovamento a partire dalla morte, riuscirà a coronare con l’alloro della vittoria la sua ardua impresa?

«Un passo alla volta. Un pugno alla volta. Una ripresa alla volta

L’accostamento alla mitologia greca è un elemento che sottolinea l’epicità dei gesti dei personaggi, ben al di là dei nomi che portano. La Delphi Boxing Academy è una tappa fondamentale per il futuro di Adonis, come era un passaggio fondamentale nell’antichità andare a chiedere il responso del famoso oracolo che non a caso è legato all’esortazione “conosci te stesso”. Nella palestra che fu di Apollo Creed, quasi a voler sottolineare il conflitto tra un figlio illegittimo rimasto troppo presto solo ed il padre che non ha potuto conoscere, si rifiutano di allenare Adonis, ma è proprio questo nuovo abbandono, questa solitudine a diventare il motore che spinge verso un’altra anima solitaria, che sia mentore di vita prima ancora che di boxe, verso la realizzazione di un sogno che colmi quel vuoto: capire chi è Adonis Creed.

E poco importa se, per raggiungere i sogni, si devono affrontare dei danni collaterali. Ogni personaggio che incontra sembra invitarlo ad andare fino in fondo senza esitare, trovando la forza per rialzarsi dopo ogni pugno, come ha fatto il padre fino all’ultimo, come fa la fidanzata cantante affetta da perdita progressiva dell’udito, e lui capisce la lezione e sprona a sua volta Rocky a lottare contro il cancro che ormai era rassegnato a non curare. «Fare quello che amo fino alla fine» diventa il proposito di ognuno e, come in una famiglia moderna allargata, quando è Adonis a perdere fiducia, è il vecchio pugile, cresciuto nei sobborghi di Philadelphia, come Stallone stesso, a sorreggerlo e farlo uscire dalle corde in cui la vita lo aveva costretto.

«So come ti senti. Ti senti abbandonato e in guerra con il mondo. Senti il peso della sua ombra

Ed è proprio dall’ombra che emerge la luce e risplende una fotografia monumentale che accompagna la narrazione e la spinge su un piano allegorico: la diversa esposizione, la profondità dei neri e le scelte cromatiche dominanti evidenziano il contrasto tra la luce delle palestre ufficiali piene di presunzioni e interessi e l’ombra della palestra di periferia, tra la polvere, la ruggine e il sudore di chi ha dovuto imparare presto cos’è davvero la vita. A suggellare questa ascesa dall’ombra un uso mirato del piano-sequenza, utilizzato per accompagnare Adonis sul ring, ad iniziare dall’incontro clandestino oltreconfine, girato senza stacchi dal riscaldamento nello spogliatoio fino al knock-out, per finire con la ripresa dell’entrata sul ring, grande prova coreografica di tutto il cast, tecnico e attoriale. Il passaggio dall’oscurità alla luce e la tortuosità del percorso della mdp ricordano che la strada del successo non è mai lineare e priva di ombre, che l’uomo è faber fortunae suae sempre e comunque e che la grandezza dell’eroe non è data dai titoli, non scaturisce dalla vittoria fine a se stessa, ma è il risultato di un’avventura per conseguire obiettivi ben più grandi di una cintura da sfoggiare, qualcosa che trascende la stessa fatica fisica ed eleva il lavoro svolto dagli attori, dai creatori, oltre che dai personaggi, ad impresa straordinaria che merita il trionfo.

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Grande lavoro di costruzione del personaggio e della credibilità di pugile per Michael B. Jordan, che si è sobbarcato un peso non indifferente andando a raccogliere il testimone da un personaggio-attore che è leggenda, aprendo prepotentemente la strada a nuovi scenari. Il confronto generazionale tra Apollo e Adonis ha il suo parallelismo proprio nel confronto tra Jordan e Stallone, il cui personaggio ha avuto addirittura l’onore di avere una statua nel cuore di Philadelphia: un Rocky trionfante, oggetto di culto per fan di ogni età che fanno la fila per scattarsi una foto insieme, come se fosse un personaggio realmente esistito. Un simile attaccamento si annovera per un altro pugile frutto della fantasia: nel 1970, in Giappone, dopo la morte di Rikishi, eterno rivale del protagonista del manga cult Ashita no Joe (famoso in Italia come Rocky Joe) e altrettanto amato dai lettori, fu organizzato un vero e proprio funerale, a cui parteciparono centinaia di persone.

Tante le autocitazioni della serie: oltre agli oggetti di casa Balboa, che rimandano ai precedenti film, una chicca che non può sfuggire ai fan: durante il primo allenamento con lo zio Rocky, Adonis indossa una maglia con la scritta “Why do I wanna fight? Because I can’t sing and dance…”, una linea di dialogo presa dal capostipite del franchise, quando Rocky è a pattinare sul ghiaccio con Adriana.

Per concludere, alcune curiosità: Creed è il primo film della serie ad essere distribuito da Warner Bros, a non portare, in quanto spin off, il nome Rocky nel titolo, ad avere un’aspect ratio monumentale da 2.35:1. Sylvester Stallone ha espressamente richiesto che Adonis avesse gli ormai tradizionali calzoncini a stelle e strisce indossati da Apollo Creed in Rocky (1976) e da Rocky in Rocky III (1982) e Rocky IV (1985) per sottolineare l’eredità incarnata dal nuovo campione. Curioso, inoltre, come, al momento della realizzazione del film, Stallone sia chiamato ad indossare i panni di allenatore alla stessa età, 69 anni, di Mickey [Burgess Meredith] nel primo capitolo della saga.

Un finale alternativo è stato girato e sarà presente nella versione home video.

«Un passo alla volta. Un pugno alla volta. Una ripresa alla volta