Michael Fassbender

L’uomo di neve, di Tomas Alfredson

Il freddo quest’anno tarda ad arrivare, ma viene in nostro soccorso il cinema con l’uscita de L’uomo di neve, l’ultimo film diretto da Tomas Alfredson (Lasciami entrare e La talpa), tratto dal fortunato romanzo omonimo di Jo Nesbø.

La vicenda si sviluppa attorno alla figura di Harry Hole (Michael Fassbender), un detective alcolizzato ma brillante, che inizia a indagare sulla sparizione di alcune donne dopo aver ricevuto un messaggio firmato con il disegno di un pupazzo di neve. Aiutato da Katrine Bratt (Rebecca Ferguson), nuovo acquisto del dipartimento di Oslo, comincerà a trovare delle similitudini tra le persone scomparse e si addentrerà in un caso tortuoso.

I tempi della pellicola sono dilatati e i toni stranianti, più che paurosi o affini al genere thriller nel quale il film è inserito. Anche nei suoi momenti più cruenti, il gelo e la generale lentezza contribuiscono a creare una distorsione delle emozioni, durante la visione, che trasforma la paura e la voglia di voltare lo sguardo in curiosità ossessiva, simile a quella che coglie le persone nel quotidiano di fronte a un incidente. Tale sensazione non aiuta a creare il giusto stato di ansia che aiuterebbe a godere del film con più partecipazione, ma ha il pregio di non mettere lo spettatore a proprio agio, definendo fin dall’inizio tempi diversi da quelli del cinema di più alto consumo.

Uno dei tasti dolenti di questa pellicola è purtroppo la mancanza di chimica tra Fassbender e la Ferguson: i due sembrano viaggiare su binari diversi sia per quanto riguarda il ritmo sia per via della trama. L’intero arco narrativo di Katrine, infatti, è purtroppo poco coinvolgente, forse anche a causa dei flashback troppo brevi e dell’interpretazione non entusiasmante di Val Kilmer. In generale le scene della Ferguson, per quanto siano le più dinamiche dell’intero film, sono quelle meno appassionanti. Più credibile e vitale il rapporto tra Fassbender e Charlotte Gainsbourg nel ruolo di Rakel. Bella anche l’interpretazione di Chloë Sevigny, che avrebbe meritato qualche scena in più anche solo per l’abilità nella gestione del suo personaggio.

La colonna sonora curata da Marco Beltrami è interessante, per quanto non priva di difetti. Nelle scene d’azione (e purtroppo sul finale) non mette in campo nulla di nuovo, ma riesce a creare la giusta tensione nelle fasi investigative della storia.

Il vero punto di forza dell’Uomo di Neve è però l’ambientazione, che contribuisce più di ogni altra cosa a dare respiro alla pellicola. Nella sua maestosità, il ghiaccio diventa protagonista della vicenda, dal vapore generato dal respiro degli attori fino al perpetuo manto bianco che incornicia ogni momento all’aperto. Ostile e generoso al contempo, con la sua mitigazione della morte, accompagna bene un film altrimenti vacillante e rende lampante per lo spettatore la motivazione che spinge la letteratura nordeuropea a trattare con così tanta frequenza i temi del crime e del noir.

In conclusione, l’Uomo di Neve è un film consigliato agli appassionati del genere e a chi riesce ancora a godere di pellicole dai toni misurati e dai tempi dilatati.

Alien: Covenant, di Ridley Scott

Ambientato 10 anni dopo gli eventi di Prometheus, Alien: Covenant è il sesto capitolo del successo interplanetario ideato da Ridley Scott. Sei film, senza ovviamente contare i crossover con il franchise di Predator, con almeno un altro in lavorazione. Per capire come mai sia giusto scrivere “almeno” l’invito è di arrivare in fondo all’articolo, quando sarà giunto il tempo delle news!
Questo secondo film della nuova trilogia chiude vecchi percorsi narrativi, senza esaurirli del tutto, in realtà, e apre la strada a nuovi scenari, lasciando tutti sulla poltrona con il cuore in gola per la paura e il fiato sospeso per l’immancabile cliffhanger, magari non proprio impensabile, ma che permette di compiere ogni sorta di congettura su come si collegheranno le due trilogie, se avranno un legame le figure femminili che anticipano la venuta di Ripley. E non è forse questo il compito di un’opera d’arte: portare la mente dello spettatore a creare ulteriori prospettive sfruttando la propria immaginazione?

Attraverso una ben ponderata miscellanea di corsi e ricorsi storici conditi da interessanti sorprese narrative, la trama di Alien: Covenant si dipana tra illusioni, inganni e una netta contrapposizione fra istinti di conservazione della specie. Umani, xenomorfi, “Ingegneri” e intelligenze artificiali si contenderanno il predominio sulle altre specie ma prima dovranno lottare contro chi vuole solo un posto al vertice della catena alimentare.

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L’astronave Covenant è in viaggio verso Origae-6. Ibernate al suo interno, 2000 persone sono incaricate di colonizzare il nuovo pianeta e renderlo il nuovo avamposto dell’umanità. Ma la tranquillità del loro sonno indotto è spezzato da un’esplosione stellare che distrugge le vele di navigazione e miete vittime, anche illustri. Il comandante Oram, religioso fin nell’etimologia latina del nome, prende una decisione che innesca una serie di eventi. É così che inizia l’evoluzione di quella creatura che suscita paura, mista a fascino, e che, da quel 1979, infesta le sale cinematografiche mondiali a buona ragione.

Con l’intento di spaventare utilizzando una sceneggiatura intelligente e sofisticata, Ridley Scott ripropone lo xenomorfo gigeriano con tutte le sue irrinunciabili fasi biologiche: attesa dell’ospite, infezione dell’ospite, gestazione-lampo, nascita dell’ibrido e atroce morte dell’ospite. L’uomo, come al solito, può ottenere indistintamente i ruoli di cibo o di incubatrice, ma sarà sempre e comunque preda ma, come in ogni film, la produzione gioca sulle variazioni del tema, talora tradendo talora assecondando le aspettative del pubblico. Lo spettatore-fan, infatti, conosce perfettamente la creatura inventata da Scott e le propensioni dell’una e le abitudini registiche dell’altro. Proprio per questo si è reso necessario curare l’interpretazione autoriale affidandola a chi sa fornire una vasta gamma di colori sentimentali. Privilegiando, ovviamente, il colore del sangue: «Se non ricordo male  – racconta uno dei produttori, Mark Huffam [Prometheus, Sopravvissuto – The Martian] – la prima frase di Ridley è stata: ‘Faremo un film tosto vietato ai minori, e ci servirà un sacco di rosso’, che è il nostro modo di dire sangue».

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Anche il resto del cast è stato scelto in modo da contribuire alla realizzazione di un crescendo di tensione in grado di sostenere il confronto con il capostipite del 1979. I risultati sono davvero notevoli! «Non puoi continuare a fare inseguire gente da un mostro in un corridoio, è noioso. – dichiara Scott – Mi è venuto in mente che nessuno si era posto la domanda: chi ha fatto questo e perché. Potresti dire che sono mostri dello spazio, o divinità spaziali o ancora degli “Ingegneri” dello spazio esterno che li hanno inventati.. non è così. ALIEN: COVENANT stravolgerà tutto».

La trilogia-prequel continua a dar spessore alla trama, a costruire una cosmogonia mostruosa, a popolare con nuove forme di ibridi una mitologia già densamente “nutrita”. L’Alien originale resta uno degli horror più memorabili, un film molto curato dal punto di vista psicologico e a dir poco claustrofobico, una sceneggiatura asciutta ed efficace. «E’ divertente, perché in un certo senso, ho sempre pensato ad Alien come a un B movie davvero ben riuscito. – dice Scott – Il plot era piuttosto semplice: sette persone chiuse in una vecchia casa oscura e si trattava di chi morisse prima e di chi sarebbe sopravvissuto». Per quanto riguarda, invece, Alien: Covenant si può subito notare come anche il sottotesto sia diventato sofisticato con un’esplosione di tematiche trasversali che trascendono il film stesso:

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    • sull’astronave Covenant l’equipaggio è composto da coppie già formate, come un’arca biblica, per favorire una rapida colonizzazione del nuovo pianeta, senza però escludere dal discorso l’omosessualità (Hallett e Lope), un chiaro messaggio di speranza per un futuro migliore in cui non si etichettano le persone in base a criteri arbitrari per il solo gusto di discriminarle ed emarginarle;
    • la figura femminile rimane, come sempre, il vero protagonista del film e rappresentata in modo onesto e credibile con un’evoluzione del personaggio che porta, in questo specifico caso, Daniels [Katherine Waterston; Vizio di formaSteve Jobs], la responsabile delle operazioni di terraformazione, dapprima a chiudersi come in un bozzolo nei panni del partner quasi a volersi far proteggere da quei vestiti più grandi di lei, come a voler tradire un’inadeguatezza insormontabile, per poi reagire alla crisi tirando fuori un carattere coriaceo e deciso che ricorda molto da vicino la migliore Ripley, una metamorfosi che fa da contraltare a quella della famelica creatura;

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      • la prevaricazione di una specie sulle altre senza rispettare gli equilibri naturali: lo xenomorfo, come l’uomo sulla Terra, non si cura del suo impatto ambientale e divora inesorabilmente senza pensare alla conseguente scarsità di risorse;
      • la delinazione della riflessione sulla xenofobia, intesa come paura dello straniero o di un corpo estraneo, di un invasore, l’uomo colonizzatore di pianeti che si ritrova a dover temere una controinvasione che lo attacca sottopelle oltre che esternamente;
      • il sacrificio degli agnelli per permettere ad un solo predatore di nascere e dominare sconsideratamente su tutto;

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    • il rapporto conflittuale che intercorre fra Daniels e Oram esprime una lotta tra l’innato istinto di conservazione mischiato al desiderio di portare a termine la missione scientifico-militare da una parte e la fredda e cieca fede nelle coincidenze come espressione del trascendente dall’altra;
    • l’annosa riflessione sull’intelligenza artificiale e la sua fedeltà servile all’uomo-creatore è ben rappresentata dalla contrapposizione Walter vs David, entrambi interpretati da Michael Fassbender [Assassin’s creed, MacBeth]: Walter è l’evoluzione di David 8, l’organismo sintetico già presente in Prometheus;
    • la dicotomia delle A.I. introduce ad un ultimo tema, il più diffuso in Alien: Covenant, il tema del doppio. Molti degli elementi significativi del film sono raddoppiati: non solo David e Walter, ma anche i Neomorfi sono due; il pianeta su cui la Covenant atterra è simile a quello verso il quale stavano viaggiando; l’equipaggio, com’è noto, è diviso in coppie; il rapporto privilegiato fra Daniels e Walter ricorda quello tra Shaw e David in Prometheus…

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Dal confronto di Walter con David emergono anche dei riferimenti di alta cultura come le citazioni del Paradiso perduto [il titolo provvisorio di Alien: Covenant è stato proprio questo], il poema di John Milton, riguardanti il dilemma di Lucifero che si domanda se sia «meglio regnare all’Inferno che servire in Paradiso». Oltre alle citazioni letterarie non mancano quelle cinematografiche (il personaggio di Tenneessee liberamente ispirato al maggiore TJ “King” Kong de Il Dottor Stranamore ovvero come ho imparato a non preoccuparmi ed amare la bomba di Stanley Kubrick) e delle opere liriche di Richard Wagner con L’olandese volante e soprattutto L’oro del Reno, il prologo de L’anello dei Nibelunghi, nonché la citazione di un celebre dipinto di Füssli con il Neomorfo al posto dell’incubo e David a sostituire la spettrale giumenta che si muove e osserva dietro le quinte.

Il fotogramma cita il celebre dipinto Incubo, di Johann Heinrich Füssli
Il fotogramma cita il celebre dipinto Incubo, di Johann Heinrich Füssli

Sul piano visivo si fanno notare, inoltre, nel mezzo della scenografia nel laboratorio approntato da David sul pianeta di approdo, anche i bellissimi disegni dello stesso Ridley Scott che, da perfezionista qual è, ama realizzare da sé gli storyboard per la preparazione delle riprese, «fantastici, incredibilmente precisi – spiega Charley Henley, VFX Supervisor – praticamente è come se guardassi attraverso l’obiettivo».

Regia classica con una sceneggiatura stratificata e moderna. Eccellente fotografia di Dariusz Wolski [The Walk, Sopravvissuto – The Martian] che trasforma ogni fotogramma in un capolavoro assoluto sfruttando nel migliore dei modi lo standard tecnico di alto livello raggiunto dalle riprese con la ARRI Alexa.

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A completare il settore squisitamente tecnico un audio avvolgente che contribuisce a mantenere vivo il terrore anche nei momenti di presunta quiete filmica.
Anche il silenzio gioca un ruolo fondamentale nell’economia emotiva del film e saperlo rendere filmicamente non è impresa da poco. Alla celebre tagline «Nello spazio nessuno può sentirti urlare», infatti, si aggiungono tutta una serie di linee di dialogo che rimangono scolpite nella memoria fin dal trailer, tra cui «Senti? Il niente: niente uccelli, nessun animale… Niente!». Non impeccabile il montaggio [peraltro del Premio Oscar® Pietro Scalia; Black Hawk Down, JFK] che si lascia sfuggire un errore abbastanza grossolano, un’inversione di tagli che non inficia un lavoro d’equipe colossale in cui ogni settore si è messo in gara per ottenere il massimo.

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costumi di Janty Yates [Prometheus, Sopravvissuto – The Martian, Il gladiatore] possono essere fieri del loro contributo al valore artistico del film con la loro tuta spaziale gialla, veramente bellissima, e con la scelta di non vestire tutto l’equipaggio con una stessa divisa ma di fornire loro un abbigliamento che fosse funzionale al loro ruolo nell’astronave o nell’esplorazione del pianeta.
La scenografia, ideata dal production designer Chris Seagers [Deepwater: Inferno sull’oceano, X-Men – L’inizio] e messa in atto da Victor J. Zolfo [Premio Oscar per Il curioso caso di Benjamin Button], come sempre curatissima nel dettaglio, ha la doppia funzione di dare concretezza alla realtà filmica per lo spettatore e di fornire all’attore una base realmente fisica in contrasto con gli standard attuali che prevedono un larghissimo uso di green screen che non facilitano di certo una recitazione sentita e verosimile.
Il commento musicale di Jed Kurzel [Babadook, Assassin’s creed, MacBeth] sottolinea la tensione e l’incalzante crescendo di terrore con una colonna sonora che prevede campane distorte, flauti dal suono artigianale, accompagnati dalle note del già citato Wagner e, non da ultimo, l’evergreen country di John Denver Take Me Home, Country Roads, che sarà la prima fondamentale svolta narrativa.

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Per la campagna promozionale del film sono stati realizzati due cortometraggi, diretti da Ridley Scott, che fungono da prologo al film: in Last Supper [L’ultima cena] viene introdotto l’equipaggio della Covenant tra cui appare ancora James Franco nei panni di Jacob Branson, il capitano originale della Covenant; The Crossing, un prologo interpretato da Michael Fassbender e Noomi Rapace, nei rispettivi ruoli dell’androide David 8 e della Dr. Elizabeth Shaw, che funge da ponte tra Prometheus e Alien: Covenant. Entrambi i corti sono disponibili sul canale YouTube ufficiale della 20th Century Fox.

Questo è tutto, per ora! Non è al momento conosciuta la data d’inizio riprese del prossimo capitolo della saga, ma in un’intervista al The Sydney Morning Herald, rilasciata il 3 marzo 2017, il regista Ridley Scott dichiara qualcosa che va ben oltre il seguito di Alien: Covenant:

«Fino a un certo punto, devi quasi dare per scontato il successo del film e, proprio per questo, devi essere pronto. Non vuoi una pausa di due anni. Per cui sono pronto a cominciare le riprese il prossimo anno. Se volete davvero un franchise posso mandare avanti l’ingranaggio per sei film. Non ho intenzione di fermarlo di nuovo, nel modo più assoluto».

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Song to song, di Terrence Malick

Austin è l’unico posto al mondo in cui la musica si respira, si assapora, e si vive fino in fondo. Non c’è musicista o aspirante tale che non si sia lasciato trasportare dal ritmo di questo luogo straordinario, mitico a tratti, dove un festival musicale ne insegue un’altro e country, folk, blues, new wave, punk o rock si mescolano in un’unica armonia. Talvolta il ritmo frenetico di Austin fa girare la testa, ma l’unica maniera per scoprire la propria identità è perdersi tra le pieghe della capitale mondiale della musica live, farsi risucchiare dal vortice dei concerti e della vita mondana, incontrare gli artisti, innamorarsi, e lasciare che qualcuno di loro ti cambi la vita, che sia con un bacio o con una canzone.

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Di canzone in canzone e di bacio in bacio, la giovane cantautrice Faye (Rooney Mara) si tuffa a capofitto nella vita musicale di Austin, facendosi rapire prima dalla sensualità esplosiva del suo produttore Cook (Michael Fassbender), impegnato con la cameriera Rhonda (Natalie Portman), e poi dalla dolcezza ingenua di BV (Ryan Gosling), la sua anima gemella musicale. La musica li nutre, li attrae l’uno all’altro più del sesso e li lega in un triangolo amoroso dal quale è impossibile uscire. Ed è proprio in questo momento che il regista Terrence Malick entra nelle loro vite, di soppiatto, senza far rumore, solo per danzare con loro. Sembra quasi che i personaggi vengano scoperti quasi casualmente dalla macchina da presa, che si avvicina ai loro volti tanto da annullare il confine tra l’inquadratura e la loro pelle, ma non tanto da infrangere la loro intimità.

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La loro danza scorre leggera, lenta, come un flusso di adrenalina costante. E loro non fanno altro che volteggiare, attorcigliarsi, abbandonarsi alla bellezza della natura che li ingloba. Ancora una volta Terrence Malick si dimostra un maestro dell’arte mimetica, capace di catturare gli sguardi e i comportamenti discreti e attraverso questi narrare la sua storia. E le immagini mostrate sono talmente magnetiche da ingoiare i dialoghi, lasciando che siano i corpi a parlare, e ancora di più gli spazi in cui si muovono, rappresentazione speculare del loro continua ricerca della perfezione estetica.

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La fotografia fluida di Lubezki impreziosisce la pellicola e riesce a far emergere il lato oscuro e nascosto dei personaggi con un collage di inquadrature studiate in ogni dettaglio, estreme in alcuni casi, ma talmente potenti da risucchiare lo spettatore dentro all’immagine stessa, fino all’abisso in cui sono imprigionati i personaggi. La firma di Malick è evidente in ogni scena, così come la sua capacità di far intravedere l’inferno dietro l’apparenza del paradiso, la corruzione dietro la perfezione, e di affascinare chi nel cinema cerca l’immagine sopra ogni cosa.

Assassin’s Creed, di Justin Kurzel

Assassin’s Creed è un “Balzo della Fede” per tutti. La più bella trasposizione cinematografica che sia mai stata fatta di un videogioco che, con buona pace dei detrattori della sottocultura dei gamers, si spinge oltre l’intrattenimento ludico, fornendo un materiale narrativo senza precedenti, con trame e sottotesti, che tradiscono una visione del mondo al passo con i tempi e le teorie cospirative che, da qualche anno, sono oggetto dell’interesse pubblico.

Parafrasando la celebre frase dell’allunaggio, sarebbe potuto essere un piccolo balzo per il fan ma un salto nel vuoto per chi non ha alcuna dimestichezza con la serie e la sua complessa struttura narrativa che mescola sapientemente fantascienza, storia, azione e spionaggio. Invece, l’Assassin’s Creed di Justin Kurzel [Macbeth, Snowtown] diventa un’esperienza emozionante anche per chi non ha mai giocato al videogame e conosce solo per fama quello che è diventato, a suon di successi, uno dei migliori cross media brand degli ultimi 10 anni.

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Il primo a “saltare” a bordo, di questo progetto ad alto coefficiente di difficoltà, è stato Michael Fassbender, il cui debutto cinematografico è legato ad un’altra trasposizione cinematografica, dello stesso anno in cui la prima versione di Assassin’s Creed entra nelle case dei gamers, il 2007, quando, nel ruolo di Stelios, prende parte, diretto da Zack Snyder, a 300, il superbo adattamento del fantastico graphic novel di Frank Miller. Ha poi conquistato pubblico e critica con Hunger e Shame, diretti da Steve McQueen, per poi ricevere una nomination come miglior attore ai Golden Globe ai BAFTA e agli Oscar® per la sua interpretazione di Steve Jobs, diretto da Danny Boyle.

Un ottimo inizio abbinare uno dei giochi più amati di tutti i tempi con uno degli attori più acclamati del momento, ma si correva il rischio di fare gli stessi errori di altri adattamenti che hanno miseramente fallito nell’hitchcockiano intento di riempire schermo e sedili del cinema.
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Nell’inedita veste di produttore, Fassbender chiede ad un team familiare di fidarsi del suo istinto, coinvolgendo il regista Justin Kurzel, l’attrice Marion Cotillard, premio Oscar® per La vie en rose, lo sceneggiatore Michael Lesslie, il compositore nonché cantante-chitarrista e fratello del regista Jed Kurzel, il direttore della fotografia Adam Arkapaw, che avevano tutti preso parte al Macbeth del 2015. Curioso, poi, che Fassbender abbia scelto Brendan Gleeson per interpretare di nuovo un suo padre filmico come in Codice Criminale.

A fornire esperienza e ulteriore sostanza al cast già lussureggiante la presenza scenica di Jeremy Irons e Charlotte Rampling e del costume designer Sammy Sheldon [Ex machina, Ant-Man, V per Vendetta], fondamentale per la maniacale ricostruzione storica e l’adattamento concreto del game concept alla fruibilità attoriale.

Un bel “Balzo della Fede” lo avete compiuto anche voi lettori ad aver sopportato tutto questo preambolo prima di arrivare a conoscere la TRAMA del film:

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Antefatto ambientato nella Spagna del 1492, con la presentazione dell’interminabile scontro tra l’Ordine dei Cavalieri Templari, che cercano di impossessarsi della Mela dell’Eden e togliere così all’umanità il dono del libero arbitrio, e la Confraternita degli Assassini, che sono votati, anima e corpo, alla difesa della reliquia sacra e del genere umano. Nella Mela è, infatti custodito il seme della prima disobbedienza e potrebbe essere adoperata per assoggettare a qualsiasi volere la mente degli uomini.

«Le nostre vite non sono niente. La Mela è tutto»

Sulle note di una ballata heavy metal, che sottolinea perfettamente la spettacolarità di una ripresa aerea, cifra stilistica del gioco prima che del film, la mdp segue il volo di un’aquila e l’azione del prologo si sposta a Baja California nel 1986, quando qualcosa di estremamente significativo segna l’infanzia del protagonista,  Callum Lynch, e ne determina il futuro, ovvero il suo 2016, quando, ormai adulto attende l’iniezione letale nel penitenziario di Huntsville, in Texas.

«Il tuo sangue non ti appartiene»

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Segretamente salvato dalla Abstergo, società segreta che funge da facciata “pulita e luminosa” dei Templari, Callum [Michael Fassbender] è costretto a sperimentare una tecnologia rivoluzionaria ideata dalla dottoressa Sophia Rikkin [Marion Cotillard] per «eliminare la violenza e combattere l’aggressività»: l’ANIMUS, un macchinario, meravigliosamente migliorato rispetto alla sedia da dentista del videogioco, che permette al paziente di “rivivere in prima persona” i ricordi dei suoi antenati. Callum scopre, così, di discendere da quell’Aguilar de Nerha [sempre Michael Fassbender], membro dell’Ordine degli Assassini, vissuto nella Spagna del XV secolo, nonché ultima persona conosciuta ad aver posseduto la Mela. I Templari vogliono sfruttare il flusso di memoria per scoprire dove sia tenuta nascosta la reliquia, ma con i ricordi Callum immagazzina anche le esperienze, le conoscenze e le abilità di Aguilar e soprattutto ne eredita la missione.

«Giurami che sacrificherai la tua vita»

Assassin’s Creed ha un incipit che cattura e l’immedesimazione è la chiave di volta della trama, per il rapporto spaziotemporale che si crea tra il protagonista e il suo antenato e, parallelamente, tra personaggi e spettatori. Rapiti da e scaraventati nel pieno dell’azione fin da subito, si può non far caso al registro simbolico, indissolubilmente legato alla spettacolare fotografia, che valorizza i contrasti e rispetta la regola dei terzi e la sezione aurea senza troppo ricorso alla CGI.

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Girato nel deserto dell’Almeria, in Spagna, dove Sergio Leone ha realizzato i suoi western da antologia, il film di Kurzel dà eco al ribaltamento della simbologia classica operato già in origine dai creatori del videogioco e dona risalto ai Templari in inquadrature dove risultano avvolti nella luce, con la croce, loro emblema, a campeggiare prepotentemente, generando un sottotesto che sovverte in maniera provocatoria ogni concezione dogmatica, secondo la quale la luce debba rappresentare il Bene e l’ombra il Male.

Emblematica è una delle prime scene quando la mdp striscia rasoterra e sinuosa come il serpente dell’Eden e raggiunge la cella di Callum dove assistiamo ad uno scambio di battute e di vedute tra lui e il prete confessore in un tripudio di dialettica fotografica caratterizzato dal forte contrasto luce-ombra. La mdp strisciante è una cifra stilistica che tornerà nel corso del film a segnalare momenti significativi.

«Vuoi salvare la mia anima?»

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Lontani dalla luce dei riflettori, invece, svolgono la loro missione gli Assassini, la cui origine è liberamente ispirata ai Nizariti, la principale setta degli ismailiti, una corrente dell’islam sciita, seguaci dell’Aga Khan, e conosciuti in passato anche come Setta degli Assassini oppure semplicemente Assassini (Hashashin). La parola “assassino” deriva proprio dalla loro pratica di ricorrere a omicidi mirati per l’affermazione della propria politica .Realmente esistiti, quindi, ma, come i Templari, oggetto di miti e leggende che hanno dato ampio margine di manovra a soggettisti e sceneggiatori fino alla creazione del conflitto millenario che è alla base dell’Assassin’s Creed universe.

«Agiamo nell’ombra per servire la luce. Siamo Assassini»

Un ulteriore spunto di riflessione a caldo ha un’origine etimologica: malum/male e malum/mela sono entrambi sostantivi neutri della seconda declinazione, ma differiscono nell’accento (breve per “male” e lungo per “mela”), che però è facoltativo scrivere, quindi la mela da semplice anagramma è assurta ad emblema del Male per qualche traduzione sbrigativa persa nel tempo, nel Medioevo degli amanuensi, quando analfabeti pendevano dalle labbra di semianalfabeti ed era molto più semplice raccontare una fiaba fantasy che non spiegare che il Bene e il Male coesistono, senza confini ben definiti, nell’universo, allo scopo di equilibrarne le forze e mantenere l’archetipica armonia degli opposti.

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Infine arriviamo a quello che senza ombra di dubbio possiamo considerare il più grande “Balzo della Fede” nel film di Assassin’s Creed, perché reale, perché fuori davvero da ogni immaginazione: è  quello che opera Damien Walters, ginnasta, corridore e stuntman molto richiesto [Kingsman: Secret Service, Captain America – Il primo vendicatore, Scott Pilgrim vs. the World]. Nessuna controfigura digitale, quindi, per quello che è considerato nella narrazione stessa del videogioco come un’azione mitica, che ha in sé del soprannaturale. Fassbender, che si è fatto sostituire nelle scene di combattimento per solo il 15% delle riprese, è rimasto stupito: «Damien ha fatto veramente un Balzo della Fede di 35 metri buttandosi da una gru senza cavi e senza alcuna corda elastica, solo in caduta libera».

Anche per un stuntman con l’esperienza di Walters, la caduta libera fa paura al solo pensarci. La produzione ha messo in campo una seconda unità per catturare lo stunt sul set quel giorno, e meno male perché l’unità principale si era messa in pausa per guardare Walters saltare. Walters ci ride su: «L’effettiva sagoma della base su cui cadere è di soli 10 metri x 10 metri, l’effetto che ti fa quando sei sulla piattaforma a 35 metri è quello di dover cadere su un foglio A4. La cosa migliore è quando ne esci e puoi dire a te stesso “Sì, sto bene”».

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«Quando giri, 25 metri o 35 possono dare la stessa impressione – ha dichiarato il regista – ma per Damien era fondamentale raggiungere un’altezza record. È stata una giornata emozionante, ma anche stressante, ma credo che si riesca a percepire anche nel girato, senti che qualcuno lo ha effettivamente fatto. E mi piace il fatto che io ci fossi e che l’abbia potuto girare, non è come quando lo realizzi in tutta tranquillità con qualcuno che spinge un paio di pulsanti».

Prodotto da New Regency, Ubisoft Motion Pictures, DMC Films e Kennedy/Marshall e distribuito da 20th Century Fox, il film è destinato ad essere il capostipite di un franchise cinematografico a lunga percorrenza: «questo film segna l’origine di una storia – ha dichiarato Fassbender – Abbiamo un’idea su che strada percorrere nel corso dei prossimi due film. Abbiamo creato un arco narrativo in grado di coprire tre lungometraggi. Vedremo come gli spettatori reagiranno con questo primo capitolo». Intanto è in fase di preproduzione il secondo film, che Kurzel vorrebbe ambientare durante la Guerra Fredda, il periodo giusto per “vivere nell’ombra”!

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«Vivi nell’ombra!»

Frank, di Lenny Abrahamson in DVD

Sono passati due anni da quando Frank di Lenny Abrahamson è arrivato al cinema, ma la strepitosa “I love you all” continua a risuonare nelle nostre orecchie. Così come il carisma di questo musicista dalla personalità e dal talento fuori dal comune, che non vuole mostrare al mondo la sua faccia, ma non teme di regalargli canzoni indimenticabili. Il film, liberamente ispirato al personaggio di Frank Sidebottom, alter ego del musicista e comico britannico Chris Sievey, è stato presentao al Sundance Film Festival nel 2014 e ha riscosso un enorme successo in tutto il mondo, grazie anche all’interpretazione di Michael Fassbender che, pur dovendo indossare una maschera che annullava completamente sua mimica facciale, è riuscito a trasmettere al pubblico tutte le emozioni di questo bizzarro personaggio.

Al link trovate la recensione completa di Frank

IL DVD

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REGIA: Lenny Abrahamson INTERPRETI: Michael Fassbender, Domhnall Gleeson, Maggie Gyllenhaal, Scoot McNairy, Carla Azar TITOLO ORIGINALE: Frank GENERE: Commedia DURATA: 92′ ORIGINE: Gran Bretagna, Irlanda, 2014 LINGUE:  Italiano 5.1 Dolby Digital, Inglese 5.1 Dolby Digital SOTTOTITOLI: Italiano EXTRA: Trailer, Interviste, Making Of  DISTRIBUZIONE: Koch Media

L’edizione in DVD di Frank firmata Koch Media offre un prodotto di altissima qualità visiva e narrativa, impreziosito da una confezione accattivante, che gioca graficamente con l’immagine del protagonista, creando piacevoli effetti cromatici. Inoltre l’edizione può vantare una nutrita sezione di contenuti speciali, tra cui il Making Of, che mostra la preparazione di Michael Fassbender durante le riprese del film, lo studio del personaggio e il dietro le quinte nella registrazione delle sequenze che hanno come protagonista la musica, anche questa valorizzata al massimo dalla qualità audio del DVD. Ma la sezione più ricca è senza dubbio quella delle Interviste, che oltre al regista Lenny Abrahamson e all’attore protagonista Michael Fassbender, vede coinvolti tutti gli attori che hanno preso parte al film, tra cui Domhnall Gleeson, Maggie Gyllenhaal, Scoot McNairy, Carla Azar, che raccontano la loro esperienza sul set, in particolare in relazione alle performance musicali che costellano tutta la pellicola e  al personaggio di Frank che, essendo celato tutto il tempo dietro la sua bizzarra maschera, è stato una vera e propria sfida per tutti i personaggi. Altrettanto interessante è il punto di vista dello scenografo  Richard Bullock, creatore della famosa maschera e del compositore Stephen Rennicks, che con le sue musiche ha contribuito non solo a creare Frank, ma a caratterizzare lo stile di tutto il film, che senza la sua incredibile colonna sonora non sarebbe lo stesso.

X-Men: Apocalypse, di Bryan Singer

Una maledizione può essere un dono e un dono può diventare una maledizione. Un motto che vale anche per la mutazione genetica, tanto nel 3600 a.C quanto nel 1983, anno di ambientazione di X-Men: Apocalypse, nono capitolo della saga dei mutanti Marvel diretto da Bryan Singer.

Tra le sabbie e le piramidi d’Egitto, En Sabah Nur/Apocalisse è venerato in qualità di dio. Le sue capacità mutanti, le prime attestate nella storia umana, sono quanto di più simile alla divinità possano esserci e continuano a potenziarsi, trasmigrando da un corpo all’altro fino a raggiungere l’immortalità. Ma la razza umana, in un moto di autodeterminazione che le è connaturato, si ribella seppellendolo sotto tonnellate di pietra e storia.
Quando il primo mutante si risveglia, sono passati più di 5000 anni. Agli occhi di Apocalisse il nuovo mondo è decadente e deludente. Le piramidi sono relegate sullo sfondo de Il Cairo, i suk e i bazar si sono estesi come funghi parassiti, l’ordine mondiale non è appannaggio di creature evolute ma di comuni esseri umani.
Al primo mutante non resta che rimodellare il mondo come creta tra le dita, seguendo il suo unico volere. E, come nella migliore tradizione biblica, quattro sono i cavalieri che lo affiancheranno. Dalla cocente sconfitta emerge Angelo, dall’ombra Psylocke, dai sobborghi e dalla povertà si eleva Tempesta e, infine, dal dolore e dalla rabbia nasce Magneto.
Per affrontare una minaccia di tale portata, deve mobilitarsi l’intera squadra di mutanti capeggiati dal professor Xavier, un corpo di combattenti dai poteri straordinari e dalle psicologie molto umane.

L’universo Marvel ha subito un cambiamento nel capitolo precedente e continua a portare avanti una scelta interessante, quella, cioè, di risalire la corrente del passato per sfociare in un presente possibilmente diverso da quello mostrato in X-Men Conflitto finale, senza dimenticare di investigare sulle origini dei mutanti più famosi, sulle loro scelte, sui traumi, sulle sfide che li hanno forgiati. Scelta che ha determinato, tra l’altro, un rinnovo totale del cast (fatta eccezione per un cammeo di Hugh Jackman) iniziato in X-Men: First class.
Sebbene X-Men – Giorni di un futuro passato abbia intrapreso una linea temporale differente rispetto ai primi capitoli della saga, portando Xavier e Raven/Mystica agli onori della cronaca, il flusso della storia è, a detta dello stesso Singer, inarrestabile. Gli eventi modificati non sono che un ciottolo gettato nel fiume, una minima deviazione e increspatura nella corrente del tempo.

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X-Men: Apocalypse è, al pari dei personaggi che presenta, una versione evoluta dei precedenti episodi: più costoso, più lungo, visivamente più elaborato, con un antagonista che rasenta la divinità. Ma gli effetti speciali non possono eliminare il dubbio che si tratti di un capitolo vuoto, fine a se stesso. Le battaglie, fisiche e di idee, non sono differenti da quelle passate, nulla di nuovo si aggiunge alla storia fin qui percorsa.
Apocalisse distrugge con una semplicità disarmante, ma rimane un personaggio bidimensionale, spesso messo in ombra dagli altri e più noti mutanti, le cui scelte e tratti psicologici appaiono ben più significativi e meglio delineati. Altri antagonisti sono ben più memorabili all’interno della saga degli X-Men, dal colonnello Stryker al Magneto dei primi capitoli.
La distruzione poi, benché visivamente spettacolare, appare quasi edulcorata. Città, edifici, paesaggi interi vengono annientati, eppure non un solo corpo, non una traccia di sangue vengono inquadrati.
Un bel pacchetto, insomma, per un regalo grande e spettacolare, ma già visto e ricevuto in passato.

Anche in questo episodio la scelta di ripercorrere la nascita di alcuni dei mutanti più famosi, da Cicolpe a Jean Grey, da Nightcrawler a Tempesta, si rivela buona e sensata. Lo sviluppo delle loro personalità, gli intrecci affettivi, le scelte umane costituiscono il vero nucleo del film e rendono tridimensionale una lotta (e una sceneggiatura) che non lo è.

La storia di X-Men Apocalypse è stata scritta da Singer in collaborazione con Simon Kinberg, già sceneggiatore di X-Men Giorni di un futuro passato e Conflitto finale, e realizzato da un cast corale, che conferma la presenza di James McAvoy, Michael Fassbender e Jennifer Lawrence, e recluta nuove leve, tra cui Sophie Turner e Evan Peters.

Macbeth, di Justin Kurzel

«Il bello è brutto e il brutto è bello» così inizia la tragedia di Macbeth, in cui la vita e la morte sono connesse l’una all’altra come il sole e la luna, e il futuro più radioso che si possa immaginare nasconde un segreto oscuro come l’inferno. Il cielo è infuocato dalle pire dei defunti e una nebbia fitta nasconde pietosa i corpi dei soldati rimasti uccisi in battaglia. Macbeth con il volto ancora imbrattato del sangue dei nemici sta tornando a casa con il suo fedele amico Banquo, quando la nebbia si dissolve sulla brughiera e lascia intravedere tre creature oscure con le sembianze di donne che lo salutano Barone di Glamis, poi Barone di Cawdor e infine gli annunciano che sarà re. Questa luminosa profezia nutre la sua ambizione, ma la speranza di diventare re avvelena i suoi pensieri come una pozione mortale, gli toglie il sonno e annebbia la veglia, fino al momento in cui non riabbraccia la sua amata. Lady Macbeth si ubriaca di vanità per le parole delle streghe dai suoi baci assorbe il suo veleno. Lo incita a comportarsi da uomo e a prendersi il futuro che gli è stato predetto con la forza, sfidando il cielo e assassinando nottetempo il buon re Duncan, che sarà presto loro ospite.

Il regno di Macbeth nasce dal sangue dei soldati straziati sul campo di battaglia, dai vecchi pugnalati nel sonno e dai fanciulli impiccati nel bosco, nasce dalle urla degli innocenti e dal fetore dei corpi martoriati, e in questo orrore senza fine continua a crescere, accumulando morte su morte. Ma il sangue versato fa ribollire la terra e fa tornare in vita i morti, uno dopo l’altro, per tormentare le ore di Macbeth e della sua sposa. I fantasmi sono ovunque, infestano la foresta, siedono al loro tavolo, e urlano il loro nome per chiedere giustizia. La mente dei nuovi sovrani è piena di queste creature infernali, che li allontanano sempre di più, annebbiando le percezioni, annullando i sentimenti e confondendo la notte con il giorno, e qualunque cosa facciano non possono fare a meno di sprofondare sempre di più nell’inferno che si sono costruito con le loro mani.

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Questa è la triste storia di Macbeth, il soldato valoroso reso pazzo da un’ambizione sconfinata e della sua regina, prima strega sanguinaria, poi donna oppressa dal senso di colpa, e in molti l’hanno raccontata, osservandola ogni volta da un punto di vista diverso. Ora il regista australiano Justin Kurzel sfida i giganti del passato, Orson Welles, Akira Kurosawa e Roman Polanski, che questa storia l’hanno già raccontata, e cerca la sua chiave interpretativa nella sua personale estetica della morte, mostrando gli spettri degli uccisi come presenze tangibili e onnipresenti. In questo Macbeth nessuno muore davvero, neanche il figlio di Macbeth, ma si trasforma in una creatura antropomorfa che rispecchia i pensieri di chi gli ha strappato la vita, il senso di colpa e il tormento di un re e di una regina incapaci di essere attori della loro storia.

Come i loro alter ego scenici anche Michael Fassbender e Marion Cotillard sono intrappolati in questo labirinto di ombre, vincolati dal timore reverenziale verso il ruolo che gli è stato cucito addosso a forza, e stretti nella morsa del verso shakespeariano, che guida le loro azioni fino a prevaricarle. Kurzel infatti ha scelto di mantenere intatto il testo originale e la sequenza dei versi che guidano il destino funesto di Macbeth, per tornare al nucleo dell’opera, alla sua essenza più pura. Ma se l’impianto formale del Macbeth shakespeariano incontra la perfezione sulla scena teatrale, la sua trasposizione fedele nel film risulta legnosa, tanto composta da sembrare artefatta, e costringe gli attori ad assecondare il ritmo lento dei versi, senza cedere alla follia scomposta che appartiene ai loro personaggi. Nella sua estetica impeccabile il Macbeth di Kurzel implode e la brutalità di quest’opera, che gronda sangue e morte da ogni verso, si trasforma in un orrore più intimo, che corrode la mente dall’interno con le sue visioni spettrali e conduce a una morte lenta ma non meno dolorosa.

X-Men: Apocalypse – il poster e il primo trailer del film

X-Men: Apocalypse sarà ambientato 10 anni dopo i fatti di Giorni di un Futuro Passato (cioè durante gli anni ottanta), e vedrà il ritorno di James McAvoy, Rose Byrne, Michael Fassbender, Jennifer Lawrence, Evan Peters e Nicholas Hoult. Tra le new entry, Oscar Isaac (Apocalisse), Alexandra Shipp (Tempesta), Ben Hardy (Angelo), Tye Sheridan (Ciclope), Olivia Munn (Psylocke) e Sophie Turner (Jean Grey).

X-Men: Apocalypse
Il film, scritto da Bryan Singer assieme a Dan Harris e Michael Dougherty (X-Men 2), segnerà la conclusione della saga degli X-Men inaugurata da Bryan Singer nel 2000 e lancerà un potenziale nuovo ciclo.

Nelle sale il 26 maggio 2016.

Frank, di Lenny Abrahamson

Chi è Frank? Uno straordinario talento musicale capace di sprigionare una melodia da tutto ciò su cui si posa il suo sguardo, o un pazzo, incapace di accettare la propria immagine che indossa un’enorme testa di cartapesta anche sotto la doccia? Questo essere misterioso sembra essere stato catapultato sulla terra con l’unica missione di guidare il suo gruppo dal nome impronunciabile, i Soronprfbs, e di cementare l’alchimia che li unisce sul palcoscenico solo in sua presenza, solo grazie all’amore che lega Frank a ognuno di loro, con o senza il suo testone addosso. La reazione del pubblico alle loro esibizioni, che sia di sconcerto, di curiosità o di disinteresse, non tocca minimamente quel volto inespressivo né il viso che ne porta il peso, perché tutto ciò che interessa a Frank è la musica, l’emozione che è in grado di scatenare e l’infinita gioia della creazione, che alleggerisce la sua mente oppressa e la porta lontano dal mondo.
Il lentiginoso Jon come lui compone musica per fuggire dalla sua minuscola città, per cambiare vita e trovare la fama che merita, ma il suo talento è troppo debole per sfondare, fino a che un giorno all’improvviso si imbatte in Frank, che domina il palcoscenico con la sua forma surreale. Frank gioca con la voce con una naturalezza invidiabile e Jon, rapito dalla sua musica, non può resistere al richiamo di un’avventura selvaggia gomito a gomito con questo talento naturale, nella speranza di trovare la sua strada solcando la sua e di cambiare la storia della band.

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Frank è una fonte di ispirazione insostituibile nella vita artistica e in quella personale di ogni membro del gruppo, sempre misurato nei giudizi e disponibile ad ascoltare le idee degli altri per fonderle con le sue, senza preconcetti o ambizioni prevaricatrici, per il solo piacere di creare qualcosa insieme. La sua testa posticcia è l’essenza della sua arte e l’unica cosa in grado di metterlo in armonia con il mondo, per questo non la toglie mai. Non ci sono fotografie che lo ritraggono, nessuno sa che aspetto abbia e non c’è neanche nessuna prova che abbia mai avuto fattezza umane. Chi lo conosce deve soffocare la curiosità e amarlo così come appare, un enorme viso inespressivo  in cartapesta su un corpo umano, perché se perdesse la sua maschera svanirebbe anche il potere ipnotico che porta con sé.
Allo stesso modo l’unico modo per amare questo film è innamorarsi perdutamente di Frank, seguirlo nelle sua folle avventura musicale senza chiedersi mai chi si nasconde davvero dietro la maschera e senza la pretesa di scoprire il segreto del suo talento. Perché la musica è il suo volto ed è attraverso la musica che esprime a pieno il suo potenziale. E la musica è il codice per decifrare questa storia surreale, in cui il disagio sociale e psicologico di tutti i personaggi non sorpassa mai il valore della musica che sono in grado di tirare fuori da un filo d’erba che oscilla al vento, e l’unicità di un gruppo che si nutre della sua stessa arte, lontano da un pubblico incapace di comprendere il valore reale della sua musica, e smanioso soltanto di guardare cosa accade dietro le quinte della vita del fenomeno da baraccone del momento.

Michael Fassbender e Marion Cotillard nella tragedia dell’ambizione

Macbeth e la sua fedele consorte tornano a macchiare il regno di Scozia e le loro mani omicide di sangue innocente nell’adattamento di Justin Kurzel, che vedrà Michael Fassbender e il premio Oscar Marion Cotillard nei panni dei due feroci coniugi ingordi di potere. Il film sarà nelle sale nel 2015.

 

L’ambizione sfrenata nutrita dal potere ammaliatore della moglie-strega hanno portato Macbeth sul trono di Scozia, ma il trono gronda sangue e le vittime sacrificate al banchetto del potere tornano dal regno dei morti per cercare vendetta. Le allucinazioni ricorrenti e il senso di colpa tormentano l’anima dei carnefici dell’innocente re Duncan, fino a che le loro vite infelici non si spengono come candele al vento.

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La tragedia dell’ambizione di William Shakespeare torna a calcare la scena grazie a Justin Kurzel, autore dell’horror Snowtown, che si è immerso nell’oscurità violenta della Scozia medievale per incontrare Macbeth e la sua complice e consorte Lady Macbeth, qui interpretati da Michael Fassbender e Marion Cotillard, nel cammino sanguinoso che li porta dal massimo onore alla caduta negli abissi della follia.