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The Ring 3, di F. Javier Gutiérrez

Sette giorni. Il telefono squilla e poi è la fine. Non c’è un luogo abbastanza lontano in cui scappare, Samara ti troverà e ti ucciderà senza pietà. E poco importa se le videocassette non sono più di moda, Samara sa adeguarsi alle nuove tecnologie ed è disposta a tutto pur di consumare la sua vendetta. Sono passati molti anni da quando la ragazzina con il viso coperto da lunghi capelli neri e il corpo in costante decomposizione è stata sputata fuori dall’ultimo televisore a tubo catodico, e da allora non si è più sentito parlare di lei, ma la sua fame di sangue non si è placata e il misterioso video che invia alle sue vittime continua a fare il giro del mondo, in formato digitale però.  Ed ecco servito The Ring 3, terzo capitolo della saga iniziata nel 1998 dal regista giapponese Hideo Nakata, e poi esportata negli USA con il remake del 2002 diretto da Gore Verbinski, e il sequel del 2005 dello stesso Nakata, che hanno trasformato Samara in una vera e propria icona del cinema horror.

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Questa volta il video della morte capita nelle mani del professor Gabriel Brown (Johnny Galecki), che ne diventa a dir poco ossessionato, al punto da farlo diventare materia del suo corso di studi pur di comprendere la natura di quelle immagini inquietanti. Il video viene visto da decine di studenti e le tragiche conseguenze del folle gesto del professore non si fanno attendere. Quando Holt, uno dei suoi studenti migliori, scompare misteriosamente, Julia, la sua fidanzata inizia a cercarlo disperatamente e, dopo aver scoperto la terribile storia legata al video, si mette sulle tracce di Samara, o di ciò che ne rimane dopo la sua morte, per liberare la sua anima tormentata dalla maledizione. Come Orfeo si getta nelle fauci dell’inferno per salvare Euridice, così Julia è disposta a tutto pur di salvare Holt, persino ad entrare nell’inferno personale di Samara e della donna che l’ha data alla luce. Ma si sa, chi si immischia nelle questioni del demonio non ne esce mai illeso, e anche Julia finisce per portare a casa le ferite oscure della sua battaglia.

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Ma perché F. Javier Gutiérrez ha aperto una tomba chiusa da tempo per riportare in vita un demone obsoleto come Samara? Certo, il secondo capitolo della saga apriva la strada a nuovi e inquietanti sviluppi, ma è anche vero che tra remake, prequel e sequel la storia di Samara è già stata sviscerata in abbondanza e anche il video killer, che nel primo film rappresentava una spaventosa novità, ormai ha smesso di far paura, diventando quasi un tormentone. Al punto che rivederlo, più che un sano orrore, riesce a suscitare quasi la piacevole sensazione di incontrare un vecchio amico, perso di vista da tempo. E per quanto Gutiérrez si sforzi di andare la storia nota a tutti e introdurre elementi nuovi nella vicenda, rimane inevitabilmente intrappolato tra le grinfie di un mostro che non ha più nulla da raccontare, e che forse sarebbe stato meglio lasciare al suo riposo eterno.

Resident Evil: The final chapter, di Paul W. S. Anderson

Resident Evil: The final chapter, sequel naturale di Resident Evil: Retribution (2012), è il sesto ed ultimo capitolo (ma non ci giurerei! una serie-tv potremmo aspettarcela) della saga sci-fi/horror Resident Evil, realizzata come adattamento cinematografico della riuscitissima serie omonima di survival game targata Capcom.

«A volte penso che la mia vita sia stata questo: correre, uccidere…»

L’abbiamo conosciuta ed apprezzata nel 2002, quando Alice [Milla Jovovich] si svegliava in un mondo reso l’inferno in Terra dagli esperimenti della Umbrella Corporation, priva di memoria in un vano doccia, coperta dalla sola tendina, forse divelta nella caduta. Tralasciando quanto abbiamo odiato quella dannata tenda da doccia, già antiestetica e fastidiosa per sua natura, è stata una gradita sorpresa scoprire, in seguito ad una maratona dettata da un’auspicabile onestà di giudizio, quanto la coerenza narrativa sia stata curata nel minimo particolare e come ogni nodo giunga al pettine, in un finale che ha forse l’unica pecca di arrivare tardi e quindi carico di doverose aspettative, un po’ deluse dalla maniera un po’ sbrigativa con cui è stato liquidato il problema del virus apocalittico.

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La resa dei conti è a Raccoon City, il luogo dove tutto ha avuto inizio, il luogo dove tutto finirà, in un modo o nell’altro. E sarà anche l’ultima tappa evolutiva della protagonista, il cosiddetto Progetto Alice. Da donna senza passato risvegliatasi in un mondo senza futuro a semidea madre dotata di poteri ESP, fino a diventare l’ultimo baluardo di un’umanità tradita da chi l’avrebbe dovuta difendere, l’Umbrella Corporation, e che invece ha ibernato la classe dirigente in modernissime bare da vampiri d’altri tempi (Lifeforce di Tobe Hooper, conosciuto in Italia come Space vampires, è un chiaro riferimento), lasciando che siano le classi meno abbienti ad estinguersi, come fossero le uniche depositarie di un Male ancestrale, da estirpare nella maniera più lenta e spettacolare possibile tra non-morti affamati, lickers, cerberi, orrendi draghi volanti (ispirati dai jabberwock carrolliani?) e tutto quanto la Capcom abbia mai ideato per il divertimento di milioni di survival gamers in tutto il mondo in più di vent’anni.

«Dieci anni fa, nell’Alveare, abbiamo fallito entrambe. È tempo di rimediare a quel nostro errore!»

I non troppo velati rimandi al romanzo di Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie e Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò continuano nell’estenuante corsa contro il tempo dell’ormai iconico personaggio di Milla, guidata dall’intelligenza artificiale chiamata Regina Rossa [interpretata da Ever Gabo Anderson, figlia della Jovovich e del regista, al suo esordio assoluto], di nuovo sottoterra, tra metamorfosi, inganni, strategie e tradimenti.

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Non mancano, in tutto il percorso narrativo, elementi che fanno riferimento anche ad altri romanzi di formazione, ricchi di simbologie e sottotesti filosofici, come il Frankenstein di Mary Shelley o il Pinocchio di Collodi, che si perdono nella fitta rete di richiami alle vicende videoludiche, che vanno dalla maniacale ricostruzione degli ambienti alla realizzazione delle stesse indimenticabili inquadrature che hanno rappresentato la cifra stilistica del brand: l’orrido pasto di zombie famelici in branco, visto attraverso un crane all’indietro, per fornire un esempio concreto. «Abbiamo dipinto tutte le rocce di nero per rendere il set [in Sudafrica] più cupo e inquietante», lo stesso metodo utilizzato da Michael Mann per La fortezza, ha dichiarato soddisfatto Paul W. S. Anderson, regista di un terzo dei Resident Evil, ma sceneggiatore anche di Apocalypse e Afterlife che, dopo aver diretto questo The final chapter, si cimenterà ancora con la trasposizione cinematografica di un brand Capcom: Monster hunter, un quest game di ambientazione fantasy in cui i protagonisti vanno a caccia di mostri.

La conclusione legittima di quella che si potrebbe definire la Chanson de Alice si svolge in una sorta di labirinto del Minotauro che cita in parte Cube e in parte Saw e che metterà tutti d’accordo almeno su un fatto importante: Milla Jovovich, classe 1975, vale da sola il prezzo del biglietto, come al solito, se non altro per vederla nelle vesti di un nuovo personaggio, una sorpresa che non si può svelare neanche sotto tortura.

«Ecco, la trinità delle puttane unita nell’odio!»

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Attesissimo in Giappone, dove è stato uno dei titoli di punta del periodo natalizio, The final chapter è stato distribuito negli Stati Uniti anche nei formati 3D e IMAX 3D e ha già incassato 135.000.000 $ in tutto il mondo.

Tridimensionalità, ecco, parliamone!

Giustamente, mettendosi nei panni dei produttori, perché privarsene? Resident Evil è sempre stato al passo con i tempi, si è saputo adattare, adeguare, migliorare, in una parola evolvere. Quindi ci si chiede perché non realizzare un film con un 3D nativo (cioè girato fin da subito con questa tecnica) e sfruttare invece l’alta definizione di ripresa 2D fornita dalla simbiosi tra lenti Zeiss Ultra Prime e Red Epic Dragon camera per poi operare una sempre poco apprezzabile conversione 3D a posteriori. Scelte che poi si sposano ancora peggio con la visione in sala attraverso occhialetti privi di sensore di ultima generazione che costringono a posizioni da contorsionista per permettere allo spettacolo tridimensionale di avere l’effetto desiderato. Provare per credere: scivolare giù sulla poltrona cercando di allineare il limite inferiore delle lenti alla linea dello schienale della fila davanti, ovviamente libera da ostacoli.

Il film è dedicato alla memoria dello stuntman Ricardo Cornelius, morto in un incidente durante le riprese in Sudafrica, che sono costate anche un braccio a Olivia Jackson, principale controfigura di Milla Jovovich. Una nota dolente che si va ad aggiungere alla dubbiosa comparsa di un importante oggetto di scena proprio alla fine: come fa a star lì? Chi ce l’ha portato? Di certo non l’ologramma della Regina Rossa…che alla fine degli end credits saluta il pubblico alla sua maniera!

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Split, di M. Night Shyamalan

La mente umana è come un palazzo dalle innumerevoli stanze, alcune sono illuminate e accessibili a tutti, altre invece buie, nascoste, che si aprono solo in circostanze particolari, altre ancora invece restano chiuse per sempre. La mente di Kevin (James McAvoy) è in grado di aprirle tutte, una per volta o tutte insieme, e di spingersi negli anfratti più oscuri della sua coscienza, fino al punto di scoprire dentro di sè la presenza di 23 personalità diverse.

Clinicamente la sua straordinaria capacità di definisce Disturbo Dissociativo dell’Identità e chi ne soffre è in grado di sviluppare un numero infinito di identità diverse, ognuna indipendente e autosufficiente dalle altre, anche di sesso, età e personalità diverse. E se già questo sembra incredibile, l’aspetto più portentoso di questo disturbo è che anche il corpo asseconda le diverse personalità, modellandosi sul personaggio che interpreta, malattie e disturbi compresi. Ma che succede se una delle personalità crede di avere dei poteri soprannaturali?

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Dopo aver rapito tre ragazze adolescenti, e averle rinchiuse nel sotterraneo della sua abitazione, Kevin inizia una guerra per la sopravvivenza nella sua mente tra tutte le personalità che convivono in lui, cercando ossessivamente la personalità più forte, quella invincibile, quella che non teme niente e nessuno e ha il potere di distruggere chiunque si metta sul suo cammino: la bestia. Ma mentre Kevin combatte la sua battaglia interiore, le tre ragazze guidate da Casey (Anya Taylor-Joy) lottano per sopravvivere in condizioni disumane, torturate, violentate e letteralmente divorate da questi mostro dai 23 volti.

Il personaggio di Kevin è di sicuro il personaggio più complesso che M. Night Shyamalan abbia mai scritto, perché ne racchiude diversi, talvolta anche nella stessa scena, ma ciò nonostante le personalità di Kevin non appaiono come caricature, ma come personaggi veri e propri, costruiti ognuno con una propria fisicità e con un temperamento diverso. Ma oltre che di Shyamalan, gran parte del merito è dello straordinario James McAvoy, che qui da il meglio di se stesso, affrontando una delle sfide più dure della sua carriera. Oltre a incarnare 23 personaggi diversi, l’attore mette in scena una guerra interiore senza precedenti, lasciando nelle mani dei suoi personaggi l’intero sviluppo della narrazione.

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Dopo il successo dello scorso anno con The Visit, Shyamalan fa nuovamente squadra con il produttore Jason Blum per creare un thriller a basso budget, con un cast che vede in scena solo una manciata di attori e ambientato in uno spazio angusto, ma che è in grado di  dare avvio a un misterioso viaggio nella psiche turbata e frammentata della mente estremamente dotata, ma profondamente sofferente di Kevin. Tutto ruota attorno a lui, alla rabbia che cova dentro per i torti subiti e al desiderio di vendetta verso tutti coloro che hanno avuto una vita serena, ed è nei labirinti della sua mente che Split inizia e finisce, come un serpente che si morde la coda, dopo essersi dibattuto nell’orrore della vita. Ed è così, tornando a indagare l’essere umano che Shymalan riscopre l’orrore, rimanendo più ancorato alla realtà rispetto al passato, per lasciare l’elemento soprannaturale nel gran finale.

Zombie massacre saga, di Luca Boni e Marco Ristori in DVD

Uno Z-Movie, anzi due. “Zeta” per “zombie”? Se proprio dovete, sì. Ma più che altro con la lettera Z si classifica l’ultimo stadio del cinema, i peggiori film della storia, che però hanno ottenuto quantomeno di essere visti per qualche motivo. I registi di Zombie Massacre e Zombie Massacre 2: Reich of the dead, i due lungometraggi che compongono la saga riunita da Koch Media Entertainment nel cofanetto limited edition della collana Midnight Factory, ne sono consapevoli e ne danno piena prova nella loro esilarante intervista che si trova tra gli extra del secondo film.

«Aspettiamoci il peggio!».

Con l’occasione, appare necessaria una piccola escursione nei meandri della classificazione cinematografica. Per B-movie, o film di serie B, si indica solitamente un film a basso costo o di dubbia qualità, di qualunque genere o sottogenere. Nella recensione del cofanetto Amer/Lacrime di sangue abbiamo accennato all’espediente del doppio spettacolo e questa pratica è legata proprio a questo livello di qualità dei film, nato negli anni trenta negli Stati Uniti per contrastare il calo di spettatori nelle sale. Pagando un solo biglietto si poteva vedere un film in più ma questo portava ad una certa celerità nella realizzazione e ad una durata inferiore ai settanta minuti. Soprattutto western e noir inizialmente, poi anche fantascienza e orrore, girati in pochi giorni e sfruttando scenografie e costumi di altri film ben più costosi. Roger Corman ne è stato un maestro e i suoi tantissimi film un campione rappresentativo di tutti i generi, tanto da scrivere un interessante libro sull’argomento Come ho fatto cento film a Hollywood senza mai perdere un dollaro.

Curioso che ancora non si sia riusciti a scoprire l’origine del nome, o meglio, della “B”. Secondo alcuni viene da “Bottom of the Bill” perché il loro titolo era scritto in fondo al manifesto del film che accompagnavano al doppio spettacolo; secondo altri invece viene da “Bread and Butter” cioè film girati per guadagnare il pane, per vivere, che equivarrebbe al romanesco “tanto pe’ campà”. Il termine è poi assurto a classificare le pellicole girate in fretta, senza particolari pretese. Questo però non vuol dire sempre e solo scarsa qualità. Lo stesso Corman ha realizzato in questo contesto il tanto acclamato ciclo di film tratti dai racconti Edgar Allan Poe, diventati dei classici ormai cult-movie.

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Con il termine Z-movie, invece, s’intende il cosiddetto cinema trash, il “cinema spazzatura”, ovvero quei film realizzati con costi e con qualità inferiore rispetto addirittura ai film di serie B. Da non confondere con i generi exploitation, kitsch e camp.

Lo scrittore Tommaso Labranca ritiene che siano cinque le caratteristiche riscontrabili nel genere trash: l’estrema libertà d’espressione, il “massimalismo”, cioè seguire un modello senza preoccuparsi di imitarlo alla lettera, l’emulazione fallita dei modelli di riferimento, la contaminatio tra i generi, l’indifferenza nei confronti delle incongruenze nella trama.

Il termine Z-movie nasce nella metà degli anni sessanta, quindi, per definire proprio questo tipo di film di infima qualità, senza ombra di dubbio, con standard qualitativi e tecnici inferiori rispetto alla maggior parte dei film di serie B, o di una eventuale serie C, e neanche lontanamente paragonabili al cinema di alto livello. Wikipedia sentenzia che «Nonostante i film di serie B abbiano una trama mediocre e un cast composto da attori prevalentemente sconosciuti o alla loro prima esperienza cinematografica, spesso hanno una illuminazione, un montaggio e una regia fatte in modo adeguato, mentre i film di serie C, pur presentando uno scarso budget, sono generalmente prodotti per l’industria cinematografica commerciale e quindi tendono a rispettare determinate norme di produzione. I film trash, a differenza dei precedenti, spesso non sono prodotti a fini commerciali e spesso sono realizzati con un budget molto limitato. Il primo uso del termine “grade-z movie” (che all’epoca non aveva il significato dispregiativo odierno) si trova nella recensione giornalistica scritta nel gennaio 1965 dal critico Kevin Thomas sul film La tomba di Ligeia (1964), un film dell’American International Pictures diretto da Roger Corman. Il regista Ed Wood è spesso ritenuto il creatore per antonomasia dei film trash, talvolta definito come il “peggior regista nella storia del cinema”. Con la popolarità di mezzi come YouTube, i film a basso costo stanno avendo una rinascita: tra i tanti esempi merita una citazione Melonheads, in origine pubblicato su YouTube, ha ottenuto successo dopo esser stato descritto in un articolo su cracked.com».

IL DVD

ZOMBIE MASSACRE

«Lasciate ogni speranza, o voi che entrate!».

Un’arma batteriologica, sviluppata dagli Stati Uniti per creare un super soldato, si diffonde nell’aria colpendo una piccola e tranquilla città nell’est europeo. Tutti i cittadini della città vengono infettati da questa arma e si trasformano in zombie.

Il piano per salvaguardare l’umanità è portare una bomba atomica nella centrale nucleare della città e fingere un incidente terribile per eliminare il problema. Nessuno deve sapere la verità e per ottenere questo viene ingaggiato un commando di mercenari. La battaglia sarà accesa e orde di mostri e creature si scaglieranno contro questo gruppo di uomini coraggiosi.

REGIA: Luca Boni, Marco Ristori INTERPRETI: Christian Boeving, Mike Mitchell, Tara Cardinal, Jon Campling, Carl Wharton, Daniel Vivian, Nathalia Henao, Gerry Shanahan, Ivy Corbin, Michael Segal, Uwe Boll, David White TITOLO ORIGINALE: Zombie Massacre (UK DVD title: Apocalypse Z) GENERE: trash, horror DURATA: 87′ ORIGINE: Italia – USA – Germania – Canada, 2013 LINGUE: Italiano 5.1 DTS-HD Master Audio, Inglese 5.1 DTS-HD Master Audio SOTTOTITOLI: Italiano per non udenti EXTRA: Trailer – Teaser – Superfreak – The making of Zombie Massacre– Photogallery – Storyboard comparison – Join the massacre – The making of teaser – Foley sound effects DISTRIBUZIONE: Koch Media COLLANA: Midnight Factory

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Saccheggiando flebili ombre di personaggi da I Mercenari, da 1997: fuga da New York o da Aeon flux, ingegnando trovate sceniche grossolane o dialoghi improponibili e lunghissimi anche per una rimpatriata di opossum ubriachi, e interrogandosi su come si possa ancora usare una bomba atomica come rimedio ad un contagio di zombie e pensare di sopravvivere alle conseguenze della devastazione a bordo di un’auto d’epoca decappottabile, il film scorre mentre lo spettatore solitario conta i minuti interminabili che lo separano dalla parola “fine”. Per non parlare dei dialoghi pseudotarantiniani, che echeggiano luoghi comuni, superficialmente giustapposti su una masnada di personaggi, che appaiono da subito come le grossolane caricature dei loro modelli di riferimento. A gettare benzina sul fuoco contribuiscono poi cartelli segnaletici nuovi di zecca, divise militari pulite e inamidate, jeep appena uscite dal concessionario, fucili lucidi, visi curatissimi e mai sudati, anche quelli di chi, in visibile sovrappeso, corre carico di zavorre, uffici segreti spogli ma appena spolverati, bagliori fissi su chi osserva monitor di sorveglianza, uccisioni di zombie al limite del ridicolo, un mostro-boss di fine livello che cita il Toxic Avenger della Throma, un bazooka senza rinculo equipaggiato con missili dallaa stranissima balistica e combattimenti in spazi angusti che rendono inadatte le katane della nippoirlandese, già nettamente fuoriposto. Il consiglio è di vederlo con gli amici, accompagnandolo con birra e stuzzichini, per prenderla in maniera goliardica e divertirsi, come si sono divertiti i realizzatori, Luca Boni e Marco Ristori. Per veri appassionati del genere trash, non per tutti.

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Durante la Seconda Guerra Mondiale, una squadra di coraggiosi militari americani dovrá combattere un’orda di famelici zombie creati dai nazisti utilizzando i prigionieri di guerra incarcerati nei campi di concentramento. Avranno soltanto una notte per salvare le proprie vite e combattere nemici che diventano sempre più forti…

«Giuro che non ho mai sentito parlare tanto in vita mia!».

REGIA: Luca Boni, Marco Ristori INTERPRETI: Andrew Harwood Mills, Dan van Husen, Aaron Stielstra, Ally McClelland, Michael Segal, Lucy Drive, Marco Ristori, Luca Boni TITOLO ORIGINALE: Zombie Massacre 2: Reich of the Dead GENERE: trash, horror DURATA: 80′ ORIGINE: Canada – Italia, 2015 LINGUE: Italiano 5.1 DTS, Italiano 5.1 Dolby Digital, Inglese 5.1 Dolby Digital SOTTOTITOLI: Italiano EXTRA: Trailer – Backstage (44’ circa) – Credits DISTRIBUZIONE: Koch Media COLLANA: Midnight Factory

Il produttore Uwe Boll ha fortemente voluto il seguito di Zombie Massacre. Probabilmente solo lui. Ma nonostante le molte incongruenze, questo film scorre un po’ meglio del primo, pur rimanendo vedibile solo per veri appassionati del trash.

«La vera domanda è “perché?”».

Midnight Factory è una nuova collana di classici contemporanei di cinema horror, thriller e fantasy mondiale. La serie si propone di portare in Italia il meglio della produzione internazionale del genere: film inediti, indipendenti, dei grandi maestri, delle giovani promesse, classici del passato, pellicole bizzarre ed estreme, piccole chicche e sequel di successi conclamati che si mescoleranno insieme secondo il comune denominatore della qualità” [cfr. booklet interno].

Con la selezione della saga Zombie Massacre, Midnight Factory ha voluto legare il suo nome anche al genere trash e non poteva che scegliere il meglio, solo che il meglio del peggio è un peggio all’ennesima potenza e quindi si va veramente a toccare il fondo, anche se l’ultimo Dario Argento ci ha spinto sempre più verso nuovi orizzonti nello scavare verso l’inferno del cinema.

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Zombie Massacre Saga può quindi avvalersi di un’edizione DVD a tiratura limitata, doppio disco, di prestigio con packaging versione slip case, ovvero una classica custodia amaray all’interno di un involucro di cartone con apertura laterale. Audio multicanale sia in DTS sia in Dolby Digital, altamente consigliato se si vogliono vivere appieno tutte le emozioni ricreate dai registi. Il formato video, uno spettacolare anamorphic widescreen, secondo il rapporto 2.35:1 per il primo film e 2.40:1 per il seguito, esalta ai massimi livelli il trucco, perla da salvare dal trogolo, opera di Carlo Diamantini, uno dei realizzatori degli effetti de Il racconto dei racconti. Tra gli extra c’è da segnalare l’esilarante backstage/intervista dei due registi, che sono davvero autoironici e simpaticissimi, consci di aver creato un piccolo “caso” commerciale partendo da sottozero.

Il film è vietato ai minori di 14 anni, perché le risate, se incontrollate, potrebbero crear danni irreparabili al cervello e dimenticarsi delle preoccupazioni per vivere spensieratamente, con leggerezza la vita di tutti i giorni. Consigliato per una serata con amici a sbudellarsi di risate, sparando commenti esilaranti a raffica in stile Gialappa’s Band. Godetevela goliardicamente! Ma non esagerate con le saghe!

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Amer / Lacrime di sangue in DVD

Fine anno, tempo di bilanci. Una delle proposte più interessanti dell’anno è di Koch Media: due film particolari, con sequenze dal sapore sperimentale che generano emozioni paragonabili a quelle generate dalle installazioni multimediali tanto di moda nei musei di arte contemporanea che sostengono le avanguardie. Amer [“amaro”] e Lacrime di sangue [L’étrange couleur des larmes de ton corps], dei registi Hélène Cattet e Bruno Forzani, sono presentati in un unico cofanetto, disponibile in limited edition sia in Blu Ray sia in Dvd con booklet.

In verità, il doppio spettacolo, per il cinema delle grindhouse, significava film d’exploitation, di vario genere e non si trattava mai, tranne rare eccezioni, di pellicole particolarmente significative dal punto vista tecnico-formale da essere ritenute d’autore. In quel caso, la possibilità di usufruire di un intrattenimento economico e prolungato metteva a tacere una qualsiasi critica negativa, che sarebbe comunque stata stemperata dagli intermezzi burlesque o dai risvolti smaccatamente voyeuristici dei film stessi.

Nel caso in questione, si tratta di due film di pari livello, Amer e Lacrime di sangue, frutto di una ben ponderata operazione nostalgia, un revival che allo stesso tempo diventa volàno di aperture verso gli orizzonti che solo chi sperimenta cinema d’avanguardia conosce, e mai fino in fondo.

Di origini francesi ma residenti a Bruxelles, la coppia Cattet-Forzani, sul set come nella vita, ha realizzato numerosi cortometraggi horror, tra cui l’episodio O is for Orgasm dell’antologia The ABCs of Death, prima di esordire con il loro primo lungometraggio che è un dichiarato omaggio al giallo all’italiana degli anni ’70, rivisitato nella sua forma più estremamente psichedelica, con inserti onirici, atemporali, flashback e flashforward, suggestioni visive e musicali, senza dimenticare il capostipite Mario Bava e il suo Sei donne per l’assassino, il sofisticato Amer.

Il film racconta la vita di Ana e della sua naturale curiosità per l’ignoto, e si divide in tre parti – infanzia, adolescenza e maturità – nettamente separate l’una dall’altra dalla trasformazione che il corpo della donna subisce come quella che ha reso famosi i protagonisti de L’ululato o di Un lupo mannaro americano a Londra.

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Dario Argento non viene evocato per ciò che ha fatto, ma per ciò che avrebbe potuto fare” [cfr. booklet interno] e i registi ne mutuano le tecniche di ripresa e formali, per poi andare verso una strada che racconta una storia semplice ad una prima lettura, ma dalla quale preferiscono distaccarsene per tessere una fitta trama di emozioni: i raccordi sull’asse; i carrelli a spirale; le caleidoscopiche sovrapposizioni delle inquadrature; la ricerca spasmodica del perturbante; l’ossessione per i dettagli, soprattutto per gli occhi, citazione più che altro di Luis Buñuel; l’importanza della fotografia, giocata su un cromatismo ragionato di luci e colori, che sostiene e guida psicologicamente lo spettatore, come accadeva in Suspiria e Tenebrae; il whodunit; il senso di avulsione dalla realtà che circonda i protagonisti; la rarefazione dei dialoghi; infine, last but no least è proprio il caso di dire, la colonna sonora, rigorosamente italiana, profondamente caratterizzante, retaggio proprio di quel cinema – con partiture e canzoni di Bruno Nicolai, Stelvio Cipriani, Nico Fidenco, Adriano Celentano e il maestro Ennio Morricone –, una  musica allucinante, che si avvale anche dei rumori diegetici amplificati.

IL DVD

REGIA: Hélène Cattet, Bruno Forzani INTERPRETI: Cassandra Forêt, Charlotte Eugène Guibeaud, Marie Bos, Delphine Brual, Harry Cleven, Bianca Maria D’Amato, Bernard Marbaix, Jean-Michel Vovk TITOLO ORIGINALE: Amer GENERE: thriller, crime DURATA: 87′ ORIGINE: Francia – Belgio, 2009 LINGUE: Italiano 5.1 DTS, Italiano 5.1 Dolby Digital, Inglese 5.1 Dolby Digital SOTTOTITOLI: Italiano EXTRA: Trailer – Ana DISTRIBUZIONE: Koch Media COLLANA: Midnight Factory

 

REGIA: Hélène Cattet, Bruno Forzani INTERPRETI: Klaus Tange, Anna D’Annunzio, Jean-Michel Vovk, Sam Louwyck, Ursula Bedena, Joe Koener, Birgit Yew, Hans De Munter, Manon Beuchot, Romain Roll, Lolita Oosterlynck TITOLO ORIGINALE: L’étrange couleur des larmes de ton corps GENERE: thriller, crime DURATA: 97′ ORIGINE: Belgio – Francia – Lussemburgo, 2013 LINGUE: Italiano 5.1 DTS, Italiano 5.1 Dolby Digital, Inglese 5.1 Dolby Digital SOTTOTITOLI: Italiano EXTRA: Trailer – La fine de notre amour DISTRIBUZIONE: Koch Media COLLANA: Midnight Factory

«I racconti polizieschi razionalistici possono essere rappresentati come edifici a tre piani. La ragione, al primo piano, pone un problema o enigma; al secondo piano, propende a trasformare l’enigma incomprensibile in enigma incredibile e di conseguenza, in Mistero; poiché l’enigma appare senza soluzione, al terzo piano, dissolve il mistero e risolve il problema» così insegna Maxime Chastaing ne La casa del delitto) e sembra che i registi Cattet-Forzani ne abbiano tratto ispirazione per il loro secondo lungometraggio, Lacrime di sangue, che è un vero e proprio giallo deduttivo, definito anche giallo classico, giallo ad enigma o più raramente whodunit, contrazione dell’espressione Who has done it? [“Chi l’ha fatto?”], rappresenta il tipo più tradizionale del giallo: un investigatore deve scoprire l’autore di un delitto in base a indizi più o meno nascosti e fuorvianti, generalmente all’interno di una ristretta cerchia di personaggi. Un classico di questo sotto-genere è il cosiddetto enigma della camera chiusa, cioè un giallo in cui la vittima viene trovata uccisa in un contesto “impossibile”, ad esempio all’interno di un ambiente apparentemente sigillato dall’interno. In Lacrime di sangue accade proprio qualcosa di simile:

Una donna sparisce improvvisamente da un appartamento chiuso dall’interno. Suo marito indaga con dedizione all’interno del condominio in stile art nouveau. Ma nei meandri della mente umana possono nascondersi angoli bui più intricati di qualsiasi labirinto.

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«Lacrime di sangue è il passo ancora oltre Amer». La ripresa ed il superamento delle medesime tecniche e tematiche precedenti, ma esasperate da virtuosismi tecnici e da una trama fortemente visionaria, fino all’iperbolico ed enigmatico epilogo. Il punto di riferimento è sempre il Dario Argento, ormai perduto, della cosiddetta Trilogia degli animali, senza dimenticare gli insegnamenti allucinati di David Lynch e giocando con il decalogo di Ronald Knox che regola ancora oggi, in parte, la narrazione investigativa.

Midnight Factory è una nuova collana di classici contemporanei di cinema horror, thriller e fantasy mondiale. La serie si propone di portare in Italia il meglio della produzione internazionale del genere: film inediti, indipendenti, dei grandi maestri, delle giovani promesse, classici del passato, pellicole bizzarre ed estreme, piccole chicche e sequel di successi conclamati che si mescoleranno insieme secondo il comune denominatore della qualità” [cfr. booklet interno].

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Nel caso del cofanetto che include Amer e Lacrime di sangue, non servono ulteriori spiegazioni per giustificare l’edizione DVD a tiratura limitata, doppio disco, di prestigio con packaging versione slip case, ovvero una classica custodia amaray all’interno di un involucro di cartone con apertura laterale. Audio multicanale sia in DTS sia in Dolby Digital, altamente consigliato se si vogliono vivere appieno tutte le emozioni ricreate dai registi. Il formato video, uno spettacolare anamorphic widescreen, secondo il rapporto 2.35:1, esalta ai massimi livelli la fotografia sperimentale, la cura del dettaglio. Tra gli extra, oltre ai trailer, due cortometraggi:

Entrambi i film sono vietati ai minori di 14 anni.

Amer è stato presentato in anteprima mondiale al Fantastisk Film Festival di Lund, in Svezia, vincendo la Méliès Competition 2009 e, successivamente, al Sitges Film Festival, in Spagna, i registi hanno ricevuto il prestigioso Discovery Motion Picture Diploma per il loro esordio “col botto”. Lacrime di sangue ha ricevuto, invece, quattro nomination alla 5^ edizione dei Magritte Awards, in Belgio, nelle categorie più tecniche, aggiudicandosi la Miglior Fotografia.

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Commercialmente coraggioso come prodotto a partire dai progetti cinematografici che palesano la ferma volontà di ri-creare un pubblico per un genere da sempre per palati raffinati e anni-luce lontano dalla fetta più grande del pubblico, ma che ha negli anni reclutato fanatici di pelle dura, duri a morire. In parole povere: non per tutti, ma attenzione! Potreste affezionarvi senza accorgervene e scoprirvi a recuperare classici perduti nella memoria che, se anche non avessero più nulla da insegnare, se non altro sarebbero uno spaccato importante di una generazione che sapeva e poteva sperimentare. L’augurio è che si torni a sperimentare in quantità e, soprattutto qualità.

Tales of Halloween, in DVD

Antologia tematica senza troppe pretese, curata dalla moglie di Neil Marshall, Axelle Carolyn, attrice per tanti anni, che dimostra buone capacità organizzative e interessante scrittura cinematografica, che per l’occasione si cimenta anche nella regia oltre che nella direzione artistica generale di The October Society’s Tales of Halloween, da noi intitolato semplicemente Tales of Halloween.

Gli 11 registi visionari della neonata October society firmano 10 segmenti che hanno il duplice intento di “far fare le ossa” a registi esordienti, ma anche terreno di sfida per registi già più famosi come lo stesso Marshall, e contemporaneamente celebrare, con un prodotto commerciale alla moda, una delle festività più amate, soprattutto dai cultori dell’horror, figlia prodigio della pop-culture, che ha ispirato opere letterarie, teatrali, cinematografiche anche ben oltre i confini territoriali dell’America.

Contrazione infantile dell’espressione “all hollows’ eve”, Halloween ha parecchi punti in comune con il carnevale oltre al fatto di precedere temporalmente una periodo religioso di riflessione, raccoglimento, preghiera e astinenza: l’ironia, ma anche il sarcasmo, che condiscono in maniera pepata le operazioni di ribaltamento sociale e culturale dell’individuo che per una o più sere ha la possibilità di prendersi la rivincita dalle angherie quotidiane, mascherandosi per mettere paura al prossimo e/o ottenere dolcezze e prelibatezze che gli sono “teoricamente” negate in altri momenti. Un ribaltamento che è il minimo comune multiplo dei cortometraggi riuniti in Tales of Halloween, il cui massimo comun denominatore è proprio quella vena di sarcasmo, quell’ironia più o meno pungente a seconda dell’intento degli autori, che permette di esorcizzare le paure e vivere una rigenerante catarsi.

Un’orda maledetta di spiritelli, ghoul, killer spietati, freak, demoni, fantasmi, extraterrestri, zucche stregate e qualsiasi altro elemento soprannaturale della fantasia popolare si alternano su quel palcoscenico privilegiato che da sempre il classico sobborgo della provincia americana offre, lo stesso per tutti i segmenti, a fornire unità di spazio oltre a quella evidente del tempo: la notte in cui tutto può accadere, la vigilia di Ognissanti, in una parola Halloween, con una speaker radiofonica d’eccezione a fare da “filo conduttore”, la Adrienne Barbeau che ricalca il personaggio interpretato in The Fog di John Carpenter e che ha partecipato ad una delle autorevoli antologie di riferimento per questa nuova generazione, liberamente ispirata agli EC Comics, Creepshow.

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Sweet Tooth [scritto e diretto da Dave Parker]

Chi mangia tutti i dolcetti raccolti senza lasciarne neanche uno come tribute per lo spirit di Timmy rimpiangerà la sua ingordigia.

The Night Billy Raised Hell [scritto da Clint Sears, diretto da Darren Lynn Bousman]

Il piccolo Billy, vestito da diavoletto, sta per imbrattare la casa non addobbata di un vicino che si rivela essere un vero demone: imparerà una lezione difficile da dimenticare.

Trick [scritto da Greg Commons, directed by Adam Gierasch]

Un gruppo di amici che attende in casa il tradizionale “dolcetto o scherzetto” vengono assaliti da una baby gang di assassini, ma «Nella notte di Halloween niente è come sembra».

The Weak and the Wicked [scritto da Molly Millions, diretto da Paul Solet]

“La vendetta è un piatto che si gusta freddo”, specialmente se i bulli del quartiere hanno la mania di giocare con il fuoco.

Grim Grinning Ghost [scritto e diretto da Axelle Carolyn]

Una ragazza (Alex Essoe) facilmente suggestionabile si ritrova da sola per strada, senza auto e senza cellulare a dover fare i conti con una fantasma malevolo che non dovrà assolutamente guardare. Tra gli interpreti anche il regista Stuart Gordon e l’attrice Barbara Crampton, rispettivamente regista e interprete del cult Re-Animator.

Ding Dong [scritto e diretto da Lucky McKee]

Un uomo asseconda la moglie posseduta dal demone della “maternità a tutti i costi” finchè non ne può più.

This Means War [scritto e diretto da Andrew Kasch e John Skipp]

Due vicini si sfidano negli addobbi di Halloween e poi litigano per i loro divergent modi di festeggiare.

Friday the 31st [scritto da Mike Mendez e Dave Parker, diretto da Mike Mendez]

Un alienuccio carino, venuto sulla Terra per il suo “dolcetto o scherzetto” interplanetario, bussa alla porta di un assassino deforme, impegnato nella sua attività preferita: uccidere la gente. Inevitabile lo scontro all’ultimo sangue se il killer è a corto di caramelle.

The Ransom of Rusty Rex [scritto e diretto da Ryan Schifrin]

John Landis veste i panni di un uomo facoltoso al quale due malviventi rapiscono il figlio, ma le cose non stanno per niente come pensano loro.

Bad Seed [scritto e diretto da Neil Marshall]

Una detective cerca di porre fine alla sequenza di morti, divorati da una tipica zucca decorativa stregata e affamata. Riuscirà a fermarla?

IL DVD

REGIA: Adam Gierasch (Night of the Demons), Andrew Kasch (Never sleep again: the Elm Street Legacy), Axelle Carolyn (Soulmate), Darren Lynn Bousman (Saw II, III & IV), Dave Parker (The hills run red), John Skipp (Stay at home dad), Lucky McKee (May, The woman), Mike Mendez (The Convent, Big ass spider!), Neil Marshall (Dog Soldiers, The descent), Paul Solet (Grace) and Ryan Schifrin (Abominable) INTERPRETI: Joe Dante, John Landis, Adrienne Barbeau, Barbara Crampton, Robert Rusler, Pollyanna McIntosh , Kristina Klebe TITOLO ORIGINALE: Tales of Halloween GENERE: horror DURATA: 93′ ORIGINE: USA, 2015 LINGUE: Italiano 5.1 Dolby digital – italiano 5.1 DTS, inglese 5.1 SOTTOTITOLI: Italiano EXTRA: Speciale – Trailer originale – Credits DISTRIBUZIONE: Koch Media COLLANA: Midnight Factory

Midnight Factory è una nuova collana di classici contemporanei di cinema horror, thriller e fantasy mondiale. La serie si propone di portare in Italia il meglio della produzione internazionale del genere: film inediti, indipendenti, dei grandi maestri, delle giovani promesse, classici del passato, pellicole bizzarre ed estreme, piccole chicche e sequel di successi conclamati che si mescoleranno insieme secondo il comune denominatore della qualità” [cfr. booklet interno].

Tales of Halloween è stato selezionato da Midnight Factory per avere un’edizione DVD di prestigio con packaging versione slip case, ovvero una classica custodia amaray all’interno di un involucro di cartone con apertura laterale. Disco unico, audio multicanale, sia in DTS sia in Dolby Digital, in italiano e inglese, con un formato video spettacolare in anamorphic widescreen (2.39:1).

Nello speciale, presente tra gli extra, si evince tutto il divertimento dei registi e degli attori nel collaborare tra loro e contribuire alla realizzazione di questo vero divertissement con tanto di camei per addetti ai lavori e amici famosi.

Anche se vietato ai minori di 14 anni, Tales of Halloween è valido per chi dai Piccoli brividi desidera passare da un perturbante di livello intermedio prima di approdare all’orrore allo stato puro degli esorcismi, delle possessioni e delle angosce persistenti più che dei jumpscare. Un prodotto che, nel complesso, risulta piacevole, soprattutto per una serata spensierata tra amici, magari proprio la notte di Halloween, se non si vuole un risultato che possa turbare gli animi dei più sensibili o dei meno avvezzi.

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Holidays, in DVD

Il produttore John Hegeman [cambiato molto dai tempi del flop Al calar delle tenebre] era da tempo interessato a realizzare un film collettivo come Holidays, ma i tempi non erano mai stati maturi. L’occasione è arrivata con la recente moda delle antologie horror che, con ABCs of Death e V/H/S, per dirne un paio, hanno riportato al successo il modello dei racconti cinematografici brevi uniti in un unico prodotto commerciale, inaugurato da alcuni classici come Le cinque chiavi del terrore o Il giardino delle torture, e passato attraverso le versioni fumettistico-letterarie di Creepshow o I Racconti della cripta o attraverso trasposizioni come I racconti del terrore di Edgar Allan Poe, successo del maestro Roger Corman. «Girare piccoli film che durano cinque o dieci minuti – sostiene Hegeman – rappresenta una grande opportunità per i registi emergenti, sono spazi che si aprono per tutti» [cfr. booklet interno].

Per antologia, dal greco ἄνϑος (“antos”), cioè “fiore”, e λέγω (“lego”), ossia “raccolgo”, s’intende una raccolta di testi scelti, tratti da opere più ampie, il fior fiore da leggere, in latino florilegio. Nel caso di Holidays, l’espressione non poteva essere più azzeccata: gli 8 registi hanno realizzato altrettanti cortometraggi di pregevole fattura, quasi fossero in gara per compiacere una giuria di qualità, altissima qualità, sia dal punto di vista tecnico sia da quello formale, dei veri e propri esercizi di stile ed eleganza, piccoli capolavori che tengono lo spettatore incollato alla poltrona, salvo che nei momenti in cui salta di paura!

Rispetto all’antologia Tales of Halloween, dove è palese la predilezione per il ludico, per il divertissement, per la catarsi e il ribaltamento carnascialesco, Holidays assume l’aspetto di una polifonia di strumenti diversi armonizzati da una ricerca del sublime, senza dimenticare l’aspetto della sperimentazione che è una delle caratteristiche più evidenti.

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8 registi firmano altrettanti segmenti, chiusi ognuno da una elegante greeting card animata a tema che si chiude mostrando i nomi dei registi e degli sceneggiatori e da un altrettanto raffinato commento musicale affidato agli archi, tanto cari allo stile di Alfred Hitchcock. Ogni elemento è curato per stuzzicare anche i palati più fini.

Valentine’s Day [di Kevin Kolsch e Dennis Widmyer, scritto da Dennis Widmyer]

Un’adolescente, Maxi, viene umiliata durante gli allenamenti di tuffi dalle compagne ma non dal coach che, mosso a compassione, le recapita una innocente “valentina” non potendo immaginarne le macabre conseguenze.

St. Patrick’s Day [scritto e diretto da Gary Shore]

Una maestra di scuola desidera fortemente essere madre, ma come si comporterà se il figlio che improvvisamente ha in grembo è un discendente diretto dei rettili che S. Patrizio aveva cacciato dalle terre d’Irlanda?

Easter [scritto e diretto da Nicholas McCarthy]

Una bambina, alla vigilia della Pasqua, sembra confusa da alcune analogie che ha riscontrato tra il racconto tramandato dai cristiani e le tradizioni più commerciali e pagane. Durante la notte andrà a farle visita un coniglietto pasquale a dir poco particolare.

Mother’s Day [di Ellen Reid e Sarah Adina Smith, scritto da Sarah Adina Smith]

Una giovane donna non vuole avere figli ma, per quanti metodi contraccettivi impieghi, anche contemporaneamente, nulla ha effetto. All’ennesima gravidanza indesiderata e interrotta forzatamente, una comunità religiosa tutta al femminile, che prega nel deserto per la propria fertilità, si offre di aiutarla.

Father’s Day [scritto e diretto da Anthony Scott Burns]

Una ragazza riceve uno strano pacco da parte del padre, da tempo ritenuto morto. Nel pacco un mangianastri vintage e una musicassetta. Il padre vi ha registrato, quando era piccola, il loro ultimo incontro e, contemporaneamente, le indicazioni passo dopo passo per ricongiungersi con lui.

Halloween [scritto e diretto da Kevin Smith]

Una datore di lavoro vessante sfrutta tre ragazze per guadagnare facilmente soldi con il sesso online ma il potere sprigionato da una riunione di tre donne non equivale a quello di una congrega di streghe? Fin dalla prima inquadratura si riconosce lo stile unico di Kevin Smith. La conferma arriva dai discorsi senza peli sulla lingua e dall’inconfondibile modus operandi che porta ad un ribaltamento di ruoli beffardo, tipico dell’originario spirito carnevalesco che è alla base della festa di Halloween.

Christmas [scritto e diretto da Scott Stewart]

Un padre si riduce all’ultimo secondo per comprare il regalo del momento al figlio: il visore UVU che permette di guardarsi dentro e visualizzare i propri desideri e sogni, ma anche segreti, ansie e paure. Quindi che succede se hai fatto delle orribili azioni, se hai dei segreti inconfessabili? Il segmento parte come una tradizionale commedia natalizia, e subito viene in mente Una promessa è una promessa con Schwartzenegger, ma il registro cambia in un batter d’occhio fino ad un twist insospettabile.

New Year’s Eve [di Adam Egypt Mortimer, scritto da Kevin Kolsch e Dennis Widmyer]

Un uomo uccide la sua partner e perciò rimane solo per Capodanno. Un sito per cuori solitari gli segnala una ragazza con cui ha un’affinità di coppia del 98%, ma trovare l’anima gemella non è sempre un bene, specialmente per un «nervoso mostro».

IL DVD

REGIA: Kevin Kolsch, Dennis Widmyer, Gary Shore, Ellen Reid, Sarah Adina Smith, Nicholas McCarthy, Anthony Scott Burns, Kevin Smith, Scott Stewart, Adam Egypt Mortimer INTERPRETI: Lorenza Izzo, Seth Green, Harley Quinn Smith, Ruth Bradley, Mark Steger, Jocelin Donahue TITOLO ORIGINALE: Holidays GENERE: horror anthology DURATA: 105′ ORIGINE: USA, 2016 LINGUE: Italiano 5.1 DTS, Italiano 5.1 Dolby Digital, Inglese 5.1 Dolby Digital SOTTOTITOLI: Italiano EXTRA: Trailer DISTRIBUZIONE: Koch Media COLLANA: Midnight Factory

Midnight Factory è una nuova collana di classici contemporanei di cinema horror, thriller e fantasy mondiale. La serie si propone di portare in Italia il meglio della produzione internazionale del genere: film inediti, indipendenti, dei grandi maestri, delle giovani promesse, classici del passato, pellicole bizzarre ed estreme, piccole chicche e sequel di successi conclamati che si mescoleranno insieme secondo il comune denominatore della qualità” [cfr. booklet interno].

Holidays gode meritatamente di un’edizione DVD di prestigio con packaging versione slip case, ovvero una classica custodia amaray all’interno di un involucro di cartone con apertura laterale. Disco unico, audio multicanale, sia in DTS sia in Dolby Digital, in italiano e inglese, mentre il formato video è widescreen (1.85:1). Tra gli extra purtroppo solo il trailer.

Le ricerche di Hegeman sulle festività avevano portato alla luce dei riflettori più di trenta ricorrenze che potevano candidarsi a diventare l’ambientazione di uno dei segmenti dell’antologia. Le selezioni successive hanno ridotto il numero delle realizzabili ad otto, ma non è assurdo pensare che le festività non scelte possano in futuro essere oggetto di una nuova opera collettiva di lusso, come Holidays.

Il film è ovviamente vietato ai minori di 14 anni ed è disponibile anche in versione Blu Ray.

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The invitation, di Karyn Kusama in DVD

Essere invitati ad una cena a casa della ex moglie e del suo nuovo compagno, in presenza di vecchi amici, che non vedi da almeno due anni, non è mai il massimo, anzi, spesso può diventare qualcosa di disturbante. Karyn Kusama parte proprio da questo presupposto nella sua nuova opera, The invitation, che ha trionfato al Sitges e ad altri prestigiosi festival di genere. Il film si concentra sulla profonda caratterizzazione dei personaggi, che riescono a catturare magneticamente l’attenzione dello spettatore a tal punto che, immerso in un’atmosfera ambigua e perturbante, vive con il protagonista un climax di tensione quasi tangibile.

«Benvenuti a questa specie di “riunione” o di festa. Voi siete tutti molto speciali per Eden, il che vuol dire che lo siete anche per me. Ci siete mancati tanto e vi vogliamo bene. La vita è per tutti una sorta di viaggio ed è importante fare questo viaggio con le persone che si amano. Per questo siamo veramente contenti di avervi qui. Sappiate che ho riaperto questa casa per dare a noi un nuovo inizio. Quindi, alziamo questi bicchieri di vino assurdamente costoso per un NUOVO INIZIO!».

Will [Logan Marshall-Green] accetta l’invito a cena della sua ex moglie, Eden [Tammy Blanchard], e del suo attuale compagno David [Michiel Huisman]. Dovrebbe essere una serata normale, nonostante sia stata la perdita del loro unico figlio a fargli inesorabilmente lasciare. Potrebbe essere un’ottima occasione per rivedere pure alcuni amici e far conoscere loro la sua attuale fidanzata, Kira [Emayatzy Corinealdi]. Ma col passare del tempo, tutta la curiosità dei commensali si concentra sull’adesione dei padroni di casa ad una setta misteriosa che ha sede in Messico e Will diventa paranoico, un corpo estraneo che ostacola chi vuole mandare avanti la festa fino alla fine. Il fatto è che non riesce a togliersi dalla testa che i padroni di casa si comportino in maniera strana ed inizia ad avere dei sospetti che c’entrino qualcosa i precetti della setta e i due adepti [Lindsay Burdge e John Carroll Lynch] che si uniscono alla “festa”.

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Mentre lo spazio si comprime, la sensazione che qualcosa si nasconda dietro i sorrisi e i gesti gentili, nelle azioni apparentemente normali di chiudere a chiave la porta di casa o piazzare una lanterna rossa in giardino e nei precetti della setta di cui i due ospitanti fanno parte insieme ai due “intrusi” fra i commensali. Will ha un sesto senso, magari dono del coyote trattato con pietà? O la sua è una paranoia causata dal mancato superamento del lutto? Come la morte inaspettata del figlio ha spinto Eden verso quella strana congregazione che mescola stoicismo ed epicureismo verso la catarsi dal dolore attraverso un’eutanasia dei sentimenti forti, forse anche lui ne ha subito le conseguenze e la sua percezione della realtà ne risulta alterata? Ma se avesse ragione il paranoico Will, tutti gli invitati sarebbero in pericolo…

Attraverso gli occhi di Will, lo spettatore, complice anche la musica minimalista di Theodore Shapiro [Lo stagista inaspettato, Zoolander 2, Ghostbusters], viene portato passo dopo passo all’interno di una spirale di ansia, suspense, sospetti, ossessioni e rivelazioni che non lo prepareranno mai al twist finale: quello che è stato portato avanti come il lento ticchettìo di una bomba ad orologeria deflagra improvvisamente in una violenta carneficina, che dirotta il film dal thriller psicologico al bloody horror.

«Rammentate il premio».

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Interessante ai fini della comprensione del film e foriero di importanti riflessioni a posteriori è l’incipit: l’atto di pietà di Will nei confronti di un coyote agonizzante da lui stesso investito accidentalmente mentre la coppia era in viaggio in direzione della festa. L’importanza della sequenza risiede nel fatto che si tratta dell’unica scena ambientata in location esterna, completamente diversa anche dal giardino circostante la villa lussuosa di Hollywood Hills dove si svolge la festa e che garantisce un’abbondante varietà di fondali per l’impianto scenico di Karyn Kusama, che si fa via via sempre più claustrofobico.

Il gesto di violenza attraverso il quale Will toglie ore di sofferenza al povero animale ha il suo parallelo nel video che Eden e David mostrano orgogliosi agli ospiti: un guru predica la liberazione dal dolore, dalle sofferenze, dai sensi di colpa e assiste una donna sul letto di morte che sembra aver deciso per sé una eutanasia che diventa esempio di catarsi estrema per ogni adepto presente in loco e dall’altra parte dello schermo. È forse questo il fine ultimo della cena tra amici? O semplicemente un liberarsi da ogni peso che danneggia l’anima senza arrivare a gesti tanto estremi?

L’interazione degli attori e i dialoghi sono una forza centrifuga che disorienta lo spettatore, mentre l’atteggiamento indagatorio e sospettoso di Will lo incuriosisce, contrastando la forza dominante con una forza centripeta sotterranea che opera dietro la superficie che può essere di apparenza e inganno. Tutti i nodi verranno al pettine nel finale tragico e nell’epilogo dai risvolti apocalittici. Una delle scene finali è un ulteriore parallelo con il video dell’eutanasia e l’uccisione del coyote nell’incipit e chiuderebbe il film dandogli una struttura perfettamente ad anello se non fosse per il risultato finale e per le scelte dei protagonisti che, probabilmente hanno imparato delle lezioni “vitali”.

«Stasera è la notte in cui la nostra fede si concretizza».

 

IL DVD

REGIA: Karyn Kusama INTERPRETI: Logan Marshall-Green, Tammy Blanchard, Michiel Huisman, Emayatzy Corinealdi, Lindsay Burdge, Mike Doyle, Jay Larson, John Carroll Lynch, Michelle Krusiec, Jordi Vilasuso, Marieh Delfino TITOLO ORIGINALE: The invitation  GENERE: horror DURATA: 96′ ORIGINE: USA, 2015 LINGUE: Italiano 5.1 Dolby digital, Italiano 5.1 DTS, Inglese 5.1 Dolby digital SOTTOTITOLI: Italiano EXTRA: Speciale “Dietro le quinte” (9’30”) – Trailer  italiano – Credits DISTRIBUZIONE: Koch Media COLLANA: Midnight Factory

“Midnight Factory è una nuova collana di classici contemporanei di cinema horror, thriller e fantasy mondiale. La serie si propone di portare in Italia il meglio della produzione internazionale del genere: film inediti, indipendenti, dei grandi maestri, delle giovani promesse, classici del passato, pellicole bizzarre ed estreme, piccole chicche e sequel di successi conclamati che si mescoleranno insieme secondo il comune denominatore della qualità” [cfr. booklet interno].

Nel caso di The invitation, è chiaro che ci troviamo di fronte ad un film che ha in sé un nucleo concettuale che richiama quella filosofia estrema che è alla base della saga di The Purge – La notte del giudizio e che è stata sfruttata a piene mani anche dalla serie tv The Following, con sette che forniscono risposte a domande irrisolte di individui alienati e spersonalizzati, che diventano una spada di Damocle che grava sul destino di chi non è del loro stesso credo. Un credo che si scontra con quella che è invece la riflessione più recente dell’uomo postmoderno che abbraccia e non rifugge la tristezza, in quanto sentimento fondamentale per la crescita di una personalità adulta ben formata e autonoma, come ben teorizza il capolavoro d’animazione della Pixar Inside out.

Quella scelta per The Invitation é un’edizione DVD di prestigio con packaging versione slip case, ovvero una classica custodia amaray all’interno di un involucro di cartone con apertura laterale. Disco unico, audio multicanale, sia in DTS sia in Dolby Digital, in italiano e inglese e formato video di dimensioni cinematografiche (2.35:1) nonostante sia stato distribuito direttamente per il mercato homevideo. Contenuti extra poco nutriti ma ben studiati in modo da concentrare l’attenzione tutta sulla tensione narrativa.

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Karyn Kusama, regista del poco convincente blockbuster Jennifer’s body, ma anche di un’interessante pellicola autoriale come Girlfight e della surreale trasposizione cinematografica dell’universo distopico di Aeon flux, premiati dai festival e apprezzati dal pubblico. Dopo aver, però, privilegiato personaggi femminili, e aver diretto anche alcuni episodi di The L World, torna alla ribalta con un protagonista maschile che dirige con estrema efficacia, nonostante, di base, non si tratti di un attore che infiamma le platee [Prometheus, Devil, Brooklyn’s finest]. Potrebbe trattarsi di una circostanza isolata, comunque, e non di un cambio di percorso stilistico, dato che prossimamente avremo modo di gustare il suo personale contributo alla rediviva moda dell’antologia horror che, dopo successi come Trick’r’treat, Holidays e Tales of Halloween, ne ha in serbo una tutta al femminile intitolata XX (data di uscita prevista per il 17 febbraio 2017).

Frank3n5t31n, di Bernard Rose in DVD

Frank3n5t31n è la nuova versione filosofico-fantascientifica del classico della narrativa gotica Frankenstein, o il moderno Prometeo di Mary Shelley, scritta e diretta dal Bernard Rose di Candyman – Terrore dietro lo specchio, che coinvolge il protagonista di allora, Tony Todd [Il corvo, Final destination], qui nelle vesti del barbone cieco che si affeziona alla creatura.

L’ambientazione scelta per l’occasione è una Los Angeles dei giorni nostri, ma la maggior parte del tempo le inquadrature sono in spazi chiusi o in vicoli nascosti che potrebbero essere ovunque, per questioni di budget o per fornire una certa universalità alla storia.

Dopo un incipit che promette bene con soggettive e false soggettive con le palpebre della creatura a fungere da diaframma, il film non mantiene la soggettività dello sguardo, ma esclusivamente in modo verbale, lasciando intendere una narrazione derivata dalla forma epistolare, ingiustificabile in alcun modo visto che il mostro non può aver imparato a scrivere né a leggere nel tempo filmico. Non è un errore isolato, visto i cali di tensione non voluti, primo fra tutti la richiesta di un “sedativo”, che rimanda al “sedatavo” della parodia Frankenstein junior di Mel Brooks, da parte di uno dei medici/Igor aggrediti dal mostro durante la fuga dal laboratorio segreto. Per non parlare dello “spiegone” con annessa creazione del clone tramite una banale stampante 3D, tra l’altro mal realizzata scenograficamente.

«Vedi? È così che ti abbiamo creato. E ti creeremo ancora».

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Peccato! Le premesse per far bene c’erano e ai ragionamenti a cui il Frankenstein di Mary Shelley obbliga, la sceneggiatura espone nuovi spunti di riflessione che però non si specchiano nella regia né tantomeno nella fotografia anch’essa oggettiva e, salvo l’incipit, priva di qualsiasi intento stilistico e sperimentale. Sul braciere delle riflessioni andate in fumo si susseguono le ormai consuete “quale sia il limite oltre il quale la scienza non può andare”, “se porre o no un freno alle ricerche sul mistero della vita e sulla salvezza dalla morte”, “se si può definire “mostro” una creatura innocente che, abbandonata a se stessa, ha la sola colpa di essere amorale, di non avere, cioè, una morale da seguire, e quindi di non saper distinguere il bene dal male”, “o se invece si dovrebbe considerare mostruoso colui che lo crea, trasformandolo in esempio della tracotanza della scienza che sfida il divino per poi cercare di distruggerlo, una volta conscio di aver creato un essere imperfetto, non gradito alla società in quanto non conforme allo status sociale “umano” e ritenuto, erroneamente, privo di un qualsiasi scopo vitale.

«Nonostante la sua desolazione anche il nemico di Dio e dell’uomo aveva degli amici. Io sono solo»

Ma il “mostro”, interpretato dal Xavier Samuel di The Twilght Saga e Two mothers, ha un istinto di sopravvivenza che va ben oltre le capacità di un uomo comune, ma contrariamente a quanto accade ai colleghi supereoi Marvel o DC, quel suo essere diverso nell’aspetto fisico e quel suo primitivo modo di comportarsi spingono la società a non accettarlo e ad emarginarlo, nonostante sia forte in lui il desiderio amorale, ovvero di avere l’opportunità di ricevere amore e di dimostrarlo agli altri.

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«Entità con una coscienza», così viene definito da Elizabeth [Carrie-Ann Moss, Memento, Matrix], che con il marito, il dottor Victor Frankenstein [Danny Huston, 30 giorni di buio, Big eyes], ha dato vita al clone umano che è poi sfuggito al controllo. La donna, inizialmente, si relaziona con la creatura come una madre amorevole, che, però, contemporaneamente, vede in quel corpo, giovane e bello, un possibile sfogo dei suoi desideri sessuali, ribaditi peraltro nel finale in una discutibile scena che Freud definirebbe “primaria”. Ma, successivamente, avuta l’occasione per il riconoscimento e il ricongiungimento con la sua creatura, la rifiuta, abbandonandola a se stessa e condannandola all’autodeterminazione forzata nella desolazione più assoluta, senza una guida.

«Un angelo caduto dal cielo si trasforma in diavolo».

Nonostante ciò, è Elizabeth a diventare lo scopo di vita del mostro: quell’amore primordiale ricevuto tra le braccia della donna viene visto, dalla mente del ragazzo, come l’ultimo posto dove sia stato al sicuro, desiderato, felice; rappresenta, per lui, quella forza che si contrappone alle limitazioni che il mondo gli ha arbitrariamente imposto, come imposta gli era stata la morte, per giunta dalle stesse mani che gli avevano imposto la vita; infine, è quel calore simile alla fiamma di un accendino che in altre versioni del Frankenstein, la creatura fugge, in quanto emblema terreno della luce divina, il fulmine del romanzo, che lo ha visto nascere e che potrebbe ucciderlo.

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SPOILER – Solo nel finale ottiene qualcosa di ormai insperato: una carezza e, soprattutto, l’attribuzione del nome Adam, di chiaro riferimento biblico: un gesto che per qualsiasi religione ha una valenza mistica, oltre a fornire dignità, senso di appartenenza alla comunità e segno di distinzione dalla massa.

Ma un piccolo raggio di luce non dissipa di certo le tenebre e la tragedia ha il suo edipico epilogo nel momento in cui il dottor Frankenstein uccide accidentalmente Elizabeth nell’ennesimo tentativo di cancellare il suo coriaceo “sbaglio”.

Quel profondo desiderio di calore umano che è una sorta di freudiano ritorno nell’utero, non può che avere il suo compimento nel gesto più estremo dell’autodeterminismo di Adam nel calore delle fiamme, finalmente stretto nel fortemente voluto abbraccio tra simili, traducibile visivamente in un ammasso di carne ormai priva di vita e un ammasso di carne morta privata d’amore.  – SPOILER

«Se non posso ispirare amore, seminerò paura».

E per l’ennesima volta, ma questa volta anche extradiegeticamente parlando, lo spettatore tiferà per la vendetta della creatura a scapito dei veri mostri, coloro che hanno il coraggio di farsi ancora chiamare uomini.

IL DVD

REGIA: Bernard Rose INTERPRETI: Xavier Samuel, Carrie-Ann Moss, Tony Todd, Danny Huston, Maya Erskine TITOLO ORIGINALE: Frank3n5t31n GENERE: horror, fantascienza DURATA: 86′ ORIGINE: USA, 2016 LINGUE: Italiano 5.1 Dolby Digital, Inglese 5.1 Dolby Digital SOTTOTITOLI: Italiano per non udenti EXTRA: Trailer DISTRIBUZIONE: Barter Entertainment

Poco da dire per il trattamento homevideo di Frank3n5te1n, che è distribuito da Barter Entertainment in un’edizione DVD minimalista che non aggiunge nulla alla visione del film: classica custodia amaray su cui campeggia il bellissimo movie poster del film, disco unico, audio multicanale in Dolby Digital, in italiano e inglese, formato video widescreen in rapporto 1.85:1. Tra gli extra solo il trailer.

Il film è vietato ai minori di 14 anni.

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The Vatican tapes, di Mark Neveldine in DVD

«Per duemila anni il Vaticano ha nascosto le prove del Male», recita la tagline di The Vatican tapes.

Un semplice prete e due esorcisti ufficiali del Vaticano devono combattere contro una forza demoniaca che si è impadronita del corpo di una ragazza. Normale amministrazione? Non se si trovano al cospetto di qualcosa per cui non sono preparati, per cui nessuno al mondo può essere preparato.

«Quando la Lakeshore mi diede da leggere la stesura del copione mi piacque molto – spiega il regista Mark Neveldine che, al momento, sta vagliando l’ipotesi di proseguire la sua saga di Crank con il terzo capitolo – ma si trattava di un classico found-footage. Una videocassetta sottratta al Vaticano che rivelava un incredibile caso di possessione demoniaca. C’è stato un periodo in cui la maggior parte dei progetti di film che ti arrivavano per le mani, in America, erano dei found-footage, perché il ragionamento era: “Non abbiamo un soldo per girare un film normale, per cui facciamo un mockumentary con la videocamera dell’I-Phone” o cose del genere. The Vatican tapes credo sia uno dei rarissimi casi in cui è avvenuto proprio il contrario, perché i produttori Tom Rosenberg e Gary Lucchesi della Lakeshore mi hanno chiesto di trasformare quella sceneggiatura di partenza, pensata per un POV, in un film tradizionale».

Al link trovate la recensione completa di The Vatican tapes.

IL DVD

 

REGIA: Mark Neveldine INTERPRETI: Michael Peña, Olivia Taylor Dudley, Kathleen Robertson, Djimon Hounsou, Dougray Scott, Alex Sparrow, John Patrick Amedori TITOLO ORIGINALE: The Vatican tapes GENERE: horror DURATA: 91′ + versione estesa 104′ ORIGINE: USA, 2015 LINGUE: Italiano 5.1 Dolby digital – Italiano EAROUND – Your Personal Surround, italiano 5.1 DTS, inglese 5.1 SOTTOTITOLI: Italiano EXTRA: Interviste a: Michael Peña, Olivia Taylor Dudley – Trailer italiano – Credits DISTRIBUZIONE: Koch Media COLLANA: Midnight Factory

“Midnight Factory è una nuova collana di classici contemporanei di cinema horror, thriller e fantasy mondiale. La serie si propone di portare in Italia il meglio della produzione internazionale del genere: film inediti, indipendenti, dei grandi maestri, delle giovani promesse, classici del passato, pellicole bizzarre ed estreme, piccole chicche e sequel di successi conclamati che si mescoleranno insieme secondo il comune denominatore della qualità” [cfr. booklet interno].

Con The Vatican tapes, Midnight Factory inaugura un sistema audio innovativo, l’Earound, in esclusiva assoluta, “per vivere le emozioni dei propri film in maniera ancora più coinvolgente!”. “Earound è un nuovo formato audio che permette di avere un ascolto immersivo pur essendo un semplice file stereo […] quindi, è molto più fedele al mix originale ed in grado di portare all’ascoltatore le emozioni così come sono state pensate dai creatori del film”.

Le interviste agli attori Michael Peña ed Olivia Taylor Dudley, autrice di un ottima prova attoriale a prescindere dalla riuscita o meno del film stesso, sono interessanti ma ciò di cui un cultore del genere non può fare a meno è la possibilità di gustare il film anche nella versione estesa con ben 15 minuti in più. Un’edizione DVD di prestigio con packaging versione slip case, ovvero una classica custodia amaray all’interno di un involucro di cartone con apertura laterale. Disco unico, audio multicanale in Dolby Digital, in italiano e inglese, in Earound solo per l’italiano e formato video di dimensioni ormai classiche (1.85:1).

The Vatican tapes è disponibile anche in versione BluRay.

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