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Blair Witch, di Adam Wingard

Nell’ottobre del 1994 tre ragazzi scompaiono nel bosco di Burkittsville nel Maryland mentre girano un documentario sulla famosa Strega di Blair. Un anno dopo il video viene ritrovato in un punto imprecisato del bosco ma dei ragazzi non c’è nessuna traccia.  Le immagini girate sono agghiaccianti. Il video traballante, sgranato e quasi indecifrabile in alcuni punti, mostra i ragazzi in fuga da una presenza oscura, che li insegue attraverso il bosco fino a una casa abbandonata, poi la videocamera si spegne e da lì in poi è il buio. Il video nel 1999 arriva sul grande schermo come il primo found footage mai prodotto e The Blair Witch Project di Daniel Myrick ed Eduardo Sanchez diventa un successo mondiale, grazie anche all’abile campagna di marketing che crea un alone di mistero attorno al ritrovamento del video e alla spaventosa Strega di Blair.

A distanza di un anno, con l’illusione di cavalcare il successo del primo film, il regista Joe Berlinger tenta un sequel, Il libro segreto delle streghe – Blair Witch 2 ma il risultato è disastroso. Da allora il mistero della Strega di Blair è finito nell’ombra, fino a che Adam Wingard non ha deciso di riesumare le leggende sul bosco di Burkittsville e farne un nuovo film, ambientato diciassette anni dopo il primo, e con al centro della storia James, il fratello di Heather Donahue, una delle ragazze disperse e mai più ritrovate.

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James parte alla volta del bosco maledetto alla ricerca della sorella con un gruppo di amici, accompagnati dai due ragazzi che hanno ritrovato il video incriminato, tutti rigorosamente equipaggiati con videocamere e droni di ultima generazione. La missione è riportare a casa Heather riprendendo ogni istante del viaggio, con la consapevolezza dei pericoli che si nascondono nel bosco e tutti gli strumenti necessari per non cadere negli stessi errori dei ragazzi che li hanno preceduti. Le regole sono semplici: non accamparsi nel bosco di notte, non guardare la strega negli occhi, e non allontanarsi mai dagli angoli della casa, ma come da tradizione i ragazzi le violano tutte in una manciata di minuti e ne pagano le conseguenze a caro prezzo. Dopo tutto non esiste bosco stregato da cui un gruppo di campeggiatori possa uscire illeso, e anche in questo caso il male non si fa attendere e appena cala il sole come da copione entra in scena per spaventarli, farli uscire di senno e ucciderli uno dopo l’altro.

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Se l’intenzione di Adam Wingard era fare un sequel del primo film non è di certo riuscito nell’impresa, visto che Blair Witch sembra piuttosto un remake, o meglio il remake di tutti gli altri found footage che dopo The Blair Witch Project hanno intasato il cinema di genere con risultati sempre piuttosto insipidi. Perché se alla fine degli anni ’90 questa tecnica poteva apparire innovativa, ora lo spettatore non è soltanto abituato a film low budget girati con la camera a spalla, ma saturo del genere, visto che il found footage è stato declinato in ogni maniera possibile passando dalle case infestate, agli esorcismi fino agli slasher. E Blair Witch non ha nulla di nuovo da dire, e non può fare altro che replicare le situazioni che nel primo film facevano più paura, con la differenza che il tempo ha cambiato la percezione comune dell’orrore e quello che prima faceva rabbrividire ora non fa altro che portare alla mente i teneri ricordi adolescenziali legati alla Strega di Blair.

La notte del giudizio – Election year, di James DeMonaco

In un futuro distopico si ritiene giusto che la cura per la crisi economica e la dilagante delinquenza sia fornire ai cittadini un’occasione annuale di iperviolenza “controllata”, denominata Sfogo [The Purge]: 12 ore di terrore, durante le quali tutte le attività criminali, compreso l’omicidio, diventano legali. Due sole regole: divieto di aggressione ai funzionari governativi di livello 10 e divieto di armi da guerra come granate, bazooka, mine antiuomo e lanciamissili. L’interessante serie di film che fanno capo a La notte del giudizio, di James DeMonaco [Il negoziatore, Assault on Precinct 13], un survival horror che sfrutta la tensione della home invasion per nascondere una forte critica sociale, parte proprio da questi presupposti.

La notte del giudizio – Election year è il terzo capitolo di questa fortunata saga che si fa prepotentemente largo tra i migliori titoli di un genere molto particolare: la fantascienza sociologica, termine che traduce l’originale social science fiction e che, dalla fine degli anni cinquanta, è stato coniato per definire un insieme di romanzi e racconti di fantascienza a sfondo sociale incentrati sulle scienze sociali più che sulla tecnologia. Scrittori come Robert Sheckley, Frederik Pohl, Cyril M. Kornbluth, William Tenn, hanno fatto da pionieri per i più noti Richard Matheson, Mack Reynolds e Philip K. Dick, che hanno ispirato pellicole leggendarie e che continuano ad influenzare le nuove generazioni. Le recenti saghe young adult di successo, come Hunger games, Divergent, La quinta onda o Maze runner, rientrano a pieno titolo nel settore social sci-fi.

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La fantascienza sociologica pone l’accento non tanto su improbabili tecnologie scientifiche o su avventure spaziali oltre i confini conosciuti dell’universo, quanto più su ipotetiche evoluzioni della società umana, che diventano proiezioni future del presente e, quindi, oggetto di satira, ironia e sarcasmo più o meno celati: politica, economia, mass media, pubblicità, industrializzazione, legalità, morale, abitudini, atteggiamenti, persino sentimenti e rapporti interpersonali, come Terry Gilliam ci mostra in The Zero Theorem, finiscono sotto una lente d’ingrandimento che diventa specchio distorto dell’epoca attuale.

Per fare un altro esempio illustre, nel racconto La settima vittima (1954, in piena Guerra Fredda), che ha ispirato La decima vittima di Elio Petri, Contenders – Serie 7 e, con molta probabilità, anche gli Hunger games, Robert Sheckley ipotizzava una società che, per evitare i conflitti bellici, con l’intento catartico di dar “sfogo” all’innato istinto violento dell’uomo, come in La notte del giudizio, paradossalmente istituzionalizzava l’omicidio, attraverso una sorta di gioco mortale con regole da rispettare per i partecipanti e premi ai “cacciatori” più esperti. Anche Ray Bradbury, in Fahrenheit 451 (1953) narra di una società futura antidemocratica in cui i giochi a premi interattivi offuscano la mente delle persone, possedere libri è un crimine e sono i pompieri a provvedere a bruciarli. Anche Fahrenheit 451 ebbe la sua trasposizione cinematografica grazie a François Truffaut nel 1966.

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Così, in questo contesto di satira sociale e fantapolitica quelli che in La notte del giudizio sono i leader chiamati «Nuovi Padri Fondatori degli Stati Uniti d’America, una nazione risorta» sono la proiezioni delle teorie cospirative odierne che vedono nella società segreta dei cosiddetti “Illuminati”, un gruppo oligarchico, che vorrebbe stabilire un “Nuovo Ordine Mondiale”, manipolando subdolamente la popolazione per soppiantare l’attuale status sociale con lo scopo ultimo di ottenere il controllo totale del pianeta.

Non si spinge a tanto la saga scritta e diretta da James DeMonaco e finanziata da due produttori oculati come Jason Blum [Insidious, Paranormal activities, Whiplash] e Michael Bay [Transformers, Ouija, Armageddon]. In La notte del giudizio – Election year, il più fantapolitico dei tre film finora consegnati alle sale da Universal Pictures, l’annuale Sfogo avviene in pieno clima elettorale.
A contrapporsi alla rielezione del leader dei Nuovi Padri Fondatori c’è la senatrice Charlene “Charlie” Roan [Elizabeth Mitchell, star di Lost, Revolution e V], donna dalle «tette piccole, ma dalle palle grosse», decisa ad abolire l’assurda ricorrenza che le è costata la famiglia diciotto anni prima. È pronta a mettere la sua vita in gioco per il bene della popolazione indigente, falcidiata da quella che viene definita, dagli ormai desensibilizzati fanatici, «l’Halloween degli adulti», ma qualcuno ha in serbo per lei un destino diverso da quello che lei auspica.

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«Useremo lo Sfogo di quest’anno per fare le pulizie di primavera».

Dopo il tradimento di una sua guardia del corpo, la senatrice è costretta a scendere per le strade, cercando di sopravvivere in mezzo a pazzi criminali, maniaci delle torture e delle esecuzioni capitali, teppisti emergenti, guerre tra gang rivali, vendicatori improvvisati e invasati “turisti dell’omicidio” provenienti da tutto il mondo. Ad affiancarla e proteggerla rimane solo il suo capo della sicurezza, l’ex sergente Leo Barnes [Frank Grillo], che in AnarchiaLa notte del giudizio era in strada per vendicare la morte del figlio.

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Torna, quindi, il personaggio interpretato da Frank Grillo [Captain America: Civil war, The grey], a svolgere un po’ il ruolo di filo conduttore della narrazione, ma solo per quanto riguarda i due capitoli più recenti, dato che non era presente nel primo capitolo. Se si è stati particolarmente attenti, infatti, durante la visione dell’intera trilogia, esiste un unico collegamento tra i tre film, a parte il meccanismo dello Sfogo: si tratta di Dwayne “Dante” Bishop [Red dawn, Die hard – Duri a morire], che in La notte del giudizio interpretava lo sconosciuto, braccato da una banda di aguzzini altolocati, che bussa alla porta della famiglia protagonista per chiedere aiuto. È lui a rappresentare la resistenza a oltranza di una società assoggettata ai voleri di pochi e il punto di vista estremizzato del regista e dello spettatore.

Come ulteriore ammiccamento ad un criptico sottotesto, si può notare che in uno scontro che si svolge in chiesa le due fazioni sono rappresentate da una parte dal Reverendo, addetto alle celebrazioni religiose dello Sfogo (!) e dall’altra proprio da Bishop che in inglese vuol dire “vescovo”.

«Benedetti siano i Nuovi Padri Fondatori che ci permettono di purificare le nostre anime. Benedetta sia l’America, una nazione risorta».

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Nel cast si può evidenziare la presenza di Mykelti Williamson, il Bubba di Forrest Gump e l’esordio col botto di Brittany Mirabile, che interpreta un villain che si stampa talmente bene nella memoria dello spettatore da meritarne l’incitamento a sopravvivere.

«I want my candy bar!».

Da segnalare, inoltre, la coinvolgente colonna sonora, impreziosita da una straniante 20th century boy dei T-Rex e una significativa I’m afraid of Americans di David Bowie, come ciliegina sulla torta, a commento dei titoli di coda.

«Ricorda tutto il bene che porta lo Sfogo».

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Fiumi di sangue al Fantafestival 2016

Brutali assassini, zombi e fantasmi infesteranno la 36′ edizione del Fantafestival, la mostra internazionale del film di fantascienza e del fantastico che come di consueto anima l’estate romana. Quest’anno la kermesse si svolgerà dal 13 al 17 luglio al My Cityplex Savoy, per poi spostarsi nella splendida location de L’Isola del Cinema per la cerimonia di premiazione e tanti altri incontri e proiezioni.

Ad inaugurare il Fantafestival sarà il regista Luigi Cozzi che presenterà in anteprima mondiale Blood on Méliès’ Moon (Italia, 2016), film che vede il suo ritorno alla regia dopo 27 anni. A seguire numerosi titoli del cinema indipendente italiano saranno presentati in questa edizione, con la sezione Panoramica Italia, che quest’anno raccoglie titoli come The Blind King (2016) di Raffaele Picchio (regista del censurato Morituris 2011) e Alienween (2016) di Federico Sfascia, horror dai toni demenziali e con un’effettistica splatter volutamente esagerata.

Tra i film stranieri più attesi German Angst (2015 Germania) di Jörg Buttgereit, Michal Kosakowski e Andreas Marschall, morboso horror a episodi tedesco; Vampyres (2015 Spagna) di Victor Matellano, e per il primo anno in collaborazione con la Roma Lazio Film Commission un Focus speciale sul cinema di genere dell’America Latina, grazie al gemellaggio con il festival Blood Window: tra i film selezionati l’ossessivo rape&revenge Luna de miel di Diego Cohen (2015 Messico).

La sezione competitiva al Savoy si concluderà domenica 17 luglio con l’omaggio a Wes Craven a un anno dalla scomparsa con la proiezione di uno dei suoi più grandi successi: Scream, in occasione dei 20 anni dall’uscita.

Per il programma completo consultare il sito ufficiale: www.fanta-festival.it

 

 

The Conjuring – Il caso Enfield, di James Wan

Dimenticate le gigantesche mansion vittoriane circondate da ettari di giardino, con un fantasma dietro ogni porta e brutali omicidi sepolti in soffitta, perché questa volta il male si è insediato nel sobborgo inglese di Enfield, in una casa come tante, angusta, scricchiolante e si troppo affollata.  È il 1977 e Peggy Hodgson, da poco separata dal marito, vive qui con i suoi quattro figli e, anche se riesce a malapena a mettere il cibo in tavola, con grandi sacrifici cerca di mandare avanti la famiglia e di far fronte a tutti i problemi dei ragazzi, che naturalmente soffrono molto l’assenza del padre. E se è vero che il male mette radici là dove alberga la sofferenza e trae nutrimento dal dolore, non c’è luogo più adatto di Enfield per colpire. Janet e il suo fratellino Pete sono i primi ad avvertire una presenza maligna nella casa, ad essere svegliati nel cuore della notte da forti colpi alla porta, e a vedere i letti che traballano e i giocattoli che si animano all’improvviso, poi tocca agli altri fratelli e infine a Peggy che, terrorizzata, racconta la sua storia in televisione.

Da qui non passa molto prima che Ed e Lorraine Warren, gli indagatori dell’incubo più famosi d’America, siano trascinati dalla Chiesa nella piovosa Inghilterra per aiutare la famiglia Hodgson e raccogliere prove sull’esistenza effettiva di una presenza demoniaca nella casa. I Warren sono diventati famosi per il loro coinvolgimento nel caso della casa infestata di Amityville, e da lì non si sono più fermati nella loro caccia ai fantasmi, fino a che Lorraine non ha avuto un’orrenda visione che prefigurava la morte di Ed e ha deciso di non accettare più casi. Ma gli Hodgson non sono come gli altri, sono coinvolti dei bambini e hanno un disperato bisogno d’aiuto, così i coniugi si lasciano convincere a partire, ignari del fatto che ad attenderli ci sarà il demone più potente che abbiano mai incontrato.

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Come Amityville anche la casa infestata di Enfield è realmente esistita, e così le attività paranormali di poltergeist che hanno minacciato la famiglia Hodgson per quasi un anno, attirando l’attenzione della stampa e naturalmente diverse perplessità riguardo l’autenticità della possessione della piccola Janet e dell’intera casa. Ma che sia tutto vero o meno poco interessa a James Wan che, come ha dimostrato con The Conjuring e i primi due capitoli di Insidious, è sempre in prima linea quando si tratta di raccontare la storia di una casa infestata, di una famiglia in pericolo e di un esorcismo degno del miglior Friedkin. E oltre ad avere la straordinaria capacità di trovare storie spaventose mai raccontate prima, Wan sa anche come raccontarle, trasformando fatti di cronaca in vere e proprie opere d’arte.

Muovendo la cinepresa alla stessa velocità dei suoi occhi il regista osserva le sue vittime dall’esterno del loro piccolo mondo con gru carrelli volanti, poi con lunghi piani sequenza le insegue all’interno delle loro case, e sale lungo le scale e fino nelle loro stanze in attesa che il mostro faccia la sua mossa.  Con la danza macabra della sua macchina da presa Wan traghetta lo spettatore dritto verso il cuore dell’inferno, là dove si nascondono i demoni più oscuri, e per tutto il tempo lo lascia sadicamente con il fiato sospeso, innalzando al massimo la tensione. E anche se, come in questo caso, nei suoi film sembra di cogliere citazioni più o meno celate dei grandi del passato come Poltergeist e L’Esorcista, Wan non rinuncia mai ad inserire nelle sue opere elementi originali e nuovi mostri, come la bambola Annabelle o la suora demoniaca che, non solo ricorrono nei due capitoli di The Conjuring, ma hanno una presenza scenica talmente forte da essersi guadagnati uno spin-off tutto loro. James Wan sta dando nuova linfa a un genere cinematografico che sembrava assopito, ricreando la tradizione dell’horror in un’estetica moderna di grande impatto visivo,  che non smette mai di sorprendere e di generare mostri sempre più spaventosi.

It Follows, di David Robert Mitchell

“È strano. Fantastichiamo su quando saremo grandi abbastanza per avere un appuntamento, gli amici con la macchina. Ho sempre immaginato come sarebbe stato tenere per mano un ragazzo carino, ascoltare la radio e viaggiare, forse verso nord, mentre gli alberi iniziano a cambiare colore. Non si tratta di andare da qualche parte, ma di essere liberi, immagino”.

L’adolescenza è attesa, sogno, idealizzazione di una vita che sta per iniziare, e di cui si possono appena percepire i profumi nei caldi pomeriggi d’estate, in cui ci si riunisce con gli amici per vedere insieme un film di paura, per attraversare la città in bicicletta e poi tuffarsi in piscina, ma soprattutto per condividere i turbamenti d’amore, la curiosità e l’emozione per quello che sta per accadere e che è ancora una fantasia. Ma è anche il momento in cui per la prima volta si cammina da soli sul filo sottile che separa il bene dal male e, ondeggiando tra gli ammonimenti dei genitori, i consigli degli amici e l’attrazione irrefrenabile verso ciò che è sconosciuto ed eccitante, si fanno le scelte più importanti della vita, senza che nessuno segni la strada giusta da seguire.

L’attrazione fatale verso l’ignoto, unita alla sconsideratezza tipica della’adolescenza, porta la diciannovenne Jay (Maika Monroe) dritta tra le braccia di Hugh (Jake Weary), un ragazzo di cui non sa nulla ma che ai suoi occhi ha le sembianze del principe azzurro che la porterà per mano verso il suo sogno romantico. Come spesso accade il suo si infrange all’alba, in un amplesso sui sedili posteriori di un’auto parcheggiata in riva al lago, ma l’amarezza della delusione viene soffocata dalla paura all’istante. Jay si risveglia senza vestiti e incatenata a una sedia a rotelle in un casolare abbandonato, e questo è solo il principio. Il ragazzo misterioso con cui è appena andata a letto le confessa di averle trasmesso qualcosa, una malattia, una presenza sconosciuta che la perseguiterà per il resto dei suoi giorni e che non si fermerà fino a che non l’avrà uccisa. L’unico modo per liberarsene è trasmetterla a qualcun altro.

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Il sesso è la maledizione e il suo antidoto, quello da cui tutto ha inizio e che tutto può curare. Perché non c’è altro modo per fermare questa cosa, questa presenza oscura, che può assumere qualunque forma, quella di uno sconosciuto tra la folla o quella di una persona cara, chiunque la aiuti ad avvicinarsi alla sua vittima. Questa cosa non pensa, non ha pietà e non si ferma, il suo unico obiettivo è uccidere colui che porta addosso la maledizione. Ed è da questa sensazione di impotenza che nasce l’orrore, dall’inquietudine di essere costantemente braccati da un male invisibile che serpeggia tra la folla e che non si può eludere, né tanto meno uccidere. Il gioco al massacro messo in scena da David Robert Mitchell non prevede spargimenti di sangue, ma una caccia silenziosa e spietata da parte di una presenza che ogni volta si incarna in corpo diverso, sempre più spaventoso, e che ha come unica arma il potere di comparire all’improvviso e di trascinarsi lenta verso la sua vittima fino a che non si abbandona al suo triste destino.

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David Robert Mitchell ha confessato di aver preso spunto per il suo film da un incubo ricorrente che aveva da bambino, quando sognava di essere inseguito da qualcosa di lento, ma sempre presente, come poteva essere un ragazzino nel cortile della scuola che camminava dritto verso di lui e continuava a seguirlo fino a casa. E la stessa angoscia che provava nei suoi incubi Mitchell l’ha trasposta alla perfezione nei suoi personaggi, che non fanno altro che guardarsi alle spalle e scappare, nascondersi per poi scappare ancora, tutto pur di liberarsi di una maledizione che non gli lascia scampo. Le stesse emozioni le prova lo spettatore, che percepisce la minaccia insieme ai personaggi, e non è aiutato in alcun modo dalla cinepresa nell’individuazione del pericolo, ed è costretto a cercarlo sullo schermo fino a che non arriva, ed è solo allora che lo sente, vicinissimo.

Il grande potere di It Follows e ciò che lo distingue da tutti gli horror che negli ultimi anni hanno infestato le sale cinematografiche è proprio la straordinaria capacità di generare la paura allo stato puro, di attaccare addosso allo spettatore la sensazione di avere una presenza maligna alle spalle, che può saltargli alla gola in qualunque momento. E poi c’è uno stile visivo raffinato, realistico nei frequenti long take e onirico nelle panoramiche e negli zoom, che creano nello spettatore un senso di disagio generale e di disorientamento rispetto alla storia. Lo spazio e il tempo sono sospesi, non dichiarati, perché l’unico tempo che conta è il tempo della paura, del gioco al massacro tra la vittima e ciò che la insegue, e per accentuare questo stato di tensione continua il film è costruito  in maniera tale da non far capire con esattezza se là fuori ci sia qualcosa o meno. L’unico modo per scoprirlo è guardarsi sempre alle spalle e aspettare che qualcosa accada, godendosi ogni fremito di quell’attesa straziante.

Krampus, di Michael Dougherty in DVD

Il Natale dovrebbe essere il momento più gioioso dell’anno, quello in cui tutta la famiglia si riunisce intorno al camino per scartare i regali e sorseggiare cioccolata calda, quello in cui i buoni sentimenti pervadono l’aria come l’odore di zenzero e cannella dei biscotti appena sfornati, e i piccoli rancori vengono dimenticati per qualche ora per lasciare posto ai sorrisi e agli abbracci calorosi. Questo è il Natale di chi crede ancora che di notte un omone dalla barba bianca scenda dal camino per portare regali ai bambini più meritevoli e la pace nel cuore dei loro cari, ma cosa succede a chi non crede nel Natale? Secondo la mitologia nordica la vita di queste anime perdute viene affidata nella mani di Krampus, uno spirito malvagio del Natale, un demone incappucciato di rosso che si annuncia con il suono di un campanaccio e si accompagna con mostriciattoli di ogni genere. Il suo scopo è trovare i bambini cattivi, esaudire i loro desideri malvagi e trasformare il Natale tanto odiato nel peggiore dei loro incubi.

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A risvegliare lo spirito del Krampus è proprio un desiderio avventato del piccolo Max che, stufo di sopportare le angherie dei suoi cugini, che lo bullizzano senza pietà e lo prende in giro perché in fondo al cuore crede ancora a Babbo Natale, consegna al vento la volontà di far sparire tutta la sua famiglia spalancando così le porte dell’inferno. Krampus non si fa attendere e manda una bufera di neve a intrappolare tutti nella casa in cui stanno allegramente festeggiando il Natale per poi mandare i suoi fedeli aiutanti a sterminarli uno dopo l’altro. I biscotti di pan di zenzero si trasformano in feroci assassini armati di sparachiodi, mentre il teddy bear li stritola nella sua stretta mortale e il clown saltato fuori dalla sua scatola li mangia vivi. Nessuno è più al sicuro con i regali di Natale in giro per casa. E attenzione al camino, perché al posto di Babbo Natale questa volta ad entrare sarà proprio il Krampus impietoso dagli zoccoli di capra, affamato di anime mortali e pronto a punire tutti coloro che non credono più nell’amore, nella generosità e in tutti i valori che il Natale porta con sé.

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Dopo l’inquietante Trick ‘r Treat – La vendetta di Halloween, Michael Dougherty declina in chiave horror anche il Natale, portandoci indietro di vent’anni ai film come Gremlins, che mescolando cattiveria e tenerezza in parti uguali, creano un’alchimia unica, che spaventa e scalda il cuore allo stesso tempo. Dougherty  ha tentato un esperimento simile con Krampus e magicamente è riuscito a creare la stessa alchimia, riportando in vita l’atmosfera del Natale horror degli anni Ottanta, della commedia nera in cui entra prepotentemente il fantasy con i suoi elfi mascherati e i mostriciattoli assetati di sangue dall’aspetto apparentemente tenero. Tutti i simboli del Natale nelle mani di Dougherty si trasformano in dissacranti portatori di morte, divoratori di bambini e di vecchiette indifese, ma è proprio per l’uso geniale che fa dei personaggi tradizionali natalizi che il film è destinato a diventare un cult del genere e a continuare a stupire per la sua narrazione affascinante, che sa trasformare una fiaba natalizia in una orrenda carneficina senza mai cadere nel ridicolo.

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IL DVD

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REGIA: Michael Dougherty INTERPRETI: Allison Tolman, Emjay Anthony, Adam Scott, Toni Collette, David Koechner TITOLO ORIGINALE: Krampus GENERE: Fantasy, Thriller DURATA: 94′ ORIGINE: USA, 2015 LINGUE: Italiano Dolby Digital 5.1, Inglese Dolby Digital 5.1, Francese Dolby Digital 5.1, Tedesco Dolby Digital 5.1, Spagnolo Dolby Digital 5.1, Hindi Dolby Digital 5.1 SOTTOTITOLI: Italiano, Inglese, Inglese per non udenti, Francese, Tedesco, Spagnolo, Arabo, Danese, Olandese, Finlandese, Islandese, Norvegese, Portoghese, Svedese, Turco, Hindi EXTRA: Errori dal Set DISTRIBUZIONE: Universal Pictures

Dopo il grande successo di pubblico e di critica riscosso negli Stati Uniti, l’Italia aspettava con il fiato sospeso l’arrivo nelle sale di questo fantastico horror natalizio annunciato per il 3 dicembre 2015, ma poi Krampus è stato cancellato a pochi giorni dall’uscita senza fare troppo rumore, mentre tutti avevano gli occhi puntati sull’arrivo di Star Wars VII. Finalmente però, dopo mesi di trepidante attesa, Universal Pictures ha presentato Krampus di Michael Dougherty in home video, che è arrivato nelle nostre case come una bufera di neve in piena estate per portare lo spirito del Natale più oscuro che si possa immaginare.

L’opera di Michael Dougherty che nella narrazione bilancia perfettamente commedia e orrore trova il suo contrappunto in un DVD che esalta la qualità visiva dell’immagine, senza alterare i colori caldi che caratterizzano le scene squisitamente natalizie intorno al fuoco e quelli più freddi degli esterni in cui il ghiaccio ha inghiottito ogni cosa. Anche gli Extra sono in linea con il film e con una ricca serie di “Errori dal set” alleviano la tensione di un finale cupo in un divertentissimo comic relief in cui tutti i personaggi tornano protagonisti nelle gag involontarie nate durante la lavorazione. Un prodotto completo, brillante, che non ha deluso le attese e che merita un posto di riguardo tra i film natalizi più belli degli ultimi anni.

The green inferno, di Eli Roth in DVD

Il regista di Cabin fever e Hostel, sei anni dopo aver girato Hostel: Part II, lascia momentaneamente da parte gli ambiziosi progetti dell’amico Quentin Tarantino per tornare dietro la macchina da presa. Come farà successivamente con Knock Knock, Eli Roth, in The green inferno, sceglie di omaggiare i suoi modelli di riferimento, per poi distaccarsene, sviluppando un film particolarmente originale, attinente alla sua ironica filosofia di vita e alla riflessione ricorrente sull’isolamento e sull’incomunicabilità, senza, ovviamente, tralasciare l’efferatezza delle uccisioni, la suspense del survival movie, il cinismo delle torture e il sangue leitmotiv stavolta più che mai, dato che è indossato come un normale vestito da tutti i giorni.

«Avete mai sognato di proteggere una tribù in via d’estinzione? Di proteggerla dall’arrivo della civilizzazione? Beh, si presenta l’occasione di trasformare questa fantasia in realtà».

L’incipit del film è emblematico del “niente è come sembra”: due inespressivi indigeni tinti di rosso, presumibilmente nonno e nipote, a piedi nudi, silenziosi e misurati nei gesti, camminano per la foresta nel profondo rispetto per la natura circostante, fino all’irrompere prepotente dei bulldozer nell’inquadratura.

Cosa è giusto fare se la presunta civiltà contemporanea minaccia di calpestarne una antichissima, deturpando un territorio incontaminato – non è il caso di usare il termine “vergine”, in questo caso troppo coerente – per arricchire le solite multinazionali? Combattere il sistema al fianco di attivisti con proteste come lo sciopero della fame, può sembrare una buona idea, ma…

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Lorenza Izzo [Knock Knock, Aftershock], ora moglie del regista, interpreta Justine, studentessa alla Columbia University e figlia di un avvocato delle Nazioni Unite, si unisce ad un gruppo di studenti ambientalisti per raggiungere l’Amazzonia peruviana. Le loro ridicole paure da newyorkesi figli di papà, dovranno presto fare i conti con la durissima realtà, farcita di menzogne, di non-detti e sotterfugi.

La compagna di stanza di Justine, KC, interpretata dalla cantante-attrice Sky Ferreira [The trust, Elvis & Nixon], si fa portavoce degli inevitabili pensieri di “simpatia” che lo spettatore gradualmente nutre nei confronti del gruppo di future vittime sacrificali: «Meriterebbero i lacrimogeni per averci svegliato così presto di domenica», «Spero che muoiano di fame». Non mancano, poi, battute a sfondo politico, che rivelano un sottotesto da non sottovalutare per i parallelismi con l’attualità, giocati sui forti contrasti vittime-carnefici e bugie-verità e sul meccanismo ignoranza-disinformazione-controllo: «Fosse così semplice! Ci sono delle procedure. Non possiamo andare and invadere un Paese perché fa qualcosa che pensiamo sia illegale o immorale. Non più…».

Scritto, prodotto e diretto da Eli Roth, The green inferno, ha lo stesso titolo del sequel di Cannibal Holocaust, il cannibal movie più conosciuto. Per questo suo omaggio a Ruggero Deodato, a cui è dedicato il film, e al filone cannibal, che ha goduto del suo massimo successo tra il 1972, anno de Il paese del sesso selvaggio, e il 1985, come gli end credits di The green inferno ricordano, Eli Roth ha voluto nel cast attori fidati come Aaron Burns [Knock Knock, Aftershock], al quale è riservata la prima e più sanguinaria delle uccisioni, “tagliata” nella versione censurata. Gli altri interpreti, tutti ben calati nella parte, sono, poi, ben consapevoli di quello a cui vanno incontro, a giudicare dalla loro filmografia: Ariel Levy [Aftershock, Promedio rojo], Kirby Bliss Blanton [Project X, Suicide note], Daryl Sabara [Spy Kids saga, Il miglior padre del mondo], Magda Apanowicz [Slither, The butterfly effect], Ignacia Allamand [Knock Knock, Aftershock], Richard Burgi [Hostel: Part II, No letting go], Nicolás Martínez [Aftershock].

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L’epilogo, ironico e non scontato, e preannuncia un seguito, Beyond the Green Inferno, programmato per il 2018. Inutile dire che il regista è già al lavoro per nuovi truculenti banchetti, preparati da espertissime anziane che canticchiano allegramente mentre insegnano alle nuove generazioni i “1001 modi per cucinare gli invasori”! Proprio una popolazione “indifesa” e “in via d’estinzione”. Se non è ironia questa!

Non mancano nemmeno le citazioni cinematografiche, vere chicche per cinefili competenti, come quella che fa riferimento a The Mission, di Roland Joffé, o la criptica presenza nella camera di Justine del poster del film Betty Blue, che ha il duplice scopo di caratterizzare meglio il personaggio, tramite il parallelismo tra le protagoniste, entrambe idealiste e sognatrici fino alla fine, e di ammiccare ai fan che ricordano che la Betty in questione, Béatrice Dalle, è stata l’antropofaga di Cannibal love – Mangiata viva. Stratificare le informazioni nel film è un’arte che in pochi sanno fare così bene.

In Italia è stato vietato ai minori di 18 anni per l’eccessiva crudeltà di alcune immagini e presenza di contenuti esplicitamente violenti. Per questo motivo Koch Media propone anche le edizioni DVD e BluRay censurate di ben 7 minuti, senza smembramenti e macabri banchetti a base di frattaglie umane. La domanda è: riuscirete a fare a meno dell’orrendo spettacolo per cui avete pagato? Se siete davvero un fan degli horror, la domanda è chiaramente retorica!

IL DVD

 

REGIA: Eli Roth INTERPRETI: Lorenza Izzo, Ignacia Allamand, Daryl Sabara, Ariel Levy, Sky Ferreira, Aaron Burns, Kirby Bliss Blanton, Magda Apanowicz, Nicolás Martínez TITOLO ORIGINALE: The green inferno GENERE: horror DURATA: 93’ (rated) e 101’ (uncut)  ORIGINE: USA, 2014 LINGUE: Italiano 5.1 DTS, Italiano 5.1 Dolby Digital, Inglese 5.1 Dolby Digital SOTTOTITOLI: Italiano EXTRA: Eli Roth & DJ Ashba presentano: “Escape from The Green Inferno” [videoclip] – Speciali: Location – Gli abitanti del villaggio – Justine – Amazzonia – Trailer – Credits DISTRIBUZIONE: Koch Media COLLANA: Midnight Factory

“Midnight Factory è una nuova collana di classici contemporanei di cinema horror, thriller e fantasy mondiale. La serie si propone di portare in Italia il meglio della produzione internazionale del genere: film inediti, indipendenti, dei grandi maestri, delle giovani promesse, classici del passato, pellicole bizzarre ed estreme, piccole chicche e sequel di successi conclamati che si mescoleranno insieme secondo il comune denominatore della qualità” [cfr. booklet interno].

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Nel caso di The green inferno, il film è stato selezionato da Midnight Factory, in quanto opera di un maestro di nuova generazione, per avere un’edizione UNCUT limitata di prestigio con packaging versione slip case, ovvero una classica custodia amaray all’interno di un involucro di cartone con apertura laterale. Disco unico, audio multicanale, sia in DTS sia in Dolby Digital, in italiano e inglese, mentre il formato video è uno spettacolare anamorphic widescreen (2.35:1). DJ Ashba, come si evince esplorando gli extra , compone per l’occasione una musica coinvolgente che mescola chitarra elettrica, ritmi tribali ed elettronica. Tra gli extra si dimostrano, inoltre, particolarmente interessanti, seppur fugaci nella loro breve durata, gli speciali che approfondiscono le riprese: Eli Roth realizza il suo reboot del filone cannibal in un vero villaggio dell’Amazzonia con autentici nativi che si sono dimostrati particolarmente collaborativi e solidali, nonché calati nei personaggi, ironico o inquietante? Come insegna il film, fare una scelta sbagliata potrebbe esservi fatale!

Knock Knock, di Eli Roth in DVD

Il regista di Cabin fever e Hostel “ha dichiarato in più di un’occasione che Knock Knock può essere interpretato come un film speculare e in qualche modo complementare rispetto a The green inferno, che gli è antecedente di due anni. Dopo aver esplorato le giungle equatoriali puntando su grandi spazi che ingoiano i protagonisti nel gorgo di una Natura tanto maestosa quanto indifferente e aliena, Eli Roth contrae violentemente il luogo dell’azione di Knock Knock nel lussuoso perimetro di una villa stile Beverly Hills” [cfr. booklet interno].

«Una notte può costarti tutto».

Evan Webber [Keanu Reeves], è un architetto di successo che ha tutto quello che ha sempre sognato: una moglie bellissima, due figli amorevoli, una sfarzosa villa che lui stesso ha progettato. Da solo in casa per il weekend con davanti la tentazione che si trova in cima alla lista dei sogni erotici maschili: il sesso con due ragazze, Bel [Ana De Armas] e Genesis [Lorenza Izzo, moglie del regista], che in una notte di pioggia battente gli bussano alla porta in cerca di riparo. Significativa, a proposito di sogni, la correlazione tra la scritta sullo specchio “It was not a dream!” e la scritta “It was all a dream”sulla maglia di Genesis, a creare un forte contrasto tra la percezione di realtà e finzione.

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Il disordine, il dionisiaco, entra in un attimo nella vita dell’uomo a portare un Male che divora l’ordine, l’apollineo, che ha sempre contraddistinto quella che potrebbe essere considerata la gabbia dorata dell’uomo di successo che ha finito con l’uccidere l’anima del DJ che sarebbe potuto essere se avesse seguito altri istinti. Dietro la tentazione erotica che le ragazze rappresentano si nasconde una nuova riflessione sulla solitudine umana e sull’incomunicabilità, temi riscontrabili anche nelle altre opere del regista. Come per The green inferno, Roth parte con il girare il remake di un film, in questo caso Death game, del 1977, conosciuto anche come The seducers, per poi distaccarsene e portare lo spettatore verso il suo particolare mondo, attraverso sentieri non battuti e variando in continuazione registro: atmosfera thriller con digressioni da commedia, per poi voltare pagina sul drammatico con elementi da torture, senza però il make up splatter e violento che caratterizza il resto della filmografia del filmmaker. La violenza delle aguzzine, inoltre, si concentra più che altro sugli oggetti, in particolar modo sulle fotografie di famiglia e sulle sculture astratte dal dubbio valore artistico che la moglie del protagonista crea e vende come arte. Menzogna è la famiglia nelle foto di un uomo che voleva essere altro. Menzogna sono le sculture se «l’arte non esiste», come scrivono le due ninfette punitrici di un Male che in realtà è nascosto nell’uomo stesso, celato nelle profondità oscure del suo animo che all’esterno risplende di falsità lunare.

«Alcune porte non dovrebbero mai essere aperte».

IL DVD

REGIA: Eli Roth INTERPRETI: Keanu Reeves, Ana De Armas, Lorenza Izzo, Ignacia Allamand, Aaron Burns, Colleen Camp TITOLO ORIGINALE: Knock Knock GENERE: thriller, crime, horror DURATA: 95′ ORIGINE: USA, 2014 LINGUE: Italiano 5.1 DTS, Italiano 5.1 Dolby Digital, Inglese 5.1 Dolby Digital SOTTOTITOLI: Italiano EXTRA: Speciale “L’arte della distruzione” – Scena alternativa e finale alternativo in lingua originale con e senza commento del regista – Interviste a: Keanu Reeves, Lorenza Izzo, Ana De Armas – Trailer italiano – Fotogallery (50’ circa) – Credits DISTRIBUZIONE: Koch Media COLLANA: Midnight Factory

Midnight Factory è una nuova collana di classici contemporanei di cinema horror, thriller e fantasy mondiale. La serie si propone di portare in Italia il meglio della produzione internazionale del genere: film inediti, indipendenti, dei grandi maestri, delle giovani promesse, classici del passato, pellicole bizzarre ed estreme, piccole chicche e sequel di successi conclamati che si mescoleranno insieme secondo il comune denominatore della qualità” [cfr. booklet interno].

Nel caso di Knock Knock, il film è stato presentato al Sundance Film Festival 2015 ed è stato selezionato da Midnight Factory, in quanto opera di un maestro di nuova generazione, per avere un’edizione DVD di prestigio con packaging versione slip case, ovvero una classica custodia amaray all’interno di un involucro di cartone con apertura laterale. Disco unico, audio multicanale, sia in DTS sia in Dolby Digital, in italiano e inglese, mentre il formato video è uno spettacolare anamorphic widescreen (2.40:1). Tra gli extra si dimostrano particolarmente interessanti l’ampia sequenza a episodi alternativa della distruzione “artistica” della casa e lo speciale “L’arte della distruzione” con la riflessione dello stesso Roth sul concetto di arte («è l’oggetto in sé ad essere artistico o è il valore attribuito all’oggetto che lo rende tale?») e sul giudizio discordante che le sue opere ottengono nel mondo: capolavori o torture porn? Al pubblico spetta l’ultima parola su questo thriller ironico e beffardo con due erinni seriali che sembrano le sorelle minori dei due candidi visitatori di Funny games. Mariti fedifraghi e padri-modello ipocriti, ecco l’Attrazione fatale della nuova generazione, meditate sulle vostre scelte!

Il film è vietato ai minori di 14 anni.

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Universal Monsters Universe – Il mondo ha bisogno di mostri

«Alcune volte il mondo non ha bisogno di un eroe, ma di un mostro»

Da quando nel 2012 la Universal ha annunciato di voler riavviare uno dei loro franchise più fortunati, La Mummia, e voler ricominciare da capo con un Van Helsing che sappia conquistare pubblico e critica, si sono succeduti molti registi e produttori e i progetti hanno rischiato di essere accantonati del tutto. Finché nel 2014 da Roberto Orci, sceneggiatore, produttore televisivo e produttore cinematografico messicano [Transformers, Star Trek], non giunge l’idea che la Mummia e Van Helsing avrebbero potuto condividere lo stesso mostruoso universo, in cui far confluire anche tutti i mostri che hanno reso famosa la casa editrice, per l’occasione rivisitati, resi appetibili non solo ai cinefili di vecchia data o ai cultori dei classici dell’orrore. Insomma, un colossale progetto di reboot generale che sarà il metro di paragone della nuova generazione.

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Capostipite di questo progetto non poteva che essere Dracula: Dracula Untold, inizialmente, era intitolato significativamente “Dracula Year Zero”, per sottolineare la volontà di azzerare quasi completamente le conoscenze cinematografiche a riguardo per gettare le basi di un mondo oscuro che sia lo scenario perfetto per una nuova stirpe di creature, figlie del folklore ma plasmate con effetti speciali che li possono far camminare tra noi.

Il produttore Alex Kurtzman ha annunciato che la nuova serie di film sarà un mix di orrore e di altri generi, ma a giudicare da quanto avvenuto con Dracula, però, dovremo aspettarci un’atmosfera più fantasy, dove l’orrore cede di netto il passo all’avventura e all’azione. Un’operazione che ricorda molto i crossover Marvel e DC che da anni ormai sono in cima alle classifiche. Intanto per The Wolf Man, previsto per il 30 marzo 2018, è al lavoro Aaron Guzikowski, promettente sceneggiatore dell’avvincentissimo Prisoners, mentre per occuparsi della coerenza dell’universo condiviso è stato messo sotto contratto Jay Basu, famoso per aver creato le ambientazioni suggestive di Monsters: Dark continent, The Lost Dinosaurs e l’ancora inedito Metal Gear Solid.

Ultimamente è stato annunciato che Tom Cruise e Sofia Boutella saranno i protagonisti di La Mummia, previsto per il 9 giugno 2017, ma il film è ancora in fase di preproduzione: dell’apprezzato sceneggiatore John Spaihts [Prometheus e L’ora nera] potremo ammirare l’attesissimo Doctor Strange con Benedict Cumberbatch, Rachel McAdams e Tilda Swinton, nelle sale italiane dal 26 ottobre, e il sci-fi Passengers con Jennifer Lawrence, Chris Pratt, Michael Sheen e Laurence Fishburne, programmato per il periodo prenatalizio.

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Il resto della mostruosa schiera è solo in fase di sviluppo ma Aaron Guzikowski e Chris Morgan [Wanted e Fast & Furious 7] garantiscono spettacolo, azione e scene memorabili. Non ci resta che attendere le date ufficiali, quindi. Intanto possiamo fantasticare pensando ai titoli annunciati: Frankenstein, The creature from the Black Lagoon (con Scarlett Johansson, forse), The invisible man (con Johnny Depp), Van Helsing, La moglie di Frankenstein, per il cui ruolo è palesemente corteggiata Angelina Jolie. Non fateci la bocca, i nomi altisonanti si susseguiranno all’infinito e fino al primo ciak non ci saranno certezze.

Una curiosità a margine: nel 2009, il pronipote di Bram Stoker, Dacre, a quattro mani con Ian Holt, ha scritto Undead – Gli immortali, il seguito ufficiale di Dracula. In questo nuovo romanzo l’antagonista principale è Elizabeth Báthory, anch’essa vampiro, e il protagonista è Quincey Harker, figlio di Jonathan e Mina Harker. Non è chissà quale previsione pensare che anche quest’opera sarà oggetto di una trasposizione, infilata tra una moglie di Frankenstein e un nipote dell’Uomo Lupo, magari!

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Dracula Untold in DVD

1462. Transylvania. Cresciuto e addestrato come soldato fin da bambino dall’esercito dell’impero ottomano, Vlad III di Valacchia [Luke Evans] è noto sui campi di battaglia come “l’impalatore” dal momento che trafiggeva i nemici con lunghe lance e li lasciava, appunto, impalati nel terreno come forma di terrore psicologico. Liberatosi dal suo incarico e pentitosi di tutte le atrocità compiute, Vlad diventa principe di Transilvania. Rispettato sovrano, devoto marito di Mirena e amorevole padre di Ingeras, quando il destino lo metterà di fronte ad una crudele scelta Vlad dovrà decidere se sacrificare la propria famiglia in onore del sultano o condannare il suo popolo ad una sanguinosa guerra impari. Il desiderio di salvare amore e onore contemporaneamente lo spinge a stipulare un patto con un Male antico, celato in un’oscura grotta da tempo immemore, bloccato da una potente maledizione. Riuscirà a rispettare il patto? Potrà nascondere il suo orrendo segreto? Nella sua anima spaccata in due dall’insano contratto, quale parte prenderà il sopravvento?

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La genesi della figura del Principe delle Tenebre, elaborata da Matt Sazama e Burk Sharpless [Gods of Egypt, nelle sale italiane dal 25 febbraio, e The Last Witch Hunter – L’ultimo cacciatore di streghe], e diretta dall’esordiente prodigio Gary Shore, è un film dove l’azione è sovrana, più della lugubre atmosfera che, probabilmente, è da pensare in divenire come, del resto, la consapevolezza dei poteri e dell’immortalità del novello Dracula. Immortalità che non è solo diegetica: secondo quanto riportato da IMDb sono più di 300 i film in cui compare il vampiro ideato da Bram Stoker, un numero secondo solo a Sherlock Holmes. Il totale, addirittura, triplica se si considerano anche i personaggi apocrifi, non ufficialmente tratti dall’opera. Un successo dovuto all’universalità dei temi, amore, odio, morte, onore, vendetta, inganno, e della versatilità di un personaggio che non a caso è stato scelto dalla Universal Pictures per fungere da capostipite del reboot project Monsters Universe.

IL DVD

 REGIA: Gary Shore INTERPRETI: Luke Evans, Sarah Gadon, Charles Dance, Dominic Cooper, Noah Huntley, William Houston TITOLO ORIGINALE: Dracula Untold GENERE: horror, fantasy, azione, drammatico, guerra DURATA: 88′ ORIGINE: USA, 2014 LINGUE: Inglese, Italiano, Francese, Spagnolo SOTTOTITOLI: Inglese per non udenti, Italiano, Francese, Spagnolo, Olandese EXTRA: nessuno DISTRIBUZIONE: Universal Pictures

L’edizione scelta per Dracula Untold è semplice, a disco unico, senza alcun contenuto extra che distolga l’attenzione dal prodotto cinematografico che, in questo modo, può valorizzare al meglio le specifiche tecniche di tutto rispetto per gli standard da home cinema: l’audio multilingue è in Dolby Digital 5.1 in qualsiasi lingua e il formato video è uno spettacolare anamorphic widescreen (2.40:1) che mette in risalto tutta la CGI utilizzata per gli effetti speciali ed anche i costumi e il trucco che sono stati premiati ai Saturn Awards del 2015, dove è stato valutato il miglior film horror dell’anno.
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