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Edward Mani di Forbice – Qualche anno dopo, di Kate Leth e Drew Rausch

Quando a maggio 2017 mi è stato chiesto di recensire questo fumetto la mia gioia è stata immensa. Spesso si suggerisce di non giudicare un libro dalla copertina. Ecco, mai consiglio fu più vero! Ho aspettato tanto perché a caldo il mio giudizio sarebbe stato affrettato, figlio naturale di un pregiudizio e di un’aspettativa tradita. Nel frattempo ho meditato, letto e indagato, non proprio in quest’ordine, diciamo in ordine sparso e ho maturato che nel caso di Edward Mani Di Forbice – Qualche anno dopo i lettori non possono che trovarsi un po’ spaesati per il contrasto grafico fra la copertina scelta dall’editore e i disegni sulle pagine che poi ci si trova a sfogliare. Per onestà di giudizio, bisogna ammettere che in fin dei conti si tratta di un prodotto che chiaramente vuole ottenere degli obiettivi economici specifici e, probabilmente, lo fa egregiamente, sfruttando quella gran voglia di sequel e remake che caratterizza l’attuale target, la fascia di mercato che detiene in questa fase storica il potere d’acquisto maggiore: la generazione x, che ha visto il film di Tim Burton e che vuol colmare il gap con i figli-screenager.

Negli Stati Uniti Edward Scissorhands è edito dalla IDW Publishing. Il successo delle nostalgiche sceneggiature della canadese Kate Leth e delle avanguardistiche illustrazioni dell’artista californiano Drew Rausch ha spinto la casa editrice californiana a creare una serie di 10 numeri, poi raccolta nella versione deluxe, oversized handcover che ha convinto la Nicola Pesce Editore a pubblicarne la traduzione: Edward Mani Di Forbice – Qualche anno dopo è un volume 14×21 cm, brossurato [cartonato in originale], con alette, di 128 pagine tutte a colori. Nessun problema fin qui, se non fosse per la copertina scelta: quella che è una variant cover celebrativa nell’originale, in Italia diventa la copertina ufficiale, creando, di fatto, un’incoerenza grafica molto forte con i disegni che poi caratterizzano l’intero fumetto.

Questo fumetto non è un pedissequo adattamento del film, che di per sé avrebbe avuto poco senso data la perfezione della pellicola. Si tratta invece di una storia nuova, poetica come l’originale, gotica e toccante”, tranquillizza e spiega la descrizione del prodotto sul sito ufficiale della casa editrice e questo è sufficiente per chiudere la questione e pensare a Edward Mani Di Forbice – Qualche anno dopo per quello che è: un fumetto per ragazzi che riprende il filo della narrazione di un film che ha fatto epoca per fornirgli una vita più che nuova, in un contesto contemporaneo… è un po’ la storia stessa di Edward, no?

Sono passati tanti anni, Kimberly, l’amore mai dimenticato di Edward, non c’è più, mentre Edward non è invecchiato di un giorno e continua ad essere l’emblema della solitudine, un mostro dal cuore tenero che il mondo non ha mai capito ma isolato nel suo maniero abbandonato, consolato dalla sola compagnia delle sue creazioni artistiche: figure scaturite dal taglio delle siepi o del ghiaccio. Talmente è solo che quando un giorno trova un altro androide, disattivato perché pericolosamente incompleto, Edward lo riattiva pensando di poterlo gestire… Intanto, Megan, una ragazza curiosa e piena di sentimenti positivi, in tutto e per tutto identica a nonna Kimberly, indaga sul passato della sua famiglia e quindi, in cerca di risposte, si avventura nel vecchio maniero dove vive Edward…

I disegni di Drew Rausch sono intriganti e freschi, accattivanti nei loro colori desaturati e segnati da contrasti decisi, sebbene troppo deformati comicamente per il gusto dei burtoniani. Manca una profondità dei neri, e qui ci sarebbe da sviluppare un discorso infinito su quanto il gotico sia legato necessariamente ad un ampio ventaglio di tonalità dark, in questo caso stranamente mancanti. Soprassediamo e torniamo invece ai pro, visto che il contro è ormai chiarissimo: sono bellissime le tavole di intermezzo fra i capitoli con gli a solo di Edward e le siepi tagliate ad arte sotto un cielo stellato; in appendice altre meravigliose tavole realizzate da vari artisti che hanno reinterpretato secondo la loro natura artistica i personaggi creati da Tim Burton; in più bozzetti, bibbia dei personaggi e dei luoghi e le prove di montaggio di alcune tra le pagine più interessanti.

Se lo si potesse considerare un fumetto a sé, ossia slegato completamente dal prodotto cinematografico originale, Edward Mani Di Forbice – Qualche anno dopo sarebbe passabile, per giunta piacevole per molti aspetti, un modo simpatico per avvicinare nuove generazioni ad uno dei personaggi più iconici del già particolare mondo gotico di Tim Burton.

Il risultato finale dipende quindi da quale sia il pubblico chiamato a comprarlo: se si tratta di un’operazione di mercato tipo “Bambini, venite a conoscere Edward” se ne può anche parlare e, seppur, con una certa riluttanza, accettare, ma se l’obiettivo è “Fan di Edward, guardate un po’ chi è tornato”, beh, non ci siamo proprio, perché a venir meno è lo spirito che era alla base di quel novello Frankenstein in cerca di amore.

Il giudizio molto personale e quindi non certo insindacabile del sottoscritto è che Edward Mani Di Forbice – Qualche anno dopo sia un poco riuscito connubio di tematiche horror e mood da commedia adolescenziale con un personaggio talmente fuori dalla sua “naturale” ambientazione gotica da sembrare la caricatura di sé stesso.

Peccato per le incongruenze, peccato per chi si aspettava un fumetto differente, maggiormente conformato all’originale cinematografico.

Fantafestival 37 – El ataúd de cristal, di Haritz Zubillaga

Fasciata nel suo abito da sera di velluto verde, come Cenerentola nella sua carrozza, Amanda scivola nella limousine che la porterà all’appuntamento più importante della sua vita. Ma la sua fiaba termina ancora prima dello scoccare della mezzanotte non appena si chiudono le porte dell’auto. I finestrini si oscurano, la luce naturale verte al neon e inizia l’incubo. L’auto che avrebbe dovuto accompagnarla a ritirare il suo premio alla carriera di attrice si trasforma in una prigione mobile, impossibile da violare.

Il suo traghettatatore verso l’inferno è una voce sintetizzata che la spia da una telecamera nascosta e le ordina di soddisfare tutte le sue richieste, anche le più perverse, se non vuole andare incontro a terribili torture. Il volto del mostro ha i contorni delle sue parole taglienti, ma benchè la sua identità sia quasi impalpabile, l’odio che riversa su  Amanda è quanto mai tangibile, violento, impastato nelle lacrime e nel sangue.

Haritz Zubillaga condensa la paura nell’angusto spazio scenico della limousine, teatro dell’orrore dell’intera pellicola, e comprime il tempo ad un’unica notte in cui Amanda si trova a combattere con i fantasmi del passato e i mostri del presente, mentre corpo e anima sono ridotti a brandelli dal suo carnefice. Una scelta senza dubbio coraggiosa, tanto più che in scena c’è una sola attrice, ma è proprio questo a innalzare al massimo il potenziale di El ataúd de cristal, che immediatamente riporta alla memoria il visionario Cosmopolis David Cronenberg, in cui la tensione compressa nello spazio di una limousine cresce a dismisura in un climax di eventi surreali fino alla catarsi finale.

Ma se Cronemberg imprigiona il suo protagonista per renderlo impermeabile dal mondo e dalle sue emozioni, Zubillaga restringe lo spazio scenico per far esplodere la rabbia e i rimpianti, fino a operare una vera e propria autopsia emotiva della protagonista. Da qui parte un viaggio a ritroso nella sua carriera di attrice, che si addentra negli angoli più oscuri della sua coscienza e nei meccanismi più perversi del mondo dello spettacolo, in cui l’ossessione per i dettagli è talmente morbosa da trasformare la pellicola in un inquietante esperimento metacinematografico in cui l’orrore della realtà è onnipresente.

 

The Devil’s Candy, di Sean Byrne

Melodie cupe emergono dal sottosuolo, dalle cantine buie e dai meandri più oscuri delle anime tormentate. Suoni quasi inaudibili dall’orecchio comune, che fatica a comprendere il significato di quelle litanie demoniache, ma non può fare a meno di lasciarsi trascinare in uno stato di trance, che libera i mostri più spaventosi dalle gabbie della ragione e ispira azioni terribili.
The Devil’s Candy non è altro che un lungo incubo forgiato nella musica metal, negli assoli di chitarra che fanno tremare le pareti, rivoltare i crocifissi e risvegliare i morti, mentre il diavolo in persona si insinua tra le note e i pensieri delle sue vittime. I Sun 0))), gli Slayer, i Machine Head e persino i Metallica sono chiamati a raccolta dal signore oscuro per reclutare nuovi adepti da mangiare e rivomitare nel mondo come caramelle succose. Grandi nomi  del rock per un film in cui la musica non è soltanto una colonna sonora ma l’elemento essenziale della narrazione a partire dalla primissima scena, in cui il misterioso Ray viene svegliato nel pieno della notte da sinistri sussurri che lo spingono a suonare riff assordanti, fino a che sua madre non entra nella stanza e lui le fracassa il cranio a colpi di chitarra elettrica.

Ma la musica è anche la passione che unisce la famiglia protagonista del film, con il pittore metallaro Jesse, sua moglie Astrid e la loro figlia adolescente, che già sente un richiamo incontenibile per l’heavy-metal e per questo è la candidata ideale per diventare la prossima caramella del diavolo. Quando la famiglia si trasferisce in una nuova casa, acquistata a poco prezzo per via del suo triste passato, l’oscurità inizia a entrare nelle loro vite, e a prendere possesso di Jesse e dei suoi quadri, che mano a mano diventano più inquietanti. Da questo momento in poi la discesa agli inferi è inevitabile e raggiunge picchi di orrore senza precedenti fino al climax finale.

Come un grande festival dell’heavy metal The Devil’s Candy di Sean Byrne racconta l’orrore passando per le partiture musicali che lo accompagnano, tutte abilmente connesse con la figura del demonio, ma benchè questo sia un forte elemento di caratterizzazione del film, non è sufficientemente potente da bilanciare una storia che altrimenti risulterebbe alquanto scialba. Nulla a che vedere col precedente lavoro del regista, The Loved Ones, unico nella sua crudeltà e altamente disturbante, ma purtroppo non altrettanto fortunato nella distribuzione nei cinema. Sean Byrne ci riprova, calca la mano e cerca l’elemento perturbante in un intreccio legato a doppio filo con le corde della chitarra elettrica, ma sacrifica l’orrore al dio del rock affidandosi più alla musica che alla penna. Un peccato per un film che fremeva per esplodere sullo schermo!

Shark Lake, di Jerry Dugan in DVD

Estate e squali sono da sempre un’accoppiata vincente, la pozione magica del terrore che unisce piacere e paura e li fa esplodere in un’unica scena.  L’idea di lasciarsi cullare dall’acqua mentre sotto la superficie placida del mare, o di un lago fangoso, si aggira una creatura mostruosa, è da sempre una delle paure più grandi dell’uomo, e non è un caso che abbia dato origine a numerosi film horror, che vedono protagonisti piranha affamati, piovre, anaconda e coccodrilli giganti e naturalmente squali. A partire da Lo squalo di Steven Spielberg, i pescecani sono diventati i mostri prediletti del genere, declinati in tutte le forme e trasportati in ogni ambiente possibile, persino nei laghi d’acqua dolce, come in Shark Night – Il lago del terrore di David R. Ellis, e nel più recente Shark Lake di Jerry Dugan, appena sbarcato in DVD grazie a Koch Media.

L’orrore si muove sui fondali del lago Thaoe, dove Clint, un maldestro trafficante di animali esotici, finisce con il suo furgone durante un inseguimento. Sopravvissuto alla caduta, Clint viene arrestato, e sua figlia viene affidata alle cure della brillante poliziotta Meredith. Il tempo scorre placido, piatto come la superficie del lago che bagna la città, ma alla vigilia del rilascio di Clint qualcosa inizia a muoversi. Una serie di morti misteriose seminano il terrore, e fanno presagire che in quelle acque si nasconda un mostro dalla natura sconosciuta, che non aspetta altro che fare a pezzi chiunque si avvicini alla riva.

Tutti i cliché dello shark-movie sono intatti, ricalcati da Jerry Dugan con una meticolosità quasi maniacale, come se volesse rassicurare i cultori del genere con una pellicola prevedibile, limitandosi ad introdurre l’elemento inconsueto del lago al posto del mare. L’ambientazione innovativa però non è sufficiente a raccontare qualcosa di nuovo in un genere che è stato già declinato all’infinito, persino parodizzato nella serie cult Sharknado, e Shark Lake rischia così di aggiungersi alla serie di shark-movie senza picchi di creatività. Jerry Dugan si affida a un impianto narrativo lineare, che se non stupisce riesce almeno a mantenere nel film una coerenza interna impeccabile, che bilancia le situazioni surreali che involontariamente costellano la pellicola, con un equilibrio perfetto tra thriller e dramma familiare.

IL DVD

REGIA: Jerry Dugan INTERPRETI: Dolph Lundgren, Sara Malakul Lane, Lily Brooks O’Briant, James Chalke, Kim Baptiste, Ibrahim Renno, Michael Aaron Milligan TITOLO ORIGINALE: Shark Lake GENERE: thriller, horror DURATA: 92′ ORIGINE: USA, 2015 LINGUE: Italiano 2.0 Dolby Digital, Inglese 2.0 Dolby Digital SOTTOTITOLI: Italiano EXTRA: Trailer originale DISTRIBUZIONE: Koch Media

L’edizione di Shark Lake, presentata in DVD da Koch Media è di ottima qualità, minimale nei contenuti, ma accurata nell’impianto visivo e sonoro, garantendo una proiezione all’altezza delle aspettative.

Viy – La maschera del demonio, di Oleg Stepchenko in DVD

Il plot di Viy – La maschera del demonio nasce infatti nel 2006. I produttori, fra cui spicca una vecchia conoscenza della Midnight Factory [l’Uwe Boll che ha finanziato la saga Zombie Massacre] e il regista Oleg Stepchenko volevano celebrare il bicentenario della nascita di Nikolaj Vasil’evic Gogol’, il romanziere e drammaturgo, considerato uno dei grandi della letteratura russa, che si distinse per la grande capacità di raffigurare situazioni satirico-grottesche che esaltavano la mediocrità umana, con uno stile visionario e fantastico tanto da essere definito da molti critici un precursore del Realismo magico. Di lui afferma lo stesso Dostoevskij: «Siamo tutti usciti dal Cappotto di Gogol’».

Viy – La maschera del demonio è generato dall’unione fra le storie della narrativa di matrice popolare e la prepotente influenza della tradizione horror di ambientazione gotico-fiabesca. Viene subito in mente Mario Bava. Quel sottotitolo che ricalca proprio uno dei suoi film maggiormente conosciuti non permette un confronto che non sia impari, per questo motivo me ne guarderò bene dall’effettuarlo. Il rischio che al solo proporlo si rischi la lesa maestà mi atrofizza le falangi. Basta solo osservare come la donna non sia mai un personaggio portante ma sia utilizzata come oggetto di guerriglia marketing. Magari sarò smentito dai seguiti, ma Olga Zaytseva, per quanto bellissima e ben preparata, non sarà mai ricordata come la nuova Barbara Steele e purtroppo non è un problema solo di Viy.

Viy – La maschera del demonio non si attiene pedissequamente al contenuto del racconto Vij (il diverso modo di scrivere non è un errore di battitura ma riguarda le classiche faccende burocratiche di copyright e simili), bensì mira a creare tutta un’ambientazione suggestiva che possa fare da sfondo non solo a quest’avventura fantastico-gotica, ma anche ad altre vicende successive o parallele. Un personaggio realmente esistito come Guillaume Le Vasseur de Beauplan, cartografo francese dalla biografia rocambolesca, che ha mappato il terriorio intorno a Praga e i Carpazi, luoghi dove Viy è stato girato, e per aver studiato gli usi e i costumi delle popolazioni più romite dell’Ucraina. Ma è inutile ripetere quanto potete ritrovare nel booklet del DVD, ben nutrito di informazioni e curiosità di questo genere.

Nel film di Stepchenko tutto è giocato sulla sensazionalità e sulla spettacolarità degli episodi “magici”. Proprio alla luce di questo, la sensazione che si ha è che si sia voluto andar troppo oltre, alzare l’asticella fin dove la sceneggiatura originaria non poteva arrivare, stirandola il più possibile per inserire tematiche a oltranza. Questa sovrabbondanza di trame e sottotrame rende Viy un “frankenmovie” più simile a quegli azzardati pastiche che mescolano elementi e personaggi estrapolati praticamente da qualsiasi argomento abbia un minimo di connessione, è dove non c’è la si crea, ovvio:

  • Il cartografo protagonista è costruito sulla base solida del personaggio realmente esistito ma resta veramente flebile il suo apporto carismatico nello sviluppo della storia. Non per niente l’attore Jason Flemyng ha sempre ricoperto ruoli secondari.

  • La battaglia eterna potere temporale e potere spirituale e quella tra i culti pagani tramandati dalla notte dei tempi e il cristianesimo meschinamente imbonitore di folle con qualsiasi mezzo.

  • Il magico che è nascosto in ogni dove, sempre che si abbiano gli occhi debitamente chiusi e la mente abbastanza aperta.

  • L’amore che si lega con la morte nel classico connubio ellenico di eros e thanatos.

« Abbi timore degli occhi di Viy, l’antico dio che abita nel buio eterno della caverna. I suoi occhi hanno messo radici nella terra: se un uomo dovesse guardarlo, allora quell’uomo morirebbe e nessuna preghiera potrà vincere la misteriosa paura. Le persone anziane dicono questo, e anche i loro avi. Nelle notti d’estate giovani donne in cerca del vero amore lasciano fluttuare nell’acqua candele e ghirlande di fiori. E se un uomo raccoglie la tua ghirlanda, saprai che è lui il tuo destino. Fin dall’inizio dei tempi, quando la terra e gli dei erano giovani, questa tradizione ha vissuto nel cuore del popolo slavo. Candele accese ora fluttuano nell’oscurità».
Così la voce narrante introduce lo spettatore in un mondo in cui le tenebre aleggiano tra gli uomini e ne avvolgono i sentimenti fino a far perdere il confine fra il Bene e il Male.

SINOSSI. 18° secolo. Il cartografo Jonathan Green è impegnato in un lungo viaggio di esplorazione scientifica. Dall’Europa continentale le sue ricerche lo spingono sempre più verso Est, nella valle del Danubio, dove alcune teorie fanno risalire l’origine della civiltà. Dopo aver attraversato la Transilvania e i Carpazi, Jonathan si perde nella nebbia nel tentativo di sfuggire ad un branco di lupi che sembrano usciti da un girone dell’inferno. Trova rifugio e ospitalità (non tantissima in realtà) in un piccolo villaggio sperduto in mezzo ai boschi, dove gli abitanti sembrano temere una figura arcana, una sorta di re degli gnomi, Viy. Una parte del villaggio è diventata interdetta a chiunque per proteggersi, ma se il Male che tanto temono si fosse già annidato nelle loro anime in attesa del momento opportuno per uscire allo scoperto? Infine, un ulteriore mistero aleggia in questa società isolata dal mondo esterno: «chi si nasconde nella pelle di montone?»

IL DVD

 

REGIA: Oleg Stepchenko INTERPRETI: Jason Flemyng, Charles Dance, Andrey Smolyakov, Agne Ditkovskite, Alexey Chadov, Anna Churina, Emma Cherina TITOLO ORIGINALE: Viy GENERE: horror, thriller DURATA: 107′ ORIGINE: USA, 2016 LINGUE: Italiano 5.1 DTS, Italiano 5.1 Dolby Digital, Inglese 5.1 Dolby Digital SOTTOTITOLI: Italiano EXTRA: Making of – Interviste a Jason Flemyng – Trailer – Backstage (50’ circa) – Credits DISTRIBUZIONE: Koch Media COLLANA: Midnight Factory

Midnight Factory è una nuova collana di classici contemporanei di cinema horror, thriller e fantasy mondiale. La serie si propone di portare in Italia il meglio della produzione internazionale del genere: film inediti, indipendenti, dei grandi maestri, delle giovani promesse, classici del passato, pellicole bizzarre ed estreme, piccole chicche e sequel di successi conclamati che si mescoleranno insieme secondo il comune denominatore della qualità” [cfr. booklet interno].

Nel caso di Viy, il film è stato selezionato come film weird di grande successo nel mercato home video per avere un’edizione DVD di prestigio con packaging versione slip case, ovvero una classica custodia amaray all’interno di un involucro di cartone con apertura laterale. Disco unico, audio multicanale, sia in DTS sia in Dolby Digital, in italiano e inglese, mentre il formato video è un widescreen non troppo spettacolare da 1.78:1. Tra gli extra si dimostra particolarmente interessante soprattutto il Making of, da vedere e ascoltare, perché spiega la genesi, la realizzazione e il significato del film attraverso le parole dei protagonisti e degli addetti ai lavori!

Di indubbio interesse il booklet del DVD Viy – La maschera del demonio, con i testi curati da Manlio Goramasca e Davide Pulici della rivista Nocturno Cinema.o Sfrondato il discorso dalle eccessive esaltazioni dovute alla committenza, risulta estremamente suggestiva la storia che i giornalisti riportano della genesi dell’opera. A corredo dell’analisi del film potrete trovare anche un excursus sul rapporto intercorso negli anni fra il racconto di Gogol’ e il cinema e soprattutto con la famiglia Bava.

La ricchezza sfarzosa delle scenografie e dei costumi, peraltro ben curati, impreziositi da un grande lavoro di makeup e di visual FX prima che in CGI e 3D – lavoro vibile nel backstage e making of – non riescono a nascondere in una coltre di fumo le carenze imputabili alla sceneggiatura, probabilmente rimaneggiata più volte per innestare sempre più elementi “vendibili”, e al montaggio, che risente notevolmente della mancanza di una struttura artistico-narrativa vera e propria. Ad uccidere definitivamente ogni resistenza ci pensa poi il doppiaggio, non solo quello italiano, ma anche quello inglese, che rendono i personaggi delle risibili caricature mai credibili. Tra editing e doppiaggio non si capisce dove finiscano i difetti dell’uno e dove inizino i demeriti dell’altro. Fortuna che a condire il tutto c’è una massiccia dose di ironia che permette di alleviare i buchi nella narrazione e allentare la tensione emotiva. Nulla di non visto, insomma. Un film che sarebbe potuto essere un buon prodotto, ma che riesce solo a rendere perplesso e smarrito lo spettatore per quasi due ore di visione.

Il film è vietato ai minori di 14 anni. Eppure non presenta tematiche scioccanti o scene particolarmente raccapriccianti, magari più di un Ghostbusters, ma sicuramente molto meno di un collega di genere, Il racconto dei racconti, che è stato valutato un film adatto a tutti, nonostante i riferimenti espliciti alla sfera sessuale e una bella mangiata di cuore crudo! C’è da dire, però, che come per il film di Garrone, il merito di questo tipo di prodotto cinematografico sta nel coraggio di portare sullo schermo, piccolo o grande non fa molta differenza se l’obiettivo raggiunto è simile, la letteratura nascosta o dimenticata. La cultura d’oltralpe, in Italia, spesso rimane sepolta sotto la valanga di informazioni, studi e dissertazioni sulla letteratura classica italiana. Se non fosse per qualche capatina tra le letterature straniere si potrebbe parlare di trust! Ma anche queste capatine nell’esotico vanno a privilegiare quasi esclusivamente la cultura anglosassone che così va a cannibalizzare ogni possibilità per le altre di riscontrare rinnovato interesse nelle nuove generazioni, senza poi meritare poi davvero, Shakespeare a parte – diciamolo una buona volta! – questa supremazia. Quindi ben vengano nuove pellicole, sempre migliori, che possano far emergere letterature e generi che portino novità e allarghino gli orizzonti dello spettatore medio.

Viy – La maschera del demonio è stato girato quasi completamente a Praga e dintorni in maniera che potremmo definire classica, artigianale e, secondo il sistema ormai consolidato delle produzioni a basso budget, il prodotto così ottenuto ha invogliato i produttori ad incrementare il budget “costringendo” la crew a rigirare il tutto con il sistema Real 3D Stereotec, lo stesso utilizzato da altri blockbuster di successo come Hansel & Gretel – Cacciatori di streghe. Certo non lo si potrà mai considerare un kolossal di livello mondiale, ma per la cinematografia locale il film è stato un successo. A fronte di un budget stimato intorno ai 26 milioni di dollari, Viy ne guadagna ufficialmente 51 nella sola Russia!

Già pronto il seguito. Un segno dei tempi: la gente sente l’estremo bisogno di ridere e subordina a questo ogni altro elemento di un film o di un libro, compresa la storia, che invece dovrebbe essere la base su cui si costruisce tutto il resto. Il titolo provvisorio è Viy 2 – Journey to China.

SINOSSI. Il viaggiatore inglese Jonathan Green nel tentativo di continuare a mappare l’Estremo Oriente Russo si ritrova ancora una volta smarrito in un lungo viaggio pieno di incredibili avventure che lo condurranno in Cina. Tra scoperte mozzafiato, creature bizzarre, principesse cinesi, il cartografo dovrà inaspettatamente confrontarsi con maestri di arti marziali mortali,  il re di tutti i draghi e, soprattutto, avrà un nuovo faccia a faccia con Viy. Lo scetticismo dello scienziato potrà mai avere definitivamente la meglio sulla più antica magia nera che ha trovato dimora nelle terre d’oriente?

Tra gli interpreti, udite udite, nientepopodimenoché Jackie Chan, Arnold Schwarzenegger e Rutger Hauer. Da non crederci.

La mummia, di Alex Kurtzman

La mummia è il nuovo reboot tanto atteso di uno dei classici del cinema dell’orrore. Diretto da uno degli ideatori della serie TV Fringe, Alex Kurtzman, nonché autore e produttore anche di alcuni dei maggiori successi cinematografici degli ultimi anni: The Island, The Legend of Zorro, Mission: Impossible III, Transformers e Star Trek, il film lascia non poche perplessità circa una trama non troppo generosa di spunti e soprattutto votata espressamente a lasciare aperte porte narrative solo per potervi collegare quanti più film possibili annunciati dalla Universal Pictures.
Cluster, link e sharing non possono e non devono sostituire paura, sangue e morte in nessun film horror!

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«Il passato non può restare sepolto per sempre».

Probabilmente in pochi sanno che la Mummia, al suo quarto ciclo di film [1940-1944; 1959-1971; 1999-2008; 2017-?], è l’unico mostro Universal a non essere ispirato da un romanzo ma da fatti realmente accaduti e notizie documentate da fonti storiche certe: fu l’apertura della tomba di Tutankhamon nel 1922 e la conseguente maledizione, romanzata sulla falsariga della presunta biografia di Alessandro Cagliostro, un mago di 3000 anni che sopravviveva tramite iniezioni di nitrato, ad ispirare la sceneggiatura della versione datata 1932 con un Boris Karloff che turbò non poco il riposo di un’intera generazione. Altri tempi, si dice, ma non è per una nostalgia “dei bei tempi andati”. Più per rendere l’idea di quanto sottotesto può essere in grado di offrire il mostro in questione. Sottotesto che non è minimamente preso in considerazione dal film di Kurtzman, ma la colpa non è proprio sua. Christopher McQuarrie, premio Oscar® per I soliti sospetti e David Koepp [Jurassic Park, Spider-Man], accompagnati da Dylan Kussman, che da qualche anno si sta riciclando come sceneggiatore, dopo aver recitato in svariati film fra cui L’attimo fuggente, riescono nell’intento di depauperare quanto di buono ha elaborato lo scrittore su cui è basato quasi tutto il futuro dei mostri Universal, Jon Spaihts [Doctor Strange].

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Spaihts sembra essere uno dei fulcri del già citato progetto di creare uno Universal Monsters Cinematic Universe, oggi denominato in maniera più accattivante Dark Universe, che tenga testa ai vari Marvel e DC Universe e possa infondere nuovo interesse intorno a quelle figure leggendarie della narrativa fantastica che, diciamolo noi che possiamo, dovrebbe sostituire molte letture scolastiche ormai obsolete, quasi anacronistiche. È sempre di Spaihts la sceneggiatura per Passengers, inclusa dal 2007 nella Black List, la lista annuale delle migliori sceneggiature non prodotte, e resa film solo nel 2016. Successivamente viene ingaggiato per scrivere la trilogia-prequel di Alien, rimaneggiata poi da Damon Lindelof [Lost] per dar vita a Prometheus. È in quell’anno, il 2012, che Spaihts viene ingaggiato per scrivere questo nuovo reboot del franchise de La mummia, diretto da Alex Kurtzman:

«Benvenuti in un nuovo mondo di dei e mostri».

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Ahmanet [Sofia Boutella; Star Trek Beyond, Atomica bionda], principessa dell’antico Egitto, uccide il padre e il neonato erede al trono e quindi mummificata e sepolta viva nelle profondità del deserto. Risvegliatasi in seguito ai soliti scavi archeologici, Ahmanet dà sfogo a tutto quel rancore che i suoi resti hanno covato per cinque millenni e non placherà la sua ira finché non avrà ottenuto ciò che vuole: essere una dea e avere il dominio su tutto. La sorte dell’intera umanità è nelle mani del soldato e profanatore di tombe Nick Morton [Tom Cruise; Jack Reacher – Punto di non ritorno, Magnolia] e dell’archeologa Jenny Halsey [Annabelle Wallis; King Arthur – Il potere della spada, Annabelle] e tra i due non corre buon sangue…

«Ci sono destini peggiori della morte ».

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Ciò che l’attuale versione de La mummia ha di veramente rilevante è nel settore tecnico:

  • le riprese, effettuate ad Oxford e tra Londra, la contea di Surrey e in Namibia, sono state realizzate utilizzando mdp e soprattutto lenti di indubbia efficienza (ARRI ALEXA 65 alternata con Panavision Panaflex Millennium XL2 che montavano lenti Panavision C- ed E-Series, ATZ e AWZ2, oltre alle ARRI Rental Prime 65);
  • poi tradotte in pellicola da 35 mm Kodak, probabilmente per “sporcare” e dare un vissuto, un effetto vintage all’immagine finale;
  • l’aspet ratio in rapporto 2.35 : 1, che premia il grande dispendio in VFX, makeup e scenografie;
  • il sound mix top quality in multiformato (Dolby Digital, Auro 11.1, Dolby Atmos, Dolby Surround 7.1), che rende ancora più adrenaliniche le scene d’azione.

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Tutto suggerisce un intento di spettacolarizzazione, che non è stato, purtroppo, coadiuvato da una sceneggiatura all’avanguardia che sapesse sorprendere, interessare e tremare e che, invece, non fa temere per la sorte dei personaggi, figuriamoci per l’umanità minacciata da una tempesta di sabbia o da quattro scheletri malmessi. Occorre molto più contenuto per intrattenere chi affronta tutti i giorni i deliri dei mezzi di trasporto, tangenziali congestionate e agenti atmosferici impazziti, per non parlare di pericoli ben più gravi di natura terroristica. Se l’intenzione era di rallegrare per un paio d’ore in maniera spensierata lo spettatore senza pretendere di raggiungerne il cuore o il cervello, La mummia può ritenersi soddisfatta. NON è necessario vederlo in 3D, questo va detto!

«A volte ci vuole un mostro per combattere un altro mostro».

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Il film La mummia permette anche di fare la conoscenza di un altro personaggio, fondamentale per la casa di produzione americana, il Dr. Jekyll [Russell Crowe], su cui s’indugia molto, anche troppo dato che avrà occasione di dimostrare quanto vale in un film tutto suo, come previsto, nel neonato Universal Monster Universe. Nel laboratorio di Jekyll gli spettatori più attenti noteranno molte chicche che rimandano a Il mostro della laguna nera, una succulenta anticipazione, e a Dracula Untold, capostipite del Dark Universe.

«La morte non è altro che una porta per una nuova vita».

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La tagline del film «Benvenuti in un nuovo mondo di dei e mostri» è, invece, una citazione de La moglie di Frankenstein (1935), in cui recitava la mummia originale, Boris Karloff.

«Monstrum vel prodigium».

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Scappa – Get Out, di Jordan Peele

Scritto e diretto da Jordan Peele, l’attore comico afroamericano del canale Comedy Central [Vi presento i nostri, Nudi e felici, Cicogne in missione] al suo debutto assoluto come filmmaker, Scappa – Get out s’inserisce di diritto nella corrente dei generi ibridati. Si tratta di un horror particolare che ad un sottotesto di denuncia antirazzista innesta scene altamente comiche affidate perlopiù al personaggio interpretato dal magnetico Lil Rel Howery, coetaneo e collega comico del regista.

Come già verificato con The visit di M. Night Shyamalan, il rischio che si corre, con un horror contaminato in maniera diffusa dalla commedia, è di smorzare troppo il climax di tensione, gelando il battito cardiaco dell’esperto spettatore di genere, in virtù di una presunta freschezza di attenzione fornita da un netto contrasto tra risata e thrilling. La scelta di limitare la vis comica ad un solo attore permette, invece, di misurare il calo di tensione, di controbilanciare il sano terrore per la salute del protagonista, senza che una forza centrifuga troppo prorompente trascini il pubblico in uno straniamento a cui un horror non dovrebbe mai puntare, se ci tiene a far paura. Un discorso a parte va fatto se invece l’intento è di far emergere un’ironia diffusa.

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Nel caso di Scappa – Get out è evidente che ci sia un messaggio neanche tanto sottinteso. Jordan Peele sembra dare forma all’estremizzazione del razzismo, sembra giustificare una “caccia all’afroamericano” ma presupponendo una consapevolezza implicita della sua superiorità sul caucasico. Insomma, è come se si ritornasse alle questioni che dominavano il film di Spike Lee Fa’ la cosa giusta ma declinandole in un contesto di rapimenti, ipnosi forzate, torture ed esperimenti parascientifici.

L’incipit rende palese fin da subito l’ibridazione partendo da un esterno notte con rapimento, seguito da titoli di testa, ormai anacronistici, in cui una musica R&B preannuncia già quale sarà il punto di vista delle vicende.

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Chris e Rose, una coppia interrazziale, va a far visita ai genitori di lei, Dean [Bradley Whitford, Saving Mr. Banks, Quella casa nel bosco] e Missy [Catherine Keener, candidata all’Oscar® come miglior attrice non protagonista per Essere John Malkovich e Truman Capote – A sangue freddo]. Chris [Daniel Kaluuya] è un fotografo dallo sguardo attento e profondo, Rose [Allison Williams] la fidanzata amorevole che tutti vorrebbero. Ma, una volta a destinazione, la ragazza sembra non percepire lo stesso mood negativo del ragazzo che si ritrova da solo ad indagare sugli strani comportamenti di Georgina e Walter, anacronistici servi di famiglia, mentre prova, come ogni buon genero, ad evitare problemi con dei suoceri eccentrici senza deludere né loro né la loro amata figlia. Ma per quanto Chris possa non volere problemi, saranno i problemi a trovare lui. E se l’unica sua speranza è Rod, il suo amico petulante, interpretato dallo spassoso Howery…

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E dire che nel viaggio verso casa dei suoceri, un incidente avrebbe potuto far presagire qualcosa. Probabilmente il personaggio di Chris non ha mai visto The invitation, dove l’aver investito un animale selvatico diventa allegoria della messa in pericolo della sua libertà, nonché della sua vita. La figura della vittima sacrificale non è l’unico nesso con il film di Karyn Kusama. Anche in Scappa – Get out l’ambiente principale è una villa di lusso, dove vivono le regole di una comunità chiusa dalla mente deviata e dove il protagonista dovrà lottare contro il proprio senso di colpa prima che per la propria vita.

Non mancano, poi, i riferimenti esterni e le allusioni colte con un Jesse Owens citato come rivale sportivo del nonno di Rose e il cotone che, da simbolo di schiavitù e frustrazione, assurge a possibile strumento di libertà e rivalsa.

Pur non considerandolo un film da vedere e rivedere, bisogna ammettere che Scappa – Get out di spunti di riflessione ne fornisce e il fatto che rappresenti solo il primo approccio del regista al genere horror, non può che far ben sperare per i lavori futuri. In questo caso Jordan Peele sembra essersi concentrato un po’ troppo sul sottotesto non curando abbastanza il mistero e rendendo troppo sbrigativa la resa dei conti finale. Giudizio sospeso, quindi, nell’attesa dei prossimi lavori.

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Il protagonista, Daniel Kaluuya, già tra gli interpreti di Kick-Ass 2 e Sicario, lo vedremo presto in Widows, diretto da Steve McQueen e in Black Panther, l’imminente nuovo fumetto Marvel trasposto per il cinema dal Ryan Coogler di Creed.

Personal shopper, di Olivier Assayas

Presentato al TIFF e al NY Film Festival e vincitore della Palma per la miglior regia a Cannes, nel 2016, Personal shopper, il nuovo film di Olivier Assayas, approda nelle sale italiane per l’annuale appuntamento con Rendez-vous, il festival che per la settima edizione dedica la propria programmazione al nuovo cinema francese. Il titolo, un po’ fuorviante, sembrerebbe preannunciare una sceneggiatura che abbia come fulcro la moda, con uno stile giocato sul dettaglio, colori sgargianti e un montaggio brioso e accattivante e invece si tratta di cinema autoriale, in linea con la giovane mashing up wave o corrente crossgenerica (cross-genre). Uno psychothriller mascherato da ghost movie e (tra)vestito da dramma intimista sulla moda? La grandezza del film sta proprio nel fornire elementi per riflettere senza prendere una posizione netta, in modo che anche il pubblico sia stimolato a ripensare tutto il percorso con occhi diversi. E al regista francese piace proprio far coincidere la fine del film con l’inizio di un possibile nuovo percorso per i suoi personaggi!

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Maureen [Kristen Stewart] lavora a Parigi come personal shopper di una celebrità. Ma Maureen è a Parigi soprattutto per un altro motivo: aspetta qualcosa. Suo fratello gemello, Lewis, è morto e lei, che ha la sua stessa malformazione cardiaca, aspetta da lui un segno. Infatti, i due sono sensitivi, in grado di stabilire contatti con quelle entità che rimangono bloccate in una dimensione intermedia fra la vita quotidiana e l’ultraterrena. Maureen e Lewis avevano stipulato un patto: qualora uno dei due fosse venuto a mancare, avrebbe fatto di tutto per aprire una porta e comunicare con l’altro. Ma i segni che Maureen ha colto sono davvero riconducibili al sovrannaturale? E l’utente sconosciuto che chatta con lei è reale o un’anima evoluta che ha facoltà di parlare attraverso un medium tecnologicamente avanzato come uno smartphone?

Personal shopper è un film sensuale che sa scavare nel profondo dell’animo umano. Intimo e cerebrale cinema di genere che ha bisogno di essere analizzato a ritroso. Il nuovo film di Olivier Assayas è un horror psicologico, un thriller soprannaturale, un dramma che ha l’intento di riflettere sulla realtà, la virtualità dei rapporti e l’inconsistenza spesso fuorviante delle aspettative, nonché sull’illusione dell’apparire senza aver ben strutturato l’essere. In somma, Personal shopper è una discesa negli inferi dell’animo umano, nel buio dell’anima immatura di una donna incompiuta che necessita di risposte per potersi liberare da quei pesi che non le permettono di emanciparsi ed affermarsi come individuo consapevole.

«Lewis, sei tu? O sono solo io?»

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Girato per le strade di Parigi 48 ore prima degli attacchi del 13 novembre 2016, Personal shopper porta sul grande schermo il ritratto di un personaggio alienato dalla realtà oggettiva, dedito all’ossessiva ricerca di prove tangibili di una fenomenologia multidimensionale. Un personaggio per buona parte frustrato, come lo spettatore, dall’attesa di un qualsiasi segno di vitalità da un’entità apatica, come la protagonista. Una frustrazione che trova il suo parallelo diegetico nel divieto tassativo per Maureen di provare i vestiti che deve comprare per la sua cliente.

«Non c’è desiderio senza proibizione»

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Allo stesso tempo, la ragazza è oggetto delle attenzioni di uno sconosciuto che la osserva e la ascolta senza che lei possa in alcun modo impedirlo. Un interlocutore celato nel buio come, del resto, il pubblico in sala.

«Tu non sei mio fratello!»

Kristen Stewart [Café Society, Billy Lynn – Un giorno da eroe, Equals, Still Alice] sembra incarnare alla perfezione questa figura quasi astratta, sempre a cavallo fra due dimensioni senza mai poter dimostrare una decisiva appartenenza ad uno dei due mondi. La sua Maureen, con lo sguardo quasi sempre perso in pensieri imperscrutabili, trascinato a forza nell’interazione con l’altro, vivo solo quando è dedito alle ossessioni, è l’espressione di una dialettica del vuoto: dapprima inteso come “vuoto a perdere”, come un nulla in cui smarrire anche sé stessi, poi gradualmente percepito come “vuoto a rendere”, positivo in quanto spazio da riempire che fa da contraltare all’immobilità di un’attesa potenzialmente eterna di un segno da un mondo altro.

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Il contrasto tra luci e ombre è ben rappresentato visivamente da tutto il settore tecnico-formale, ma soprattutto dalla fotografia d’autore di, che gioca molto con il controluce e che si fa veicolo anche delle altre forti contrapposizioni presenti nel testo filmico: il visibile contro l’invisibile, l’apparire e l’essere, la vita in stretto legame con la morte, il buio che si mostra attraverso la luce e viceversa, senza dimenticare l’immancabile dubbio amletico tra essere e non essere che, con le storie di fantasmi, si fonde benissimo.

Parafrasando Sils Maria, sempre di Assayas e ancora con la Stewart, «c’è molta più verità nei film di fantascienza o nei fantasy che in molti film impegnati. Questi film usano simboli e metafore, ma non lo fanno in maniera superficiale e, negli ultimi anni, hanno affrontato gli stessi argomenti ed esaminato gli stessi soggetti di cui sono oggetto i film che trattano esplicitamente di psicologia». L’elaborazione del lutto e l’emancipazione dei personaggi, attraverso un percorso di formazione che prevede la maturazione e/o l’affrancamento proprio da fardelli derivati da sensi di colpa, vedi Arrival o The neon demon, per citarne due su tutti.

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«Odio i film horror»

In Francia c’è ancora chi è disposto a correre dei rischi, autori che non si lasciano schiacciare dall’ansia di far divertire e far cassa a scapito della qualità o di ripetere all’infinito formule ampiamente sperimentate su strade battute talmente tanto da aver scavato un solco. Il rischio è che il solco diventi un baratro dal quale la cinematografia nazionale non riesca a ritirarsi su. In Italia il cinema di genere e d’autore non è morto, è solo nascosto dall’ombra del comico a tutti i costi. Tiriamolo fuori.

«Aspetto»

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The Bye Bye Man, di Stacy Title

È cosa nota e universalmente riconosciuta che trasferirsi in una casa nel bosco non è mai una buona idea, tanto più se la casa in questione è disabitata da anni e avvolta in oscuri misteri. Eppure questo non è bastato per dissuadere Elliot, Sasha e John dal prendere possesso della casa più inquietante d’America, e dal restarci nonostante ci siano tutti, ma proprio tutti gli indizi che una forza maligna regna tra quelle mura scricchiolanti e non vede l’ora di scatenare l’inferno. All’inizio erano solo incubi, porte che si aprivano e richiudevano da sole e oggetti che cambiavano di posto, ma poi la forza diventa sempre più forte, si ciba della paura dei ragazzi ed entra nelle loro vite per distruggerle per sempre.

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Per farlo gli basta il suo nome “Bye Bye Man”, la parola magica che scatena l’istinto omicida in chiunque la pensi o la pronunci. Non si può scappare da Bye Bye Man. Lui vive nei meandri più oscuri della mente con il suo cane famelico, si nasconde nell’ombra e salta fuori solo quando il misfatto è stato compiuto. Si ciba di morte, e vive in eterno facendo passare il suo nome di bocca in bocca. Non c’è modo di annientarlo se non “Non dirlo e non pensarlo”, ma basta sentirlo anche una sola volta per non liberarsene mai più, così come accade con qualcosa di cui si ha molta paura, che ritorna ossessivamente in testa quanto più ci si sforza di non pensarla.

Douglas Smith in THE BYE BYE MAN

Questo è il mantra che accompagna tutto il film, la parola magica in grado di trasformare gli incubi in realtà, e che può colpire chiunque, dalle menti più brillanti a quelle più inconsapevoli, da quelle più sensibili al mondo dell’occulto a quelle più aliene a queste situazioni. Non c’è un antidoto, non basta la furbizia, ed è proprio questo senso di impotenza rispetto al male a generare l’orrore nel film di Stacy Title. Forse molti non sanno che il film si ispira a fatti di cronaca realmente accaduti, a inspiegabili omicidi familiari eseguiti da persone completamente normali, travolte per un istante da una follia inspiegabile. The Bye Bye Man diventa così la figura iconica responsabile della follia omicida, la mano invisibile dietro l’orrore umano.

Leigh Whannell in THE BYE BYE MAN

Eppure dare un volto alla follia non basta per fare un buon film, né tantomeno saccheggiare la cinematografia di genere in cerca di situazioni inevitabilmente sovrapponibili alla vicenda narrata, sforzandosi di ricalcare la figura del boogeyman  in una forma nuova. Stacy Title sfiora il bersaglio pur avendo tra le mani uno spunto potenzialmente vincente, per il solo gusto di attardarsi in una serie infinita di cliché, che depotenziano la pellicola della suspense che avrebbe tenuto gli spettatori all’erta fino alla fine. Un’occasione sprecata per uno specialista del genere che avrebbe potuto realizzare qualcosa di davvero innovativo.

La cura del benessere, di Gore Verbinski

“Ciò che offriamo qui è un semplice processo di purificazione lontano dal logorio del mondo moderno”

Manca l’aria, l’acqua riempie i polmoni e spezza il respiro, fino a che il cuore non si ferma. È questa La cura del benessere immaginata da Gore Verbinski, che risponde allo stress della quotidianità con la fuga su una montagna incantata stretta tra le Alpi, che promette trattamenti miracolosi e il segreto della felicità. Non è un caso che nessuno faccia mai  ritorno dalla clinica del benessere più popolare tra i colossi di Wall Street. Pembroke (Harry Groener) è uno di loro, l’amministratore delegato di una grande azienda che, stanco di dibattersi tra riunioni e grattacapi, ha deciso di rifugiarsi in un luogo idilliaco, che cura il corpo e la mente. Sta a Lockhart (Dane DeHaan), un ambizioso giovane broker, partire alla volta della clinica per riportare Pembroke alla realtà.

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Sin dalla prima occhiata la clinica sembra un luogo sospeso in una dimensione in cui il tempo si è fermato, talmente lontana dal mondo reale da sconfinare nel sogno. Quando il ragazzo giunge all’istituto scopre con sua grande sorpresa che i pazienti in cura sono tutti felici del luogo in cui si trovano, ma stranamente i trattamenti miracolosi a cui si stanno sottoponendo li fanno stare sempre peggio. I pazienti, rinchiusi in un isolamento volontario, sembrano inconsapevoli di quello che sta accadendo, così spetta a Lockhart far luce sulla vera natura della clinica, accompagnato dall’eterea Hannah (Mia Goth), una creatura a metà tra donna e bambina, che vaga per la clinica come un’ombra impalpabile, ignara anche lei del destino che la aspetta e della terribile verità che si cela tra quelle mura.

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La prima cosa che colpisce nel film di Verbinski è la luce fredda che ricopre tutta la pellicola, e che tanto ricorda il suo The Ring, ma qui l’orrore viene portato su un piano altro, surreale più che tangibile. Al punto che tutto il film sembra girato sott’acqua, in una dimensione in cui l’orrore è generato dall’inquietudine, più che dal sangue, dalla sensazione costante di dover trattenere il respiro più a lungo possibile per poter sopravvivere. Uno stato di ansia perenne serpeggia nella mente come un mostro marino, stringe il cervello e annebbia i pensieri in attesa del disvelamento finale. Ed è proprio nella capacità di trasmettere l’inquietudine con collage di immagini apparentemente slegate, ma fortemente connesse, che Verbinski trova il codice narrativo che gli permette di esprimersi al meglio delle sue possibilità.

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Bilanciando il bianco e il nero in una tavolozza torbida in cui la paura striscia lenta e inesorabile  fino all’epifania finale, Verbinski riesce a oggettivare questa sensazione nell’immagine al suo stato puro, in cui la realtà si mescola alle visioni in maniera così preponderante che è impossibile scindere ciò che è vero da ciò che non lo è. Ma per quanto il suo esperimento cinematografico possa sembrare sconcertante, nasconde una potenza espressiva che raramente si incontra e che vale la pena di essere goduta fino all’ultimo istante, trattenendo sempre il respiro.

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