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The Vatican tapes, di Mark Neveldine

In un caveau di massima sicurezza situato nelle profondità della terra, all’interno delle mura della Città del Vaticano, la Chiesa cattolica conserva migliaia di filmati che documentano autentici e presunti esorcismi e altri inspiegabili fenomeni attribuibili alla sfera religiosa per i quali il mondo non è pronto a sapere.

La procedura è sempre la stessa: una ragazza ordinaria che trascorre una vita serena in una tranquilla cittadina degli Stati Uniti viene posseduta da un demone che si nutre di morte, dolore e disperazione. Quando cure ordinarie e psichiatriche nulla possono, sono le forze dell’intelligence vaticana ad intervenire in forma segreta. Ma, stavolta, la presenza sgradita che Angela Holmes, interpretata dalla versatile Olivia Taylor Dudley, ospita nel suo corpo è un’entità che necessita metodi estremi. La fede del cardinale Bruun e di padre Lozano saranno abbastanza potenti per sconfiggere il Male oscuro che si annida nella sfortunata ragazza?

La promettente sceneggiatura di Christopher Borrelli (Il respiro del diavolo e Armageddon) e di Michael C. Martin (Brooklyn’s Finest) da un soggetto dello stesso Borrelli e di Chris Morgan (Fast & Furious 7, Wanted e 47 Ronin) era giustamente nella Blacklist 2009 dei 300 copioni più graditi, depositati ma non realizzati in quell’anno e meritava forse un risultato finale migliore.

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La fotografia si basa su di un contrasto patinato tra luce e ombra un po’ discutibile, che non tende al mood da film dell’orrore, forse più ad un episodio di serie crime. Un’atmosfera rilassante e diffusa, come la luminosità che domina due terzi di film, sovrasta l’adrenalina che però, fortunatamente, torna nella resa dei conti tra il Bene e il Male, alla fine dei giochi insieme alle spiegazioni deboli e prive di una qualsiasi forma di angoscia. La paura è affidata troppo spesso ai jump scare ma non mancano riprese perturbanti da angolazioni particolari che denotano quantomeno una voglia di sperimentare da parte del regista. Il finale è degno di riflessioni bibliche, ma sarebbe un delitto imperdonabile anticipare anche una sola piccola cosa.

Mark Neveldine è alla sua prima regia in solitaria e al suo primo horror. Con Brian Taylor ha diretto Gamer e il cult Crank, con tanto di sequel. Sempre con lui aveva ultimamente tentato l’impervia strada delle trasposizioni di fumetti DC (Jonah Hex, poi lasciato ad altri) e Marvel (Ghost Rider – Spirito di vendetta) senza successo. Da solo Neveldine partorisce una regia scolastica che non aggiunge nulla al filone delle possessioni demoniache e che forse è molto più adatta come ritmi, atmosfera e fotografia ai canoni delle TV-series.

Ruoli marginali per Djimon Hounsou, Michael Paré e Kathleen Robertson.

Cameo invece per Shawn “Clown” Crahan, percussionista e fondatore della metal band degli Slipknot, in un’intervista alla fine del film. Lui e il regista sono amici e hanno girato insieme Officer Downe, con Kim Coates. Basato sull’omonimo graphic novel creato da Joe Casey e Chris Burnham, scritto da Joe Casey ed edito da Image Comics, il film racconta di un ufficiale di polizia stradale di Los Angeles ucciso in un incidente e riportato in vita con la telecinesi per tornare in strada a combattere il crimine con ogni mezzo necessario. È in fase di post-produzione, ma dalle prime foto ufficiali si preannuncia davvero interessante.

Providence, di Alan Moore con i disegni di Jacen Burrows

I critici l’hanno definito il Watchmen dell’horror. Providence è la nuova fatica di Alan Moore (V per Vendetta, Watchman, La lega degli uomini straordinari) disegnata da Jacen Burrows (Neonomicon, Ultimate Spider-Man Special #1), edita in Italia dalla Panini Comics: una miniserie di 12 numeri che unisce creature mostruose, incubi ancestrali e un protagonista decisamente atipico in una serie di cui in Italia sono disponibili i primi quattro episodi pubblicati in un unico volume.

Il titolo è già evocativo: tutta la trama ruota attorno ai miti e ai racconti creati dal cittadino emerito di Rhode Island, Howard Phillips Lovercraft, considerato tra i grandi scrittori di horror non solo statunitensi ma mondiali (celebri i suoi  Il caso di Charles Dexter Ward, Le montagne della follia e La maschera di Innsmouth). Providence è una sorta d preludio ad altre due opere del fumettista britannico, Neonomicon e Il Cortile, dedicati a Cthulhu, Dagon e alle altre orribili e inquietanti divinità che vanno sotto il nome di “Grandi Antichi”. Il protagonista è Robert Black, un giornalista dai modi gentili che, partendo da una serie di suicidi sospetti legati a un libro chiamato Sous le monde, si avventura sempre più nel profondo di un’indagine che lo condurrà alla scoperta di inquietanti cittadine americane, in cui uomini dai lineamenti stranamente simili a quelli dei pesci seguono culti antichissimi con lo scopo di risvegliare ciò che dovrebbe dormire per sempre.

Providence - Alan Moore

Il legame con Lovercraft è evidente: squallore urbano, le scene di sesso, il rock, le droghe, gran parte dello splatter e l’ambientazione moderna che avevano creato polemiche, scandali e persino censura si uniscono in Providence a una  narrazione che inizia nel 1919, epoca in cui l’autore era a malapena conosciuto, e che ci mostra il suo legame con i racconti e leggende che possono averlo ispirato. Moore ha dichiarato che con Black voleva creare un personaggio che fosse specchio del suo tempo, nel modo di agire, pensare e scrivere, ma che allo stesso tempo riuscisse a distaccarsi e distinguersi dalla massa.

La sceneggiatura, è vero, ricalca molto l’ambientazione dei primi del Novecento, con un ritmo poco incalzante e dialoghi lenti, spesso caratterizzati da un linguaggio fedele a livello storico ma poco coinvolgente. Dov’è la relazione che le storie di Lovercraft riescono a stabilire col lettore? Dove quella capacità di tratteggiare un piccolo universo parallelo in cui sospendere per un momento l’incredulità per porsi alcune domande che camminano sul filo del visibile e dell’invisibile? La scelta, ad esempio, di intervallare lo svolgimento della storia con pagine intere di diario che non aggiungono nulla di nuovo ma ribadiscono quanto era già stato disegnato nelle tavole precedenti, riulta sorprendente vista la maestria a cui Moore ci aveva abituato nel coniugare le voices off con le scene a fumetti. Non giungono in aiuto nemmeno i disegni di Burrows. Il suo tratto, che solitamente entra in perfetta sintonia con le idee di Moore, manca di una verve orrorifica in grado di rendere coerente il contenuto con ideologico con l’espressione a fumetti.

Providence - Alan Moore

Questo primo volume di Providence lascia senza dubbio con qualche perplessità ma, al tempo stesso, con la curiosità di scoprire con quali avventure Robert Black dovrà fare i conti, certi che Alan Moore avrà altre (e sorprendenti) sorprese da riservarci.

Zombitudine, di Elvira Frosini e Daniele Timpano

Gli zombi stanno arrivando. Scappate se potete o rifugiatevi al Teatro dell’Orologio che offre riparo dall’apocalisse zombi dal 2 al 23 novembre. Zombitudine, scritto e interpretato da Elvira Frosini e Daniele Timpano, vi terrà compagnia in attesa dell’invasione definitiva.

L’apocalisse zombi è scoppiata. Gli zombi sono ovunque, hanno invaso le strade, le metro e i palazzi del governo, sono i nostri vicini di casa, i nostri colleghi e i passanti che ci sfiorano con gli occhi incollati ai loro cellulari di ultima generazione. L’epidemia è scoppiata da tempo e senza che ce ne accorgessimo si è insinuata silenziosamente nei nostri cervelli intaccando ogni cellula del nostro corpo, per sempre. L’economia ha sferrato il suo colpo letale all’umanità e l’ha ridotta ad un branco di creature non pensanti, di zombi che seguono capricciosamente le tendenze del mercato per sentirsi ancora vivi. Manca la forza di mostrare la propria personalità per distinguersi dall’orda e per ribellarsi ad una morte cerebrale da cui non è possibile svegliarsi. La Zombitudine è la malattia di questo secolo. Non c’è cura e non c’è ritorno, l’unica possibilità di sopravvivere è nascondersi bene dagli altri zombi, scegliendo posti sicuri come i cimiteri, dove ci sono i morti veri, i tetti o i teatri da cui gli zombi si tengono a debita distanza, e attendere che qualcosa cambi o che gli zombi sfondino le porte per mangiarci il cervello.

Zombitudine - Foto di Manuela Giusto (4)
Le regole per sopravvivere sono poche e chiare: vietato tornare e vietato risorgere, non fare programmi a lungo termine, non essere il primo del gruppo perché i primi del gruppo sono i primi a morire, e non seguire il leader perché chi segue il leader è destinato a fare una morte spaventosa, diffida dai dissidenti perché in questo stato la democrazia non esiste e chi contesta il leader viene eliminato tutto. In altre parole per sopravvivere bisogna essere invisibile, non fare rumore e non agitare le acque, e restare dietro le quinte in attesa che qualcun altro faccia il lavoro sporco. Abbiamo seguito le istruzioni alla lettera ed ora siamo qui, in un teatro soffocato da un fumo opalescente e da una musica assordante. Un uomo e una donna sono sul palcoscenico, soli con una valigia demodè tra le mani. Non si sa se sono vivi o morti, se la zombitudine li ha già contagiati o se sono gli ultimi superstiti. Sembrano venire da un’altra epoca, ma ad uno sguardo più attento si comportano proprio come noi, e in men che non si dica tirano fuori dalla tasca un telefonino per scattarsi un selfie commemorativo di un momento storico: l’invasione zombi dell’intero pianeta.

Zombitudine - Foto di Manuela Giusto (10)
Elvira Frosini e Daniele Timpano sono il risultato della società che noi stessi abbiamo creato, e che ci ha risucchiato il cervello in un vuoto cosmico fatto di omologazione e impotenza. Loro sono come noi, incapaci di prendere una posizione, di scegliere un leader e incatenati nell’attesa di un cambiamento che non avverrà mai. Con l’umorismo nero che li contraddistingue criticano duramente la società di zombi in cui ci troviamo, ma ammettono candidamente di farne parte e di essersi arresi a una fine inevitabile. I dialoghi brillanti intessuti tra citazioni colte e atmosfere cinematografiche orrorifiche tengono in vita chiunque si sia rifugiato nel teatro per tutto il tempo della rappresentazione, e alternando la luce della speranza all’oscurità della rassegnazione, Elvira Frosini e Daniele Timpano non perdono mai di vista la possibilità di salvarsi dagli zombi, di risollevarsi dalla massificazione e di ricominciare a vivere partendo proprio dal teatro, un luogo pulsante di nuova linfa vitale e ancora inattaccato dalla zombitudine collettiva. Gli zombi sono alle porte, spingono dall’esterno per entrare, non rimane molto tempo, ma forse possiamo ancora salvarci.

Festival di Roma 2014 – As the Gods Will, di Takashi Miike

Depresso e apatico come molti suoi coetanei, Shun Takawata è uno studente al secondo anno di liceo, che si ritrova troppo spesso a pensare sul ciglio livido del terrazzo della scuola alla distruzione del mondo come risoluzione di tutti i suoi problemi, in attesa di una nuova creazione  e di una nuova vita. Un giorno al suo ritorno in classe trova una bambola Daruma che troneggia sulla cattedra accanto al suo insegnante decapitato, e i suoi pensieri più oscuri diventano improvvisamente reali. La bambola con gli occhi sgranati esplode e fa a pezzi l’intera scolaresca ad eccezione di una manciata di studenti. Un massacro senza precedenti. I muri della scuola imbrattati di sangue e segnano l’inizio spettacolare di un gioco crudele a cui tutti i sopravvissuti sono obbligati a partecipare per salvarsi la vita. L’obiettivo finale è lasciare vivo solo il prescelto dagli dei, lo studente più coraggioso e intelligente di tutti , colui che è pronto a sacrificarsi per gli altri, ma anche ad accettare il volere di un’entità superiore spietata, che schiaccia innumerevoli ragazzi innocenti uno dopo l’altro per il puro piacere sadico di vedere il topo sbranato dal gatto, dopo averlo visto contorcersi nelle trappole più ingegnose.

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I mostri sanguinari si mostrano sotto forma delle creature più innocue della tradizione giapponese, che capovolgono il loro potere positivo e ben augurante in una furia omicida inarrestabile, se non con la fine del gioco. Come la Daruma, che si trasforma in una bombola-bomba e il gatto Maneki-Neko, che dà un caloroso benvenuto a tutti i ragazzi che indossano un costume da topo, mangiandoli uno dopo l’altro fino a che non si addormenta con la pancia piena nel bel mezzo della palestra della scuola. Gli animali dall’aspetto mansueto si avvicendano ai giochi tradizionali, animati e riprodotti su scala gigantesca, in un’arena surreale in cui sono tutti contro tutti e si sfidano a colpi di intelletto. Indovinelli, trabocchetti e ostacoli inimmaginabili catapultano Shun Takawata e i suoi sventurati compagni in un gioco suicida a metà tra un mastodontico videogioco e uno splatter spietato in cui la morte si presenta sotto le vesti più fantasiose.
Takashi Miike sfida ancora una volta la razionalità, facendo entrare veri esseri umani tra le pagine di un manga folle, più crudele della fantasia più macabra, ma allo stesso tempo talmente irrealistico da scatenare una risata liberatoria alla vista di ogni nuova creatura che irrompe sulla scena. Ma è proprio la combinazione paradossale tra l’apparenza innocua di questi teneri giochi e la brutalità di cui sono capaci a rendere quest’opera unica nel suo genere e sorprendente in ogni fotogramma, come una matrioska che nasconde una sorpresa più macabra ogni volta che si schiude e mostra il suo nuovo volto.

Festival di Roma 2014 – Tusk, di Kevin Smith

Samuel Taylor Coleridge racconta la storia di un vecchio marinaio che durante una spedizione in mare rimane vittima di una tempesta insieme al suo equipaggio e, preso da un impeto di disperazione, uccide con un colpo di balestra un albatros che si è appollaiato sull’albero maestro. L’uccisione dell’innocente copre il cielo di nuvole scure e trasforma le acque che circondano la nave nella bocca dell’inferno che risucchia tutti i marinai in un abisso di morte, eccetto colui che ha ucciso l’albatros. La condanna per il marinaio che ha compiuto il misfatto è quella di sopravvivere e vagare per il mondo raccontando incessantemente la sua triste storia per espiare la sua colpa.
Come il marinaio di Coleridge, anche l’inquietante Howard Howe aveva trascorso molti anni per mare e qui aveva fatto l’incontro più incredibile della sua vita: un tricheco che gli aveva salvato la vita dopo che una tempesta aveva distrutto la sua nave e lo aveva scaraventato alla deriva. Il tricheco lo aveva stretto tra le sue carni calde e protetto dal freddo dell’Antartide, e gli era stato fedele più di qualsiasi essere umano, fino a sacrificare la vita per lui. Howard lo amava profondamente, al punto da dargli un nome umano: Mr Tusk. Ma era anche un giovane impetuoso e non riusciva a trattenere la fame, così non aveva esitato a sventrare il tricheco innocente e a cibarsi di lui in attesa di essere portato in salvo.

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Il tradimento di questa amicizia e il ricordo di questo atto sanguinoso ai danni di chi lo aveva salvato ha continuato a tormentare Howard per il resto della sua vita. La sua missione è trovare un ascoltatore delle sue storie, un compagno di viaggio immaginario che possa vivere costantemente al suo fianco e vestire, non metaforicamente, i panni del tricheco Tusk, meticolosamente ricostruito con zanne di osso e brandelli di pelle umana. La storia del folle Howard attira l’attenzione dei media e molti curiosi accorrono alla sua dimora dispersa nei boschi del Québec, ingenuamente inconsapevoli che non si tratta di una leggenda metropolitana che colora le pagine dei giornali, ma di una trappola sofisticata, al limite della comprensione umana. Wallace Bryton, uno dei podcaster più irriverenti del momento, è uno dei tanti sprovveduti che si avventurano sulle tracce del misterioso Howard Howe per portare a casa il servizio più assurdo mai realizzato. Armato di spavalderia, irrompe nella mansion e rimane immediatamente incastrato in una trappola verbale di citazioni colte annodate a storie affascinanti, che lo lega al tavolo e lo lascia completamente in balia del vecchio marinaio.

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La follia irrompe in ogni scena, sotto forma di immagini disturbanti che giocano con tutti sensi, passando dal disgusto al godimento sadico, dall’esplosione di riso alla compassione. Kevin Smith non smette mai di giocare con le sue creature e trae un profondo divertimento dalla creazione di un universo paradossale, assurdo, in cui l’umorismo nero bilancia costantemente l’orrore, in un miscuglio perturbante di percezioni, che parodizza consapevolmente il cinema horror e lo porta su un livello di follia raramente raggiunto fino ad ora, in cui il demenziale non attenua l’inquietudine ma la accentua, e colpisce lo spettatore nel profondo delle viscere, lasciandogli addosso il senso di colpa per aver assistito goliardicamente alla creazione di un mostro.

Annabelle, di John R. Leonetti

All’inizio degli anni ’70 una studentessa riceve in dono dalla madre una bambola dalla fattura pregiata e dai tratti del viso piuttosto realistici, e con il passare del tempo una serie di avvenimenti inspiegabili iniziano a turbare la ragazza, al punto da farle pensare che la bambola sia dotata di vita propria. All’inizio nota dei lievi cambiamenti di postura, poi dei graffi sulle pareti, e alla fine assiste a vere e proprie aggressioni da parte della bambola. Terrorizzata, si rivolge a una serie di medium e esorcisti senza alcun risultato, fino a che non bussa alla porta degli indagatori del paranormale, Ed e Lorraine Warren che, dopo aver identificato la presenza oscura, prendono in consegna la bambola e rinchiudono lei e il demone che la anima in una teca del loro museo personale.

John R. Leonetti si è ispirato a questo surreale fatto di cronaca per dare la sua versione della storia di Annabelle, che già aveva fatto una breve apparizione in The Conjuring di James Wan, dove lui aveva lavorato come direttore della fotografia. Stregato da questa creatura perturbante, all’apparenza tenera ma dotata di poteri diabolici, Leonetti ha pensato di dedicarle un capitolo a parte nel cinema dell’orrore, tentando di ricostruire la sua storia e la sensazione di angoscia profonda che questo oggetto crea in tutti coloro che la posseggono. Annabelle è indistruttibile, non è possibile liberarsene o estirpare il male che la muove, l’unica speranza è contenere il suo maleficio. Ora le vittime prescelte sono una giovane coppia di sposi in attesa del primo figlio, che accolgono Annabelle nella loro nutrita collezione di bambole e la lasciano entrare nella loro vita perfetta a tinte pastello, inconsapevoli dell’oscurità in cui sta per trascinarli.

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La prima notte in casa è un bagno di sangue. E da quel momento in poi, una serie di episodi inspiegabili razionalmente travolgono la vita di Mia e John, senza tregua. La casa si anima e tenta di ucciderli in ogni modo possibile, fisico e psichico, confondendo le percezioni in uno stato allucinatorio in cui la veglia e il sonno si sovrappongono, e le manifestazioni demoniache vengono confuse con le visioni di una mente sotto stress. Dai fenomeni di autocombustione, alle apparizioni di fantasmi e di spaventose scritte sui muri, Mia è sola in questo orrore, mentre il resto del mondo fatica a crederle. Il diavolo le da la caccia per carpire l’anima innocente della sua bambina, e per farlo mette in campo l’arma più potente che possiede: la mistificazione. Confondendo la realtà con l’allucinazione, porta la donna in uno stato di follia e disperazione talmente insopportabile da rendere la morte l’unica soluzione auspicabile.

Annabelle è perennemente immobile, imperturbabile, mentre il mondo attorno a lei impazzisce e si autodistrugge. Il suo potere è proprio quello di entrare nella mente umana senza fare un passo, farla sprofondare nell’incubo portando alla luce le paure più profonde, e distruggerla per soddisfare la sua sete di vendetta. Giocando sull’ambiguità dell’immagine, in cui realtà e allucinazione si sovrappongono in continuazione, Leonetti accentua la sensazione di disorientamento e, senza fare scorrere troppo sangue sullo schermo, asseconda il gioco perverso di Annabelle trascinando in un vortice di visioni perturbanti chiunque entri nel suo mondo di incubo.

Necropolis, di John Erick Dowdle

Arrête! C’est ici L’Empire de la Mort! Dove finisce il regno dei vivi, inizia quello dei morti, che popolano l’universo capovolto della catacombe di Parigi  in un dedalo oscuro di cunicoli, talmente profondi da raggiungere il centro della terra. Là dove le percezioni sono distorte e la mente soffocata, gli incubi diventano palpabili e si avventano contro chi osa sfidare la morte per cercare il potere assoluto.

L’ossessione per la ricerca della verità assoluta è la condanna della brillante archeologa Scarlett che, dopo aver girato in lungo e in largo il mondo alla ricerca di indizi sulla pietra filosofale, identifica le catacombe di Parigi come il luogo in cui è stato nascosto l’oggetto bramato dai popoli di tutto il mondo, la pietra in grado di trasformare il metallo in oro e di donare la vita eterna. Supportata da un collega esperto nella decifrazione dell’aramaico, Scarlett parte per questa folle missione nei sotterranei di Parigi con al seguito una squadra di esploratori locali, abbagliati dall’idea di trovare uno straordinario tesoro.

L’impero dei morti è immenso, i cunicoli si intrecciano e si sovrappongono, uno uguale all’altro. La morte è incisa in ogni pietra, e i corpi degli avventurieri scomparsi nelle spedizioni precedenti foderano le pareti e il pavimento dell’oscuro percorso. Ma il gruppo non arretra, e prosegue la discesa verso gli inferi con il miraggio di arrivare dove nessuno è mai arrivato. L’ossigeno scarseggia, consumato dai cadaveri in decomposizione e le catacombe, assetate di sangue, chiedono il tributo dei vivi che osano varcare la soglia del regno dei morti. Il corpo stanco e la lucidità annebbiata spalancano le tombe degli incubi più profondi, e i fantasmi interiori si abbattono sui personaggi, trascinandoli uno dopo l’altro nei luoghi più oscuri della loro mente, in una discesa ineluttabile verso la follia.

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As above, so below.
La Parigi di John Erick Dowdle è capovolta. Sopra la Tour Eiffell che sfavilla sotto i flash dei turisti e sotto l’orrore delle catacombe, e  la discesa verso il fondo delle catacombe segue di pari passo la discesa nella profondità della mente dei personaggi, costretti a scavare a fondo, sopra come sotto, per riuscire a vedere la luce nelle catacombe come nella loro vita. La discesa è simbolicamente  un viaggio psichico nell’orrore personale e un percorso risolutivo, verso la morte o la rinascita, che i personaggi affrontano in base agli strumenti in loro possesso e alla reale volontà di scoprire quello che c’è sotto, per tornare in superficie alleggeriti da un peso cosmico e liberi di respirare per la prima volta.

Il viaggio ambizioso di Dowdle trascina violentemente nel profondo delle catacombe senza indugiare troppo nei dettagli cruenti, ma rendendo percepibile  il senso di claustrofobia che aumenta esponenzialmente mano a mano che i protagonisti scendono verso il basso, fino a diventare insopportabile alle porte dell’inferno. Il calore asfissiante e l’aria consumata e marcia spaventano più dei mostri e angosciano più dei fantasmi, creando un coinvolgimento immediato nell’azione che, ridondante di cliché, ripone il suo potenzia proprio nella sensazione opprimente di chi si dibatte in un cunicolo oscuro alla ricerca della luce, di una via d’uscita per salvarsi, che sia nel profondo della propria mente o nell’orrore che proietta all’esterno.

Aspettando American Horror Story Freak Show

Cresce l’attesa per la quarta stagione di American Horror Story, Freak Show, che si preannuncia più disturbante e sanguinosa delle precedenti, e per stuzzicare la curiosità sui fenomeni da baraccone che popoleranno show più cruento della storia, FX ha pubblicato i primi due teaser.

Case stregate infestate da fantasmi sadomasochisti, manicomi cannibalizzati da suore dannate e alieni affamati, congreghe di streghe che brindano a festa col sangue degli innocenti e ora circhi erranti abitati da mostri terreni. American Horror Story continua a portare l’orrore nei luoghi più marci degli Stati Uniti, in una dimensione sospesa tra incubo e realtà, con Freak Show, la nuova stagione che debutterà su FX l’8 ottobre.

Il gruppo di artisti mostruosamente deformi, nati dalla fantasia macabra di Ryan Murphy, girovagherà attraverso la Florida sconvolgendo la vita e le coscienze dei suoi abitanti. Il cast comprenderà le protagoniste delle stagioni precedenti: Jessica Lange, Kathy Bates, Sarah Paulson, Michael Chiklis, Angela Basset, e la new entry Patty LaBelle.

Annabelle: il trailer dello spin-off di The Conjuring

Chi è Annabelle, la bambola malvagia che fa capolino in The Conjuring di James Wan? Da cosa ha avuto origine il suo potere maligno? Il direttore della fotografia John Leonetti racconterà la sua storia basandosi su una sceneggiatura di Gary Gauberman. Annabelle arriverà nelle sale il prossimo ottobre.

Night Guards: il trailer dell’horror di Marko Marinkovic

Sulla scia di sangue lasciata dalle sirene assassine di Nymph di Milan Todorović, arriva dalla Serbia il nuovo ghost movie Night Guards, scritto e diretto da Marko Marinkovic, che firma il suo terzo cortometraggio horror dopo Daimon e Fallen Angel.

Due guardiani notturni, appartenenti a epoche e generazioni diverse rivivono ogni notte gli istanti della loro vita. Il distacco tra le due generazioni emerge anche nel regno dei morti e tutto è destinato a ripetersi in eterno, sempre uguale, fino a che due vivi non entrano nel loro mondo ultraterreno e lo sconvolgono.