Commedia - Page 2

Mr Cobbler e la bottega magica, di Tom McCarthy

Mr Cobbler e la bottega magica è una commedia frizzante che affronta anche temi toccanti come la depressione, l’Alzheimer, l’abbandono e la solitudine.

«Hai mai desiderato essere qualcun altro?».

Dev’essere partita proprio da questa domanda la stesura di The Cobbler [lett. Il calzolaio], di Tom McCarthy, l’attore-regista del momento, vincitore con Il caso spotlight dei premi Oscar 2016 per la sceneggiatura originale e, a sorpresa, per la categoria miglior film.

«L’idea è nata da una mia riflessione sul significato del modo di dire to walk a mile in another man’s shoes – racconta McCarthy – è tutto partito dal negozio di un calzolaio. Steve Carter, il nostro scenografo, ha sapientemente creato un ambiente che sembra davvero esistere da 150 anni. Mentre stavamo girando, diverse persone sono entrate nel negozio per lasciare delle scarpe da riparare; questo è un segno della verosimiglianza del set. Steve è riuscito a creare uno spazio che sembra ordinario ma al contempo magico». Tutto il film si basa proprio su questo sottile equilibrio tra il reale e il fantastico.

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Max Simkin [Adam Sandler] è un calzolaio che conduce una vita banale, priva di stimoli, che lo ha reso insoddisfatto di sé e pieno di rancore nei confronti del padre, fuggito chissà dove per chissà quale motivo. Intrappolato com’è in una vita che sente non appartenergli ma alla quale sembra stato predestinato, porta avanti controvoglia la piccola bottega di famiglia, situata da quattro generazioni nel Lower East Side di Manhattan, uno dei quartieri più vivaci e ricchi di storia di tutta New York. Rientrato a casa si occupa della madre in stadio avanzato di Alzheimer.

Un giorno, però, ecco la svolta che mai si sarebbe aspettato: la macchina per la cucitura delle suole si rompe, proprio quando deve terminare una riparazione importante per uno dei malviventi locali [Cliff “Method Man” Smith, principalmente cantante ma già attore per 8 mile e Fast and Furious]. Vista la situazione, Max è costretto a rispolverarne una ormai obsoleta ma ancora funzionante, conservata nello scantinato come cimelio di famiglia. Indossare le scarpe da lui riparate con quella macchina gli permette di assumere le sembianze dei vari clienti. La vita di Max si fa subito più interessante, piena di prospettive. Per lui, che sente di non aver mai avuto nemmeno una possibilità di successo, che non ha mai potuto essere qualcuno, ora si presenta l’occasione di essere qualcun altro.

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Tra i clienti da impersonare Max trova tutto un campionario di tipi originali, compatibili con la sua misura di piede (un diffusissimo 10 e ½), che sfrutta per mangiare a sbafo, “togliersi qualche sassolino dalla scarpa” e vivere quelle pirandelliane avventure che la sua condizione sociale gli aveva sempre negato. Uno, nessuno e centomila personaggi diversi ai quali la costumista, Melissa Toth [Se mi lasci ti cancello, Adventureland, Synecdoche, New York], ha dovuto studiare un look per Adam Sandler che potesse aiutare lo spettatore a non perdersi nei continui e repentini cambi d’identità del protagonista che sembra vivere una nuova giovinezza, alla scoperta di un mondo diverso attraverso gli occhi degli altri.

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Ma , come insegna da sempre Stan Lee, «da grandi poteri derivano grandi responsabilità» e il rischio, per Max, di perdere di vista la propria vita per vivere quella di altri è dietro l’angolo.

Tra segreti e bugie, sorprese più o meno imprevedibili e divertenti gag, il calzolaio dovrà mettersi nei panni degli altri per trovare se stesso e il suo destino.

Pur innestando qua e là qualche spunto di riflessione, Mr Cobbler e la bottega magica rimane una fiaba per tutta la famiglia, una commedia che intreccia sapientemente il reale con il fantastico, condita da una musica di commento piacevole e frizzante, costantemente presente ed estremamente avvolgente: si tratta del klezmer, un genere musicale di tradizione ebraica, che riesce ad esprimere appieno ogni sfumatura emozionale della storia e che, soprattutto, fornisce la giusta voce al Lower East Side, che assurge così a vero e proprio personaggio.

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Ellen Barkin [Nei panni di una bionda, Brooklyn’s finest] si presenta gagliarda e tosta nel suo ruolo di villain solo apparentemente fuori dagli schemi, ma quanto mai attuale: una donna boss aggressiva che non si lascia impietosire da nulla. Poi il fondamentale cammeo di Dustin Hoffman lascia il punto esclamativo su questa simpatica fiaba edificante con spiccate vette di comicità e qualche tono dark, a creare il giusto effetto di contrasto. Un contrasto che ritroviamo nella bella interpretazione di Adam Sandler che provvede a rendere visivamente il cambiamento interiore del personaggio a lui affidato. Curioso scoprire come il cognome Sandler in ebraico significhi proprio “cobbler, calzolaio”, il destino nel nome per citare una pellicola di successo di Mira Nair. Anche I nomi dei genitori del protagonisti non sono scelti a caso, Sarah e Abraham, fanno riferimento ai capostipiti della popolazione ebraica secondo la Bibbia. Menzione a parte per la spalla Steve Buscemi, all’undicesimo lungometraggio al fianco di Sandler, dodicesimo se si considera l’uscita nel dicembre 2015, su Netflix, di The Ridiculous 6, commedia diretta da Frank Coraci e scritta da Tim Herlihy e dallo stesso Adam Sandler, che gioca in casa con la sua Happy Madison Productions. Snobbato dalla critica, come spesso capita ai progetti del comico del Saturday Night Live e al suo team di fedeli amici, ha avuto un notevole successo di pubblico che apprezza la freschezza e la spensieratezza che questo genere di commedie lasciano nell’animo una volta spenta la tv o essere usciti dal cinema.

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Ai fan di Sandler farà piacere cogliere una citazione in particolare: quando Max torna a casa dal lavoro e apre il frigorifero per prendere qualcosa da bere, ha l’opzione birra o Yoohoo. Il riferimento è a Big Daddy – Un papà speciale.

Rock the Kasbah, di Barry Levinson in DVD

Rock the Kasbah, di Barry Levinson, è una commedia dai toni leggeri, politically correct, forse anche troppo, che si regge su un Bill Murray particolarmente in vena.

«Il tuo lavoro è dire cazzate!».

Richie Lanz [Bill Murray], talent scout squattrinato e truffatore senza scrupoli per necessità economiche, tenta un improbabile tour in Afghanistan per le truppe americane con la sua ultima speranza, la ormai non più giovane promessa, mai mantenuta, Ronnie, interpretata da Zooey Deschanel [Sua maestà, Guida galattica per autostoppisti]. Abbandonato dalla ragazza, senza soldi e passaporto, a pochissime ore dall’arrivo a Kabul, Richie dovrà trovare un modo per andarsene prima di rimetterci la pelle oppure trovare una ragione per restare e magari rischiare la vita per cambiare il mondo. L’occasione si presenta per una serie di bizzarre coincidenze: Salima [Leem Lubany], figlia del capo di un villaggio pashtun, ha una stupenda voce ed il suo sogno è poter partecipare ad “Afghan Star”, un talent show per cantanti simile ad “American Idol”. Aiutarla significherebbe sfidare apertamente l’intransigente cultura locale ed il rischio va ben oltre la sfera economica e il «sacro rapporto manager-cantante»!

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«Dal momento in cui mi hai sentito cantare e mi hai trovata in quella grotta, da quando siamo qui su questa Terra, tutta la nostra esistenza ci ha condotti a questo tempo in questo posto! Richie Lanz, la nostra storia è già stata scritta! E ora dobbiamo fare la nostra parte. Dobbiamo! Non c’è altra scelta! È Dio che lo vuole».

Ad aiutare Richie o a sfruttare la sua situazione a proprio vantaggio la bellissima prostituta Merci [Kate Hudson], il mercenario Bombay Brian [Bruce Willis], il tassista-interprete Riza [Arian Moayed] e due spassosi trafficanti d’armi, Jake e Nick, interpretati rispettivamente da Scott Caan [figlio di James Caan e membro fisso del team di Danny Ocean fin da Ocean’s eleven] e Danny McBride [protagonista di commedie come Sua maestà, Strafumati, Facciamola finita].

IL DVD

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REGIA: Barry Levinson INTERPRETI: Bill Murray, Kate Hudson, Zooey Deschanel, Leem Lubany, Danny McBride, Scott Caan, Kelly Lynch, Bruce Willis TITOLO ORIGINALE: Rock the kasbah GENERE: commedia DURATA: 103′ ORIGINE: USA, 2015 LINGUE: Italiano 5.1 DTS, Italiano 5.1 Dolby Digital, Inglese 5.1 Dolby Digital SOTTOTITOLI: Italiano EXTRA: clip “L’uomo e la musica”; trailer; credits DISTRIBUZIONE: Koch Media

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Liberamente ispirato alla vera storia di Setara Hussainzada, la prima donna a competere nel popolare programma trasmesso dalla TV nazionale afghana, andando contro gli antiquati precetti della cultura islamica fondamentalista, Rock the Kasbah, di Barry Levinson, è risultato uno dei peggiori flop del 2015. Probabilmente perché manca d’intensità emotiva e di coraggio, quando deve calcare la mano sul messaggio che il film, giocoforza, veicola, e perché non risulta frizzante dal punto di vista tecnico: la sceneggiatura, un po’ sempliciotta, di Mitch Glazer [che ritrova Bill Murray dal 1998 di S.O.S. Fantasmi, ma non la verve] non lascia spazio a chissà quali sorprese; la fotografia del pluripremiato Sean Bobbitt, che ha reso visivamente spettacolari i capolavori 12 anni schiavo, Shame e Hunger di Steve McQueen, eseguita in Afghanistan e Marocco, con una ARRI Alexa XT Plus, viene sprecata da un montaggio poco dinamico, che non procede di pari passo con l’effervescenza degli attori e delle situazioni filmiche, infarcite peraltro di battute metamusicali: «It’s only rock’n’roll!» mentre manager e cantante sono sull’aereo o il «Welcome to the jungle!» che i due trafficanti danno a Richie dopo essere scampati ad una sparatoria.

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Ineccepibile tutto il cast artistico che vede le attrici Zooey Deschanel e Leem Lubany sfoggiare davvero le loro doti canore per l’occasione: mentre l’attrice americana canta Bitch, successo di Meredith Brooks, la protagonista si esibisce ad “Afghan Star” cantando alcuni brani, Wild world, Trouble e Peace train, di Yusuf Islam, famoso per tanto tempo con il nome d’arte Cat Stevens. Una scelta azzeccatissima per una donna dalla testa dura, Hard headed woman, come direbbe il cantautore britannico convertitosi all’Islam.

Anche Bill Murray ci regala due performance canore: una classica, Can’t find my way home dei Blind Faith, sotto la doccia, e un’altra da applausi a scena aperta, quantomeno per la faccia tosta, che nella sua lunga carriera non ha mai perso e che gli ha permesso di imbracciare un rabab, strumento musicale afghano simile al liuto, accennando la melodia di Smoke on the water dei Deep purple, agitandosi e gracchiando in mezzo ai pashtun. Questa esibizione e la magnifica presenza scenica di Kate Hudson valgono alla grande il prezzo del biglietto, e del DVD o Blu Ray!

«Che ci fa uno splendore come te con un fesso come me?».

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Il titolo del film è un riferimento all’omonima canzone del gruppo punk The Clash, che racconta una sorta di fiaba riguardo un re che vieta la musica rock, tanto da meritarsi la rivolta della popolazione. Il gruppo la scrisse influenzato dal divieto in Iran, nel 1979, di proporre al pubblico musica occidentale. Peccato che, però, Joe Strummer abbia negato ai realizzatori i diritti di utilizzarla nella colonna sonora, forse condizionato da un episodio altamente sgradevole del 1991: sul lato di una bomba americana fatta esplodere in Iraq era stato scritto proprio Rock the Kasbah.

Sarebbe stato bello un approfondimento sulla colonna sonora e sulla storia vera di Setara Hussainzada. Invece, i contenuti extra del DVD Koch Media non brillano per originalità e nemmeno per quantità: con gli “immancabili” credits e un trailer, troviamo una divertente clip, intitolata “L’uomo e la musica”, in cui si ricostruisce una falsa biografia del manager Richie Lanz, che vanta di aver scoperto Madonna [e la nomina proprio in Afghanistan!], tramite fotomontaggi e false dichiarazioni di illustri cantanti d’altri tempi, mescolate con qualche scena tratta dal film.

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Dio esiste e vive a Bruxelles, di Jaco van Dormael in DVD

“Dio [Benoît Poelvoorde] esiste e vive a Bruxelles. Appartamento tre camere con cucina e lavanderia, senza una porta di entrata e di uscita. Non è facile essere la figlia di Dio. Ea [Pili Groyne], 11 anni, lo sa bene: suo padre è odioso e antipatico e passa le giornate a rendere miserabile l’esistenza degli uomini.
Come risolvere questa situazione?
Dopo l’ennesimo litigio, Ea scende tra gli uomini per scrivere in nuovo Nuovo Testamento che ci permetta di cercare la nostra felicità. Prima di andarsene, però, usa il computer del padre per liberarci dalla più grande delle nostre paure inviando a ciascun essere umano un sms con la data della propria morte.” [cfr. retro di copertina]

Al link trovate la recensione completa di Dio esiste e vive a Bruxelles

IL DVD

REGIA: Jaco van Dormael INTERPRETI: Benoît Poelvoorde, Pili Groyne, Catherine Deneuve, François Damiens, Yolande Moreau, Laura Verlinden, Serge Larivière, Didier De Neck, Marco Lorenzini, Romain Gelin, Anna Tenta, Johan Heldenbergh, David Murgia, Gaspard Pauwels, Bilal Aya TITOLO ORIGINALE: Le tout nouveau testament GENERE: commedia DURATA: 111′ ORIGINE: Belgio, Francia, Lussemburgo, 2015 LINGUE: Italiano 5.1 DTS, Italiano 5.1 Dolby Digital, Francese 5.1 Dolby Digital SOTTOTITOLI: Italiano EXTRA: Il doppiaggio – Frankie hi-nrg mc, Il tour promozionale – Bologna e Roma DISTRIBUZIONE: Koch Media

I contenuti extra, gentilmente offerti da Erma Production e Visual Lab, sono frizzanti contributi video riguardanti l’avventura di Frankie hi-nrg mc come doppiatore di Gesù, l’accoglienza rivolta al film e al cast nelle anteprime di Roma e Bologna e le interviste a Serge Larivière e Didier De Neck, a Laura Verlinden e Pili Groyne, a Benoît Poelvoorde e a Jaco van Dormael, in modo da approfondire le tematiche del film e continuare a riflettere e divertirsi contemporaneamente. Mancano in questa versione un making of di molte scene rocambolesche o quantomeno bizzarre e un approfondimento sulla musica, protagonista del film quanto i personaggi stessi. Con questi ulteriori extra sarebbe stato un prodotto perfetto. Comunque, l’importante è che lo sia il film, e il film lo è nettamente.

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Now you see me 2, di Jon M. Chu

«Mi sentite, Cavalieri? Avrete presto quello che vi spetta, ma nel modo che non vi aspettate!».

Un anno dopo aver ingannato l’FBI e aver guadagnato l’adulazione del pubblico con i loro spettacoli di magia in stile Robin Hood, I Quattro Cavalieri ritornano a calcare le scene con una nuova performance, che ha come obiettivo primario rendere pubbliche le pratiche non etiche di un magnate della tecnologia. Ma qualcosa non va per il verso giusto. Qualcuno si intromette e manda all’aria i loro piani svelando alcuni loro segreti. Lo stesso Dylan Rhodes [Mark Ruffalo] viene braccato dall’FBI e costretto a separarsi dagli altri. Atlas [Jesse Eisenberg], Merritt [Woody Harrelson], Jack [Dave Franco] e Lula [Lizzy Caplan] si ritrovano in un batter d’occhio in Cina, a Macau, come se avessero usato il teletrasporto. L’uomo che si cela dietro la loro fuga fallita e il viaggio inaspettato non è altro che Walter Mabry [Daniel Radcliffe], un altro prodigio della tecnologia, narcisista e psicopatico, che vuole costringere i Cavalieri a mettere in atto una rapina quasi impossibile: rubare un chip che permette di decriptare qualsiasi codice di accesso, rendendo disponibile qualsiasi tipo di informazione con lo scopo di condizionare i mercati e diventare, di fatto, al pari di una divinità in Terra. La loro unica speranza è quella di assecondare lo psicopatico ed effettuare un colpo quasi impossibile tentando di rovesciare in qualche modo la loro situazione, al fine di ripulire il loro nome e svelare contemporaneamente la vera mente che si nasconde dietro tutto questo. Chi sarà costui? E come si comporterà l’Occhio in questa situazione? Isolati e controllati a vista anche da Chase, il gemello di Merritt, i Cavalieri dovranno imparare ad agire come un unico corpo, se vorranno cavarsela, ma dovranno fare i conti con paure, ambizioni, tormenti e propositi di vendetta.

«Il più grande potere che un mago ha è nel suo pugno vuoto».

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Produttori e regista si prendono un gran rischio a cimentarsi nel sequel di un film di così grande successo come è stato il Now you see me di Louis Leterrier nel 2013. Eppure rimane il dubbio su quale dei due sia il migliore e la domanda, in realtà, diventa: si è aperto un meraviglioso ciclo di film, che possa attraversare le generazioni come ha fatto la saga di 007? Probabilmente sì. Specialmente se la collaudata struttura del format rimane inalterata, in bilico tra la action-comedy e lo spy-thriller.

Lo scrittore Ed Solomon, che ha contribuito alla scrittura del primo film, ha collaborato alla nuova storia con Peter Chiarelli riuscendo a catturare lo spirito dell’originale, ad incorporare più illusionismo, intrigo e azione e ad inserire il tutto in un contesto internazionale, partendo dall’inedito presupposto di far cadere i Cavalieri vittime di un trucco magico che li lascia senza vie d’uscita. Un rovesciamento continuo di ruoli rende la sceneggiatura abbastanza ricca di sorprese anche per gli spettatori più esperti. Il resto del fascino è a vantaggio dell’illusione, intesa come arte magica e come patto di sospensione dell’incredulità, principio basilare dell’arte cinematografica. Un parallelismo che ricorda alla lontana il The Prestige di Nolan, senza averne, ovviamente, quella struttura perfetta da meccanismo da orologio svizzero.

Sullo schermo si susseguono numeri di micromagia, mentalismo, cartomagia, prestidigitazione, ipnosi, escapologia, fachirismo, perfino grandi illusioni e si ha la vivida sensazione di essere in presenza di un vero grande spettacolo di illusionismo. «È importante che il pubblico non pensi che li stiamo ingannando – afferma Chu – perché non è così. Facciamo magia sullo schermo così come la si vede, senza tagli».

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«Non ci si rende conto – spiega lo sceneggiatore Ed Solomon, – di quanto duro lavoro richieda creare qualcosa che sembri apparentemente agevole. Non sto parlando dei trucchi da illusionista, che siano piccoli, medi o grandi. Mi riferisco alla creazione dell’atmosfera magica in tutto il film, in modo che sembri tutto un unico grande trucco. Abbiamo cercato di creare la suspense dell’incredulità che nasce quando si guarda uno spettacolo di magia».

La collaborazione, anche nelle fasi di stesura del copione, di un artista del calibro di David Copperfield, anche co-produttore, e di altri suoi colleghi come Keith Barry è stata sotto questo aspetto fondamentale e i risultati si vedono. Gli attori hanno partecipato a un corso intensivo di illusionismo per affinare la loro destrezza nel far scomparire gli oggetti. Soprattutto hanno fatto molto esercizio per diventare esperti di cartomagia per una delle scene più emblematiche di Now you see me 2. Mark Ruffalo ha persino imparato a sputare il fuoco e il maestro illusionista di Woody Harrelson asserisce che «se decidesse di smettere di recitare per dedicarsi a tempo pieno all’ipnosi, dovremmo preoccuparci tutti, davvero».

Sarà stato un lavoro duro anche per Daniel Radcliffe passare dalle magie da piccolo wizard al manipolare oggetti come un vero magician, senza trucchi e inganni da green screen! La parte dell’inetto psicopatico sempre una spanna indietro agli altri, per quanto si possa dannare l’anima, sembra gli riesca naturale. Non si distingue e non caratterizza il suo personaggio in maniera memorabile e questo continua a far parlare i suoi detrattori che lo vedono ancora indissolubilmente legato al maghetto di Hogwarts. L’auspicio è che venga anche per lui un mentore che lo faccia strisciare nella neve, nel fango e nel sangue per scappare da critici voraci quanto orsi!

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Arthur Tressler: «L’inferno, a confronto, sarà un soggiorno alle terme».
Walter Mabry: «Mi avevi già convinto ad “inferno”!»

Tra morti inscenate e resurrezioni a sorpresa, lo spettatore può godere di una stupenda partita a scacchi, farcita di bei dialoghi, mai scontati e mai inutili. Da genio della tecnologia qual è, il personaggio di Radcliffe mette la scienza, la sua amata scienza, contro la magia dei paladini della giustizia, in una guerra che in realtà è tecnologia vs scienza, in quanto l’illusionismo altro non è se non un insieme di trucchi che sfruttano proprio la fisica, la meccanica, la chimica, l’idraulica, l’ottica e, non da ultima, la psicologia. Il trionfo delle scienze su palcoscenico, la vera “rivincita dei nerds”, se vogliamo.

Interessante è poi il mistero della carta dei tarocchi che appare nel momento del trucco fallito ad inizio film. Sappiamo da Now you see me che Atlas ha gli Amanti, Merritt l’Eremita, Jack la Morte e Lula la Papessa, eredità della Henley Reeves del primo film. In questo film appare una carta in mano a Dylan quando vengono i Cavalieri subiscono l’iniziale disfatta. È il Matto, ovvero la follia, la sregolatezza, ma rappresenta anche lo zero, il caos che origina il tutto, la tabula rasa che azzera e permette di ripartire per un nuovo viaggio. Cosa rappresenterà per loro questa carta? Chi si cela dietro di essa?

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Now you see me 2 è ineccepibile anche sotto l’aspetto tecnico. L’impiego della ARRI Alexa XT permette una fotografia satura, dai toni alti, che non perde definizione nei colori scuri e nei neri e che gestisce alla perfezione i bagliori e le luci della ribalta, nonché la credibilità della scena della manipolazione delle gocce d’acqua: probabilmente anche un inglese penserà che la pioggia di Londra non è mai stata così bella. La colonna sonora, curata ancora dall’ormai ambitissimo Brian Tyler [John Rambo, Iron Man 3, Truth], è una musica briosa, frizzante e adrenalinica, che mescola sapientemente il classico con il contemporaneo, come, del resto, la regia di Jon M. Chu.

The nice guys, di Shane Black

«Ma… Ha nominato il nome di Dio invano?»

«No! Mi è tornato utile!»

Shane Black, dopo Iron man 3, torna a dirigere un genere a lui caro e congeniale. In questo effervescente buddy movie che contamina il noir con la commedia, la strana coppia di inetti detective, formata dal violento ex poliziotto Jackson Healy [Russel Crowe] e dall’inconcludente investigatore privato Holland March [Ryan Gosling], si ritrovano a dover gestire le loro divergenze ed unire le forze per sbrogliare un caso molto più grande di loro.

Dopo gli esplosivi 48 ore, Arma letale, L’ultimo boyscout, Black propone con successo, fuori concorso a Cannes, una nuova coppia mal assortita di outsider, di antieroi, che tutto vorrebbero fuorché complicarsi la vita, già di per sé mal messa, con un lavoro complicato e pericoloso. Come esterna spontaneamente il regista, fondamentale è stato il lavoro di Gosling e Crowe che, come esterna spontaneamente il regista e sceneggiatore, «sono entrambi attori di massimo livello che hanno saputo infondere la vita nei loro personaggi; e la storia non è solo una commedia o un film d’azione, ma una perfetta combinazione di entrambi».

«I giorni delle signore e dei gentiluomini è finito».

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Healy è più pragmatico e spartano: è «cresciuto da irlandese a Riverdale nel Bronx» e ha un passato mai dimenticato nella polizia, che gli ha fornito un’etica di base la quale, però, si scontra con un bisogno irrefrenabile di sfogare la violenza repressa e generata da vicende non espresse esplicitamente in questo film. March è diventato prematuramente vedovo, con progetti di famiglia e di casa rimasti miseramente incompiuti; questo lo spinge a cercare costantemente scorciatoie, immerso in un loop depressivo in cui si alternano fasi di cinica lucidità, quando deve cogliere occasioni per spillare soldi facili ad ingenui clienti, e stati di oblio dovuti all’eccesso di alcool nel sangue. Il personaggio di Gosling sarebbe un perdente irrecuperabile su tutta la linea, se non fosse per sua figlia Holly, una tredicenne cresciuta in fretta, con uno spiccato senso della giustizia, una perspicacia probabilmente, derivata sicuramente dai cromosomi materni, e una simpatica attitudine ad ignorare le regole paterne.

«Questione di genetica!»

Holly è interpretata dal talento australiano Angourie Rice, che già aveva conquistato il pubblico di Cannes come coprotagonista nel dramma di ambientazione apocalittica These final hours e che vedremo in Jasper Jones (regia di Rachel Perkins), adattamento cinematografico del romanzo di Craig Silvey. Per interpretare al meglio i ruoli di padre e figlia, i due attori hanno trascorso parecchio tempo insieme, e l’alchimia che è derivata da questo metodo la si evince palesemente sul grande schermo.

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The nice guys è un noir con molti elementi da commedia rocambolesca, un buon poliziesco dalla storia non convenzionale, leggermente surreale, nella quale si muovono personaggi esasperati eppure credibilissimi, familiari oserei dire. Healy e March sono, alla luce dei fatti, due idioti che si completano come in un’unione ben riuscita, e dire che Healy non perde occasione di rendere palese, con battute sarcastiche, che odia il matrimonio, il perché lo scopriremo in un probabile sequel.

«Vomitiamo e poi ci sbarazziamo del corpo».

Gosling coglie appieno l’essenza stessa del film: «La sceneggiatura – scritta a quattro mani da Anthony Bagarozzi [Death note] e dallo stesso Black – non si prende troppo sul serio… i personaggi sì; è proprio questo che li rende ridicoli».

Fotografata creativamente da un Philippe Rousselot [Animali fantastici e dove trovarli, Big fish, Charlie e la fabbrica di cioccolato] che ci regala un bell’incipit con ripresa aerea della città partendo da dietro la famosa insegna di Hollywood, la Los Angeles degli anni ’70, è ricostruita egregiamente dallo scenografo Richard Bridgland [Priest, Rock’n’Rolla] e dalla costumista Kym Barrett [collaboratrice fissa dei fratelli Wachowski]. Con l’aggiunta di una colonna sonora molto colorita e variegata, in tono con il resta dell’ambientazione, che evoca i party fuori di testa nel bel mezzo del boom del cinema a luci rosse. I compositori John Ottman e David Buckley radunano pezzi di storia della musica come Bee Gees, Kiss, America, Kool & the Gang, Al Green e addirittura portando fisicamente sulla scena gli Earth, Wind & Fire, una vera chicca per gli appassionati.

The nice guys è spettacolare e divertente fino alle lacrime, sin dal prologo.

Non perdetevi l’inizio!

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Microbo & Gasolina, di Michel Gondry

«Every great idea is on the verge of being stupid».

Microbe et Gasoil, il nuovo film di Michel Gondry, è stato presentato a Roma al Rendez-Vous Festival del cinema francese il 7 aprile e sarà nelle sale ufficialmente a partire dal 5 maggio con il titolo Microbo & Gasolina. Inizialmente, dopo Mood Indigo – La schiuma dei giorni, il regista avrebbe voluto adattare per il grande schermo un altro romanzo surreale, il famosissimo Ubik di Philip K. Dick, ma poi ha deciso di proporre un film molto più personale accettando il consiglio di Audrey Tautou che, nel nuovo film, è presente nella inedita veste di madre in crisi matrimoniale ed esistenziale.

Due ragazzi di Versailles, Daniel e Theo, viaggiano tra Île-de-France e il massiccio del Morvan, attraversando la Borgogna in un’avventura on the road che è anche percorso interiore di crescita, a bordo della loro casa su ruote. No, non una roulotte o un camper. Non è che non mi veniva in mente il termine appropriato: è che si tratta proprio di un capanno degli attrezzi in legno montato su quattro ruote, una rete matrimoniale e un motore a due tempi di un tosaerba.

Microbo & Gasolina è, di base, una commedia adolescenziale ma, com’era lecito aspettarsi da un genio del cinema come Gondry, fin dalle prime scene di setting, lo spettatore si trova di fronte ad un film comunque sui generis, che contamina road movie, buddy movie, romanzo di formazione, comicità ed espressionismo, senza trascendere mai una solidissima base realistica, uno dei capisaldi della poetica del regista insieme all’inserimento di elementi autobiografici disseminati ad arte.

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Protagonista e alter ego del regista è Daniel [Ange Dargent], soprannominato “Microbo”dai compagni di scuola per la sua costituzione fisica. L’incompletezza di Daniel è evidente fin da subito e non gli è di certo d’aiuto vedere i suoi genitori in crisi e doversi rapportare con un fratello maggiore musicista, anch’egli in crisi d’identità. Di conseguenza tende ad isolarsi e a perdersi in riflessioni esistenziali più grandi di lui, quando non è rapito dalla sua passione più grande, il disegno, per cui dimostra un talento innato: si dice che uno dei termini di paragone per misurare le effettive capacità di un disegnatore sia l’abilità nel disegnare tutte e cinque le dita della mano… beh, Daniel, se si distrae ne riesce ad aggiungere una addirittura! Inoltre, la sua straordinaria facilità di disegnare a mano libera gli permette di risparmiare sulle riviste “sporcellose”: può praticare l’autoerotismo con disegni creati di suo pugno, per un “fatto a mano” fino in fondo. Elementi goliardici a parte, attraverso Microbo, Gondry torna e fa tornare giovani, fa rivivere le emozioni delle prime cotte, dei disagi con il proprio corpo e nella comunicazione con gli altri, dai quali si vorrebbe essere accettati e compresi e non giudicati e condannati. In questo contesto di vulnerabilità dei quattordici anni riesce a far sognare, divertire e, infine, anche riflettere.

Nel momento di maggior sconforto, proprio quando riflette con la madre sul senso della vita, della morte e della presenza di un qualcosa di ultraterreno, nella classe di Daniel, nel bel mezzo dell’anno scolastico, giunge Theo, nome non scelto a caso probabilmente, come un deus ex machina e da allora Microbo avrà qualcuno su cui contare, con cui condividere disagi, ansie, paure e svaghi, con cui confidarsi senza essere giudicato, con cui costruire la propria identità indipendente.

«Non ti preoccupare! Tutti facciamo cose strane».

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Theo [Théophile Baquet] è un ragazzo più scafato, dalla battuta sempre pronta e pieno di inventiva, la cui passione per la meccanica e i motori gli procura subito il nomignolo di “Gasolina”. Più saggio di Microbo, Theo reagisce con maturità ad ogni situazione, anche le più spiacevoli, inanellando tutta una serie di massime che possono assurgere ad insegnamenti di vita per un qualsiasi adolescente: «I bulli di oggi sono le vittime di domani!». Finalmente Daniel si sente incoraggiato, compreso e stimolato. Theo lo chiama anche con un nuovo soprannome di natura positiva: “gouache” (= guazzo), la tecnica di pittura adoperata dal ragazzo per la sua mostra personale. Insieme i due ragazzi si completano e possono affrontare un mondo all’apparenza ostile in modo sano, senza trascinarsi in un paese dei balocchi o nella perdizione come Pinocchio e Lucignolo, ma piuttosto avventurandosi in situazioni rocambolesche come una qualsiasi strana coppia del fumetto francese, primo fra tutti Spirou e Fantasio, forse richiamati anche nel titolo.

Sentimenti come amore, amicizia, rapporti familiari, conoscenze in Microbo & Gasolina hanno la rilevanza che può avere un tappeto musicale. La melodia dell’adolescenza è in continuo divenire, distratta da tutto ciò che può attirare la sua curiosità attiva. Ma, di fatto, è un assolo che si armonizzerà solo col tempo e con le esperienze brutte (Inside out docet!), belle o avventurose (L’estate di Kikujiro, La ricompensa del gatto, Tutti vogliono qualcosa) che siano.

Quella raccontata da Gondry è una sinfonia a due, divertente e spigliata, senza troppi fronzoli, con due personaggi che si completano e si aiutano a vicenda nel comune intento di superare un percorso impervio e faticoso da gestire in solitaria.

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Se la bici modificata, l’automobile e il taglio di capelli handmade possono esprimere il desiderio dei protagonisti di esprimersi e distinguersi, la casa viaggiante diventa metafora di libertà e di redenzione: gli elementi che la compongono sono riconducibili ai luoghi sociali dai quali i ragazzi si sentono distanti ed emarginati, famiglia in primis, e provengono dal posto in cui si sentono maggiormente a loro agio, la discarica. Ed ecco la redenzione: i due rifiuti della piccola società scolastica prendono ciò che la società dei consumi ha scartato e creano qualcosa che li faccia evadere da una realtà che sentono asfissiante, incomprensibile e allo stesso tempo ingiusta nei loro confronti al punto da non lasciare spazio per esprimersi nella propria diversità. Il tentativo di omologazione del veicolo creato rappresenta in parallelo il tentativo di omologazione sociale rincorsa da Daniel e sempre rifiutata da Theo, così i due protagonisti incarnano le caratteristiche di Gondry uomo, diviso tra le sue antiche passioni per il disegno, la scenografia, la fantascienza e la meccanica retro, e del Gondry regista, legato indissolubilmente al suo cinema, che stupisce con realtà tangibili farcite di surreali trovate che sanno dare «un calcio al futuro» attraverso un ritorno al passato. Non a caso i film preferiti del regista sono Ritorno al futuro e Le voyage en ballon.

Nell’estetica visionaria di Gondry sappiamo che la scenografia ha la supremazia sugli effetti digitali fin dai primi videoclip e spot pubblicitari fino alle opere più recenti. In questo nuovo film piacevole, divertente e colorato, il regista de L’arte del sogno torna alle origini e così compie un’opera di bricolage mettendo insieme due caratteri complementari in una sceneggiatura perfetta e mai scontata, dove il genio narrativo va di pari passo con quanto creato artigianalmente sul set con assi di legno, viti e cartone: dalla bicicletta-consolle di Gasolina, fino alla casa-automobile, ogni cosa è profondamente reale, concreta e tangibile così come il contesto della storia e i desideri dei protagonisti. Non vi è una macchina del tempo fisicamente nel racconto filmico, magari progettata con nuvole di cartone ed ingranaggi di orologi antichi, ma è la sceneggiatura, stavolta più che in altre occasioni, a riportare il nostro calendario interiore indietro fino a sentire sulla nostra stessa pelle il ribollire del sangue di quegli anni, ad ogni rospo ingoiato per colpa di bulli rimasti impuniti, di professori frustrati e genitori in crisi. Attingendo a piene da quella fonte dell’eterna giovinezza, che è il mondo dell’infanzia cinematografica, Gondry consegna allo spettatore dei personaggi timidi o disillusi, ma comunque chiusi in sé stessi, che insieme, gradualmente, come in una terapia, si esprimono attraverso lo schermo, con tutti i loro sogni e i loro desideri, fornendo contemporaneamente uno spaccato del nostro tempo e riproponendo una delle tematiche più care alla poetica di Gondry: la difficoltà nella comunicazione interpersonale.

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Anche la musica scelta, di Jean-Claude Vannier, contribuisce a fornire alla pellicola un’atmosfera retrò

«Ero alla ricerca di un compositore. Una notte, ho sognato Charlotte Gainsbourg. Quando mi sono svegliato, mi è venuta in mente una canzone di sua madre [Jane Birkin], “Di Doo Dah”, con quel semplice ritmo di basso, quel tremolo picking di chitarra… e sapevo che si trattava di Jean-Claude Vannier. Ha organizzato molte delle canzoni della Gainsbourg, tra cui l’album Melody Nelson. Ha anche fatto belle canzoni come Super Nana, Michel Jonasz. L’ho contattato, gli ho mostrato il film, ha immediatamente accettato».

Una curiosità per appassionati: Étienne Charry, che nel film interpreta l’organizzatore del concorso di disegno, ha invece composto la musica di Mood Indigo – La schiuma dei giorni.

Microbo & Gasolina è la dimostrazione che si può sopravvivere a quel difficile periodo della vita in cui i punti di riferimento iniziano a vacillare perché non si è più bambini ma non si è nemmeno ancora adulti, senza perdere una propria identità indipendente, non omologata alla massa, e senza dimenticarsi che ci si può divertire e crescere contemporaneamente.

«I ragazzi non sono responsabili della felicità degli adulti».

Zoolander 2, di Ben Stiller

La più divertente parodia del mondo della moda si tinge inverosimilmente di mistero e azione, con qualche tocco di soprannaturale e addirittura inserti surreali, senza, però, prendersi mai sul serio e tenendo sempre fede all’originale natura di commedia stralunata e sfarzosa.
Un’istituzione, ormai, alla quale ogni VIP che si ritenga glamour vorrebbe partecipare. Basti pensare ad un Eddie Murphy che ha messo a punto anche una sua posa speciale, la “black iron”, pur non essendo riuscito ad accordarsi per prendere parte a questo parody-party cinematografico.
I produttori sono perfino riusciti a coinvolgere due astrofisici-slash-divulgatori scientifici come Neil deGrasse Tyson, mentore improvviso dei protagonisti, e Stephen Hawking, voce narrante del teaser trailer principale.

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Sebbene denso di apparizioni sorprendenti – come in Zoolander e, forse, anche di più, con camei di Valentino, Anna Wintour, Tommy Hilfiger, Marc Jacobs, Alexander e Vera Wang, interpreti di loro stessi per il settore moda, e Justin Bieber, Billy Zane, Sting, John Malkovich, Susan Sarandon, Kiefer Sutherland, MC Hammer, Miley Cyrus, Ariana Grande, Usher, Demi Lovato, Katy Perry, Lenny Kravitz, Macaulay Culkin per il settore popstars-slash-attori, senza dimenticare Mika, Benedict Cumberbatch, Kanye West, Kim Kardashian West, Lewis Hamilton in ruoli da far strabuzzare gli occhi – il film inizia, in verità, con delle sparizioni: qualcuno sta uccidendo delle celebrità e le uniche persone che sono in grado di capire – pensate il paradosso! – cosa stia realmente accadendo sono il modello-slash-icona Derek Zoolander [Ben Stiller] e il suo collega Hansel [Owen Wilson], ritiratisi dalla scena e spariti dalla circolazione dopo una serie di tragici eventi occorsi all’inaugurazione del famosissimo “Centro Derek Zoolander per ragazzi e ragazze che non sanno leggere bene  e e che vogliono imparare anche altre cose buone”. Fortuna che ad aiutarli nella loro impresa c’è una “poliziotta dell’interpol settore moda-slash-modella per riviste di costumi da bagno”, Valentina Valencia, interpretata da una splendida Penelope Cruz, bellissima e sensuale come non se lo ricordava neanche lei di essere e perfettamente a suo agio in mezzo ai due esilaranti protagonisti!

L’intesa e la resa cinematografica tra l’“old” Stiller e il “lame” [“sfigato”] Wilson non la veniamo di certo a scoprire oggi.
Le anime gemelle Derek e Hansel, o Hansel e Derek, se si vuol mantenere l’assonanza con i protagonisti della fiaba dei fratelli Grimm, sono stavolta alle prese con una vittima da mettere all’ingrasso e la strega Alexanya Atoz [Kristen Wiig], ossessionata dalla lotta contro l’invecchiamento e dalla ricerca della Fonte dell’Eterna Giovinezza e dell’Eletto, l’ultimo discendente della stirpe generata dal primo modello, creato da Dio stesso nel Giardino dell’Eden, secondo una fantomatica Bibbia apocrifa. Se vi sembra ci siano abbastanza elementi da ricordare Il Codice Da Vinci, vi divertirete molto a fare attenzione alla miriade di altre citazioni cross mediali e, soprattutto, cinematografiche.

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I luoghi magici della città eterna creano lo sfondo ideale per le nuove avventure idiote degli improbabili eroi Derek & company: il Palazzo della Civiltà italiana che diventa casa di moda e poi, l’Altare della Patria, il Colosseo, le Terme di Caracalla sono solo alcuni dei monumenti che hanno impreziosito la già suggestiva fotografia di Daniel Mindel [Star Wars: Il risveglio della Forza e fedele d.o.p. di J.J. Abrams].

Satira, carnascialesco, citazionismo postmoderno e tantissima autoironia rimangono gli ingredienti cardine di questa commedia tanto attesa.

Unica nota stonata una gag irriverente nei confronti della cucina italiana, utilizzata come strumento per ingrassare in modo veloce e sicuro tramite distributori automatici di strutto e spaghetti alla puttanesca. Non è politicamente corretto ma bisogna ammettere che è anche colpa dei nostri cari ristoratori per turisti che si ostinano a cucinare tutto il menu mettendo alla base della loro personale piramide alimentare il burro e gli altri grassi animali che, invece, dovrebbero stare in cima, la maggior parte delle volte, peraltro, inutili ai fini della resa gastronomica del piatto. Forse una bella lezione da imparare nell’anno dell’EXPO di Milano. Questo ci rammenta che dietro ad ogni parodia c’è un fondo di verità, alterata ad arte per poterne ridere, ma pur sempre di verità si tratta. Prendiamone atto per migliorare, anche se la critica viene da chi vive nel Paese al terzo posto nella classifica delle nazioni con il più alto tasso di obesità.

A parte questa riflessione, ideata magari solo per prenderci in giro, Zoolander 2 è un’antologia di battute e gag che richiamano spesso alla mente quelle scolpite nella memoria dei tantissimi fan 15 anni fa e mai dimenticate.

La musica, soprattutto quella pop, è utilizzata come ulteriore elemento comico a livello sia diegetico sia extradiegetico. La simpatia della scrittura e l’obiettivo risata-slash-relax fa passare sopra a panzane «really really ridiculously» assurde. L’impiego della tecnologia ARRI e dell’archiviazione in ARRIRAW, lavorato finemente in post, ha permesso una fotografia appariscente dai colori saturi fino allo sgargiante con un’ottima risoluzione, che mette sotto la giusta luce ogni particolare, dalla trama dei tessuti alla magnificenza di Roma. Tutte queste accortezze non faranno di Ben Stiller un autore, al suo settimo lungometraggio da regista, ma di sicuro l’operazione commerciale messa in atto dalla Paramount Pictures è al passo con i tempi e di sicuro “à la mode”.

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Il risultato è una commedia per spegnere il cervello e dimenticarsi delle preoccupazioni del quotidiano, ma occhio ad offuscare troppo i neuroni, perché si rischierebbe di perdere gran parte delle citazioni e dei rimandi alla cultura pop. Se sentite proprio di dover fare un confronto tra i due episodi, in realtà molto diversi nella struttura e nei contenuti, seppur simili nei meccanismi narrativi, è sulla resa del prodotto che vi dovrete concentrare: il primo capitolo è una gag continua, tanto che quasi non si respira tra una risata e l’altra, e c’è il fascino della scoperta degli strampalati protagonisti, nel secondo, con il setting ormai definito, c’è più spazio per il delirio, alla Tropic Thunder, altra perla del duo di sceneggiatori Ben Stiller – Justin Theroux, e così si partecipa emotivamente al film con il sorriso perennemente stampato sulla faccia con picchi di risate che si alternano all’ “oh!” di sorpresa quando si riconosce l’irruzione straordinaria di qualche VIP.

The party is on, folks! #EnjoySlashSmile

Pronti a sfoderare le vostre migliori Blue Steel, Magnum, Aqua Vitae o qualsiasi altra posa originale che la vostra mente si sentirà obbligata a fare dopo aver visto Zoolander 2. #FreeSelfie

Everybody wants some di Richard Linklater: Poster e Trailer

Strana operazione quella di Richard Linklater, dove “strana” stavolta non è traducibile con il classico “weird”, uno dei suoi marchi di fabbrica. Stavolta è più qualcosa di indecifrabile. Anche per le poche informazioni che sono trapelate. Everybody wants some, in uscita ad aprile, è presentato come il sequel ideale del suo Dazed and confused (1993), in Italia passato con il titolo un po’ fuorviante La vita è un sogno. Non sarà attualizzato, come ci ha abituato la moda cinematografica degli ultimi anni, ma ambientato nel 1980. A rimarcare la vicina parentela con il film, il titolo provvisorio era That’s what I’m talking about, una linea di dialogo estratta proprio da una scena di Dazed and confused. Secondo il regista, Everybody wants some rappresenta, anche, il seguito di Boyhood (2014) perché quest’ultimo finiva proprio dove il nuovo lavoro di Linklater comincia: un ragazzo inizia la sua nuova esperienza al college ed incontra quelli che saranno i suoi compagni di stanza e una ragazza.

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Anche se i fan speravano in un ritorno di Matthew McConaughey come David “alright, alright, alright” Wooderson, il suo primo ruolo di un certo spessore, in pratica il debutto dopo la comparsata in Fantasma per amore. E invece Linklater ha preferito dei relativi sconosciuti come Zoey Dutch, Tyler Hoechlin, e Ryan Guzman che gli permettono di rivisitare l’atmosfera giovanile originale che ha portato tanta fortuna a star allora alle prime armi: oltre al già citato Matthew McConaughey, facevano parte del cast di Dazed and confused Jason London, Ben Affleck, Milla Jovovich, Cole Hauser, Renée Zellweger, Parker Posey, Adam Goldberg, Joey Lauren, Adams, Nicky Katt, e Rory Cochrane. Solo Glen Powell è stato già diretto da Linklater in Fast Food Nation (2006).

Nei primi anni ’90 Dazed and confused, insieme con il precedente Slacker, fu considerato un manifesto della Generazione X, perché i personaggi, quasi tutti ventenni, sono molto interessati a riflessioni e considerazioni intellettuali o pseudo-intellettuali piuttosto che a costruirsi una vita, una carriera e una famiglia.

Mentre Dazed and confused racconta di alcuni ragazzi che progettano la loro estate dopo l’ultimo giorno di scuola, i protagonisti di Everybody wants some sono una marmaglia malassortita di studenti inseriti anche nella squadra di baseball del loro college. Insieme sperimenteranno i loro primi travolgenti assaggi di maturità in assenza della supervisione degli adulti. Non possiamo sapere se ci saranno i classici sesso e droga ma… la musica che ha fatto la storia degli anni ’80 ci sarà, non può essere altrimenti dato il titolo che fa risuonare in testa il famosissimo brano di Van Halen!

Girato alla Texas State University di San Marcos, il film di Linklater si preannuncia permeato di una coinvolgente filosofia alla “It’s all right… take it easy!“, quello che ci vuole per i primi assaggi di estate!

In Italia esce il 16 giugno. Non perdetelo!

Piccoli brividi, di Rob Letterman

Zach Cooper e sua madre Gale, da New York, si trasferiscono nella tranquillissima cittadina di Madison, Delaware. I loro nuovi vicini sono il misterioso Mr. Shivers – che tradotto suonerebbe come il “Sig. Brividi” – e sua figlia Hannah, ma Zach si accorge presto che qualcosa non va in loro. Innamorato della ragazza e desideroso di salvarla dalla segregazione a cui la costringe il padre, vince la sua paura basilare e s’introduce di soppiatto con il suo amico Champ nella casa dai mille misteri. Perché ci sono dei libri di R. L. Stine accuratamente sigillati nella libreria? Aprirne uno? Certo! Che problema potrebbe mai esserci? Uno dei mostri, l’abominevole uomo delle nevi, esce letteralmente dalle pagine del libro seminando il panico. Hannah, Zach e Champ dovranno far rientrare la creatura nel libro prima che possa distruggere l’intera città. Ma nella confusione viene involontariamente liberato anche Slappy, un malefico pupazzo – che sarebbe meglio non inimicarsi chiamandolo così – e il suo piano è l’esatto contrario.

Una goliardica, rocambolesca commedia di ambientazione horror. Molto divertente e ricca di sorprese, adatta per un pubblico dalla scuola secondaria in su, perché considerando il realismo aggiuntivo del 3D probabilmente risulterebbe un vero incubo per uno spettatore più giovane.

Piccoli brividi [Goosebumps] non è l’adattamento cinematografico diretto di uno dei libri della serie, è giusto chiarirlo. Si tratta di un film in cui il protagonista è lo scrittore R. L. Stine in persona, alle prese con i mostri creati dalla sua fervida immaginazione.

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Per chi non lo sapesse, la serie di romanzi brevi Goosebumps [letteralmente “Pelle d’oca”] è un ciclo di libri per ragazzi di ambientazione horror dello scrittore statunitense Robert Lawrence Stine, meglio conosciuto come R. L. Stine, ed edita in Italia da Mondadori con il titolo Piccoli brividi.

Uno straordinario successo internazionale di fine secolo: oltre 500 milioni di copie vendute in tutto il mondo – anche se nel film si parla di oltre 400 milioni – e tradotti in 32 lingue; il Guinness Book of World Records, la considera la serie di libri per bambini più venduta della storia.

Un trionfo commerciale che non poteva non diventare un franchise cinematografico tanto fortunato che la Sony ha annunciato di essere già al lavoro per il sequel. La presenza di Jack Black, che oltre ad interpretare Stine/Shivers doppia anche Slappy e il ragazzo invisibile, è stata confermata per i seguenti capitoli.

La struttura del film emula quella dei libri. È semplice, fin troppo, forse, vista la mancanza di anziani e bambini e di una vita sociale per i cittadini in alternativa al ballo scolastico. Presenta colpi di scena a raffica, ma senza momenti particolarmente forti, con un intento horror che viene sistematicamente controbilanciato in egual misura dalla comicità dei personaggi e delle situazioni. L’età dei protagonisti rivela i destinatari della suspense: adolescenti a volte paurosi, come nel caso di Champ, a volte curiosi e intrepidi, come Hannah, altre volte protagonisti di un percorso formativo, che li porta a lottare contro la propria stessa natura per un fine più alto, Zach ne è un esempio. La particolarità dei racconti è il finale, che molto spesso stravolge l’intero senso della vicenda narrata o, comunque, presenta un colpo di scena impensabile. Non aggiungerò se il film ha tenuto fede o meno a questa peculiare caratteristica, ovviamente.

Un consiglio che invece può tornare utile è quello di non scattare come molle e di godersi lo spettacolo ulteriore dei titoli di coda. Per i credits, infatti, sono state utilizzate le copertine originali dei libri, tutte realizzate, a suo tempo, dall’illustratore Tim Jacobus e rese, oggi, tridimensionali per la trasposizione su grande schermo.

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Con un occhio ai blockbuster fantastici degli ultimi anni e alle fantasmagoriche quanto esilaranti vicende di Scooby-Doo e simili, Piccoli brividi è diretto da Rob Letterman, che non è nuovo, vedi Mostri contro alieni, a disseminare la struttura narrativa di citazioni dei classici della cinematografia, non solo di genere: Fluido mortale (1958) 1941 – Allarme a Hollywood (1979) Gremlins (1984) Nightmare – Dal profondo della notte (1984) e soprattutto cita il suo precedente film I fantastici viaggi di Gulliver (2010) di cui è protagonista sempre Jack Black, un proficuo sodalizio iniziato con un altro doppiaggio dell’attore comico, in Shark tale, infatti, presta la sua voce istrionica allo squalo vegetariano Lenny.

Una chicca per i tantissimi fan ed appassionati: in una delle scene dell’epilogo R. L. Stine appare in un cameo che è oltretutto un ribaltamento di ruoli. Interpreta il professor Black, insegnante di recitazione, salutato nel corridoio della scuola proprio da Jack Black nei panni del famoso scrittore.

Musica del maestro Danny Elfman, inconfondibile fin dalle prime note dell’incipit.

Dallo stesso studio dove è stato realizzato 20 anni fa Jumanji, esce un film che vi farà «spaventare per far ridere». Per giunta ecosostenibile!

Vita, morte e Miracoli, di Lorenzo Gioielli

È una scatola chiusa la camera d’ospedale in cui i quattro protagonisti dello spettacolo “Vita, morte e miracoli”, in scena al Teatro della Cometa, si ritrovano per un’ora e un quarto. Il mondo non entra attraverso la porta grigia, se ne rimane discreto fuori a guardare insieme agli spettatori, ma ogni personaggio se lo trascina dietro, lo nasconde dentro di sé, lo spia di sottecchi. Ognuno dei protagonisti è un frammento di realtà, una sfumatura dell’essere umano, una scheggia di vita che sfugge al passato e tende al futuro incerto.

E così Marco, per sottrarsi al dolore della vista del proprio fidanzato in coma, lancia frecciate sarcastiche e affilate a Dario, cognato rigoroso e buono, mentre sua sorella Ilaria, dall’anima inquieta, si destreggia tra segreti passati e vita quotidiana di donna e madre. È arte circense la commedia scritta da Lorenzo Gioielli e diretta da Riccardo Scarafoni, è il salto carpiato che tutti compiamo per tuffarci nella felicità evitando il dolore, è l’acrobazia di camminare su un piede solo quando costeggiamo l’abisso. Ma è anche consapevolezza e forza quando ci lanciamo nel vuoto sapendo che non c’è rete che possa attutire la caduta.

C’è poco tempo prima di rovinare a terra, ma nello spazio vuoto tra l’apice e il suolo si parla dell’amore, della vita, della morte, del sesso, della fede e dell’ateismo, dell’essere umani in quanto tali. Ed è proprio Emanuele, ragazzo in coma, a suscitare nei suoi cari i pensieri più profondi, i dialoghi più toccanti, a far partorire verità inconfessabili. Via via che lo spettacolo si inoltra lungo i quattro sentieri solcati dai protagonisti, le battute comiche si rarefanno come l’ossigeno in alta quota, fino a quando il finale strozza il respiro e fa serrare le labbra. Lo sfarfallio di una luce segna la fine della pièce, la fine di un’attesa ma, forse, sancisce anche l’esistenza dei miracoli.

Sul palco del Teatro della Cometa fino al 31 gennaio con “Vita, morte e miracoli” Veruska Rossi, Fabrizio Sabatucci, Riccardo Scarafoni e Francesco Venditti.