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Viy – La maschera del demonio, di Oleg Stepchenko in DVD

Il plot di Viy – La maschera del demonio nasce infatti nel 2006. I produttori, fra cui spicca una vecchia conoscenza della Midnight Factory [l’Uwe Boll che ha finanziato la saga Zombie Massacre] e il regista Oleg Stepchenko volevano celebrare il bicentenario della nascita di Nikolaj Vasil’evic Gogol’, il romanziere e drammaturgo, considerato uno dei grandi della letteratura russa, che si distinse per la grande capacità di raffigurare situazioni satirico-grottesche che esaltavano la mediocrità umana, con uno stile visionario e fantastico tanto da essere definito da molti critici un precursore del Realismo magico. Di lui afferma lo stesso Dostoevskij: «Siamo tutti usciti dal Cappotto di Gogol’».

Viy – La maschera del demonio è generato dall’unione fra le storie della narrativa di matrice popolare e la prepotente influenza della tradizione horror di ambientazione gotico-fiabesca. Viene subito in mente Mario Bava. Quel sottotitolo che ricalca proprio uno dei suoi film maggiormente conosciuti non permette un confronto che non sia impari, per questo motivo me ne guarderò bene dall’effettuarlo. Il rischio che al solo proporlo si rischi la lesa maestà mi atrofizza le falangi. Basta solo osservare come la donna non sia mai un personaggio portante ma sia utilizzata come oggetto di guerriglia marketing. Magari sarò smentito dai seguiti, ma Olga Zaytseva, per quanto bellissima e ben preparata, non sarà mai ricordata come la nuova Barbara Steele e purtroppo non è un problema solo di Viy.

Viy – La maschera del demonio non si attiene pedissequamente al contenuto del racconto Vij (il diverso modo di scrivere non è un errore di battitura ma riguarda le classiche faccende burocratiche di copyright e simili), bensì mira a creare tutta un’ambientazione suggestiva che possa fare da sfondo non solo a quest’avventura fantastico-gotica, ma anche ad altre vicende successive o parallele. Un personaggio realmente esistito come Guillaume Le Vasseur de Beauplan, cartografo francese dalla biografia rocambolesca, che ha mappato il terriorio intorno a Praga e i Carpazi, luoghi dove Viy è stato girato, e per aver studiato gli usi e i costumi delle popolazioni più romite dell’Ucraina. Ma è inutile ripetere quanto potete ritrovare nel booklet del DVD, ben nutrito di informazioni e curiosità di questo genere.

Nel film di Stepchenko tutto è giocato sulla sensazionalità e sulla spettacolarità degli episodi “magici”. Proprio alla luce di questo, la sensazione che si ha è che si sia voluto andar troppo oltre, alzare l’asticella fin dove la sceneggiatura originaria non poteva arrivare, stirandola il più possibile per inserire tematiche a oltranza. Questa sovrabbondanza di trame e sottotrame rende Viy un “frankenmovie” più simile a quegli azzardati pastiche che mescolano elementi e personaggi estrapolati praticamente da qualsiasi argomento abbia un minimo di connessione, è dove non c’è la si crea, ovvio:

  • Il cartografo protagonista è costruito sulla base solida del personaggio realmente esistito ma resta veramente flebile il suo apporto carismatico nello sviluppo della storia. Non per niente l’attore Jason Flemyng ha sempre ricoperto ruoli secondari.

  • La battaglia eterna potere temporale e potere spirituale e quella tra i culti pagani tramandati dalla notte dei tempi e il cristianesimo meschinamente imbonitore di folle con qualsiasi mezzo.

  • Il magico che è nascosto in ogni dove, sempre che si abbiano gli occhi debitamente chiusi e la mente abbastanza aperta.

  • L’amore che si lega con la morte nel classico connubio ellenico di eros e thanatos.

« Abbi timore degli occhi di Viy, l’antico dio che abita nel buio eterno della caverna. I suoi occhi hanno messo radici nella terra: se un uomo dovesse guardarlo, allora quell’uomo morirebbe e nessuna preghiera potrà vincere la misteriosa paura. Le persone anziane dicono questo, e anche i loro avi. Nelle notti d’estate giovani donne in cerca del vero amore lasciano fluttuare nell’acqua candele e ghirlande di fiori. E se un uomo raccoglie la tua ghirlanda, saprai che è lui il tuo destino. Fin dall’inizio dei tempi, quando la terra e gli dei erano giovani, questa tradizione ha vissuto nel cuore del popolo slavo. Candele accese ora fluttuano nell’oscurità».
Così la voce narrante introduce lo spettatore in un mondo in cui le tenebre aleggiano tra gli uomini e ne avvolgono i sentimenti fino a far perdere il confine fra il Bene e il Male.

SINOSSI. 18° secolo. Il cartografo Jonathan Green è impegnato in un lungo viaggio di esplorazione scientifica. Dall’Europa continentale le sue ricerche lo spingono sempre più verso Est, nella valle del Danubio, dove alcune teorie fanno risalire l’origine della civiltà. Dopo aver attraversato la Transilvania e i Carpazi, Jonathan si perde nella nebbia nel tentativo di sfuggire ad un branco di lupi che sembrano usciti da un girone dell’inferno. Trova rifugio e ospitalità (non tantissima in realtà) in un piccolo villaggio sperduto in mezzo ai boschi, dove gli abitanti sembrano temere una figura arcana, una sorta di re degli gnomi, Viy. Una parte del villaggio è diventata interdetta a chiunque per proteggersi, ma se il Male che tanto temono si fosse già annidato nelle loro anime in attesa del momento opportuno per uscire allo scoperto? Infine, un ulteriore mistero aleggia in questa società isolata dal mondo esterno: «chi si nasconde nella pelle di montone?»

IL DVD

 

REGIA: Oleg Stepchenko INTERPRETI: Jason Flemyng, Charles Dance, Andrey Smolyakov, Agne Ditkovskite, Alexey Chadov, Anna Churina, Emma Cherina TITOLO ORIGINALE: Viy GENERE: horror, thriller DURATA: 107′ ORIGINE: USA, 2016 LINGUE: Italiano 5.1 DTS, Italiano 5.1 Dolby Digital, Inglese 5.1 Dolby Digital SOTTOTITOLI: Italiano EXTRA: Making of – Interviste a Jason Flemyng – Trailer – Backstage (50’ circa) – Credits DISTRIBUZIONE: Koch Media COLLANA: Midnight Factory

Midnight Factory è una nuova collana di classici contemporanei di cinema horror, thriller e fantasy mondiale. La serie si propone di portare in Italia il meglio della produzione internazionale del genere: film inediti, indipendenti, dei grandi maestri, delle giovani promesse, classici del passato, pellicole bizzarre ed estreme, piccole chicche e sequel di successi conclamati che si mescoleranno insieme secondo il comune denominatore della qualità” [cfr. booklet interno].

Nel caso di Viy, il film è stato selezionato come film weird di grande successo nel mercato home video per avere un’edizione DVD di prestigio con packaging versione slip case, ovvero una classica custodia amaray all’interno di un involucro di cartone con apertura laterale. Disco unico, audio multicanale, sia in DTS sia in Dolby Digital, in italiano e inglese, mentre il formato video è un widescreen non troppo spettacolare da 1.78:1. Tra gli extra si dimostra particolarmente interessante soprattutto il Making of, da vedere e ascoltare, perché spiega la genesi, la realizzazione e il significato del film attraverso le parole dei protagonisti e degli addetti ai lavori!

Di indubbio interesse il booklet del DVD Viy – La maschera del demonio, con i testi curati da Manlio Goramasca e Davide Pulici della rivista Nocturno Cinema.o Sfrondato il discorso dalle eccessive esaltazioni dovute alla committenza, risulta estremamente suggestiva la storia che i giornalisti riportano della genesi dell’opera. A corredo dell’analisi del film potrete trovare anche un excursus sul rapporto intercorso negli anni fra il racconto di Gogol’ e il cinema e soprattutto con la famiglia Bava.

La ricchezza sfarzosa delle scenografie e dei costumi, peraltro ben curati, impreziositi da un grande lavoro di makeup e di visual FX prima che in CGI e 3D – lavoro vibile nel backstage e making of – non riescono a nascondere in una coltre di fumo le carenze imputabili alla sceneggiatura, probabilmente rimaneggiata più volte per innestare sempre più elementi “vendibili”, e al montaggio, che risente notevolmente della mancanza di una struttura artistico-narrativa vera e propria. Ad uccidere definitivamente ogni resistenza ci pensa poi il doppiaggio, non solo quello italiano, ma anche quello inglese, che rendono i personaggi delle risibili caricature mai credibili. Tra editing e doppiaggio non si capisce dove finiscano i difetti dell’uno e dove inizino i demeriti dell’altro. Fortuna che a condire il tutto c’è una massiccia dose di ironia che permette di alleviare i buchi nella narrazione e allentare la tensione emotiva. Nulla di non visto, insomma. Un film che sarebbe potuto essere un buon prodotto, ma che riesce solo a rendere perplesso e smarrito lo spettatore per quasi due ore di visione.

Il film è vietato ai minori di 14 anni. Eppure non presenta tematiche scioccanti o scene particolarmente raccapriccianti, magari più di un Ghostbusters, ma sicuramente molto meno di un collega di genere, Il racconto dei racconti, che è stato valutato un film adatto a tutti, nonostante i riferimenti espliciti alla sfera sessuale e una bella mangiata di cuore crudo! C’è da dire, però, che come per il film di Garrone, il merito di questo tipo di prodotto cinematografico sta nel coraggio di portare sullo schermo, piccolo o grande non fa molta differenza se l’obiettivo raggiunto è simile, la letteratura nascosta o dimenticata. La cultura d’oltralpe, in Italia, spesso rimane sepolta sotto la valanga di informazioni, studi e dissertazioni sulla letteratura classica italiana. Se non fosse per qualche capatina tra le letterature straniere si potrebbe parlare di trust! Ma anche queste capatine nell’esotico vanno a privilegiare quasi esclusivamente la cultura anglosassone che così va a cannibalizzare ogni possibilità per le altre di riscontrare rinnovato interesse nelle nuove generazioni, senza poi meritare poi davvero, Shakespeare a parte – diciamolo una buona volta! – questa supremazia. Quindi ben vengano nuove pellicole, sempre migliori, che possano far emergere letterature e generi che portino novità e allarghino gli orizzonti dello spettatore medio.

Viy – La maschera del demonio è stato girato quasi completamente a Praga e dintorni in maniera che potremmo definire classica, artigianale e, secondo il sistema ormai consolidato delle produzioni a basso budget, il prodotto così ottenuto ha invogliato i produttori ad incrementare il budget “costringendo” la crew a rigirare il tutto con il sistema Real 3D Stereotec, lo stesso utilizzato da altri blockbuster di successo come Hansel & Gretel – Cacciatori di streghe. Certo non lo si potrà mai considerare un kolossal di livello mondiale, ma per la cinematografia locale il film è stato un successo. A fronte di un budget stimato intorno ai 26 milioni di dollari, Viy ne guadagna ufficialmente 51 nella sola Russia!

Già pronto il seguito. Un segno dei tempi: la gente sente l’estremo bisogno di ridere e subordina a questo ogni altro elemento di un film o di un libro, compresa la storia, che invece dovrebbe essere la base su cui si costruisce tutto il resto. Il titolo provvisorio è Viy 2 – Journey to China.

SINOSSI. Il viaggiatore inglese Jonathan Green nel tentativo di continuare a mappare l’Estremo Oriente Russo si ritrova ancora una volta smarrito in un lungo viaggio pieno di incredibili avventure che lo condurranno in Cina. Tra scoperte mozzafiato, creature bizzarre, principesse cinesi, il cartografo dovrà inaspettatamente confrontarsi con maestri di arti marziali mortali,  il re di tutti i draghi e, soprattutto, avrà un nuovo faccia a faccia con Viy. Lo scetticismo dello scienziato potrà mai avere definitivamente la meglio sulla più antica magia nera che ha trovato dimora nelle terre d’oriente?

Tra gli interpreti, udite udite, nientepopodimenoché Jackie Chan, Arnold Schwarzenegger e Rutger Hauer. Da non crederci.

Scappa – Get Out, di Jordan Peele

Scritto e diretto da Jordan Peele, l’attore comico afroamericano del canale Comedy Central [Vi presento i nostri, Nudi e felici, Cicogne in missione] al suo debutto assoluto come filmmaker, Scappa – Get out s’inserisce di diritto nella corrente dei generi ibridati. Si tratta di un horror particolare che ad un sottotesto di denuncia antirazzista innesta scene altamente comiche affidate perlopiù al personaggio interpretato dal magnetico Lil Rel Howery, coetaneo e collega comico del regista.

Come già verificato con The visit di M. Night Shyamalan, il rischio che si corre, con un horror contaminato in maniera diffusa dalla commedia, è di smorzare troppo il climax di tensione, gelando il battito cardiaco dell’esperto spettatore di genere, in virtù di una presunta freschezza di attenzione fornita da un netto contrasto tra risata e thrilling. La scelta di limitare la vis comica ad un solo attore permette, invece, di misurare il calo di tensione, di controbilanciare il sano terrore per la salute del protagonista, senza che una forza centrifuga troppo prorompente trascini il pubblico in uno straniamento a cui un horror non dovrebbe mai puntare, se ci tiene a far paura. Un discorso a parte va fatto se invece l’intento è di far emergere un’ironia diffusa.

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Nel caso di Scappa – Get out è evidente che ci sia un messaggio neanche tanto sottinteso. Jordan Peele sembra dare forma all’estremizzazione del razzismo, sembra giustificare una “caccia all’afroamericano” ma presupponendo una consapevolezza implicita della sua superiorità sul caucasico. Insomma, è come se si ritornasse alle questioni che dominavano il film di Spike Lee Fa’ la cosa giusta ma declinandole in un contesto di rapimenti, ipnosi forzate, torture ed esperimenti parascientifici.

L’incipit rende palese fin da subito l’ibridazione partendo da un esterno notte con rapimento, seguito da titoli di testa, ormai anacronistici, in cui una musica R&B preannuncia già quale sarà il punto di vista delle vicende.

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Chris e Rose, una coppia interrazziale, va a far visita ai genitori di lei, Dean [Bradley Whitford, Saving Mr. Banks, Quella casa nel bosco] e Missy [Catherine Keener, candidata all’Oscar® come miglior attrice non protagonista per Essere John Malkovich e Truman Capote – A sangue freddo]. Chris [Daniel Kaluuya] è un fotografo dallo sguardo attento e profondo, Rose [Allison Williams] la fidanzata amorevole che tutti vorrebbero. Ma, una volta a destinazione, la ragazza sembra non percepire lo stesso mood negativo del ragazzo che si ritrova da solo ad indagare sugli strani comportamenti di Georgina e Walter, anacronistici servi di famiglia, mentre prova, come ogni buon genero, ad evitare problemi con dei suoceri eccentrici senza deludere né loro né la loro amata figlia. Ma per quanto Chris possa non volere problemi, saranno i problemi a trovare lui. E se l’unica sua speranza è Rod, il suo amico petulante, interpretato dallo spassoso Howery…

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E dire che nel viaggio verso casa dei suoceri, un incidente avrebbe potuto far presagire qualcosa. Probabilmente il personaggio di Chris non ha mai visto The invitation, dove l’aver investito un animale selvatico diventa allegoria della messa in pericolo della sua libertà, nonché della sua vita. La figura della vittima sacrificale non è l’unico nesso con il film di Karyn Kusama. Anche in Scappa – Get out l’ambiente principale è una villa di lusso, dove vivono le regole di una comunità chiusa dalla mente deviata e dove il protagonista dovrà lottare contro il proprio senso di colpa prima che per la propria vita.

Non mancano, poi, i riferimenti esterni e le allusioni colte con un Jesse Owens citato come rivale sportivo del nonno di Rose e il cotone che, da simbolo di schiavitù e frustrazione, assurge a possibile strumento di libertà e rivalsa.

Pur non considerandolo un film da vedere e rivedere, bisogna ammettere che Scappa – Get out di spunti di riflessione ne fornisce e il fatto che rappresenti solo il primo approccio del regista al genere horror, non può che far ben sperare per i lavori futuri. In questo caso Jordan Peele sembra essersi concentrato un po’ troppo sul sottotesto non curando abbastanza il mistero e rendendo troppo sbrigativa la resa dei conti finale. Giudizio sospeso, quindi, nell’attesa dei prossimi lavori.

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Il protagonista, Daniel Kaluuya, già tra gli interpreti di Kick-Ass 2 e Sicario, lo vedremo presto in Widows, diretto da Steve McQueen e in Black Panther, l’imminente nuovo fumetto Marvel trasposto per il cinema dal Ryan Coogler di Creed.

Arrival, di Denis Villeneuve

Arrival è un’opera ben misurata, un rebus affascinante, non troppo macchinoso, della giusta difficoltà, che sa parlare anche al grande pubblico, non necessariamente patito di fantascienza, toccando il cuore del romantico con alte punte di sentimento dolceamaro. L’acume cinematografico di Denis Villeneuve, già candidato all’Oscar® nel 2011 per La donna che canta, come miglior film straniero, e regista dei bellissimi Prisoners e Sicario, che hanno rinvigorito il codice del thriller. Forte dei successi ottenuti, il filmmaker canadese, quest’anno vuole riscrivere i canoni del genere sci-fi, con Arrival, appunto, e con l’attesissimo Blade Runner 2049, la cui uscita è prevista per il 6 ottobre 2017 negli Stati Uniti.

Presentato in concorso alla 73ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, Arrival trae il suo nucleo tematico dalle pluripremiate Storie della tua vita di Ted Chiang, e soprattutto da Story of your life, il racconto forse più interessante della raccolta, che è stato a lungo il titolo provvisorio del film.

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Siamo soli nell’universo?
Probabilmente non esiste essere umano che non se lo sia chiesto almeno una volta nella vita. Quindi, se un giorno vi trovaste davanti una delle dodici astronavi aliene del film, cosa chiedereste? “da dove venite?” e “perché siete qui?”, magari proprio in quest’ordine. Ma sorge un problema: come si può comunicare senza un linguaggio che faccia da ponte? Lasciando stare che spesso non ci si capisce nemmeno quando si parla la stessa lingua e che «si può comprendere la comunicazione e finire a vivere lo stesso da single», come afferma la stessa protagonista del film in una frase fondamentale per ricostruire correttamente gli inserti narrativi che non seguono la linea temporale della trama principale.

«Perché siete qui? Riuscite a capire? Da dove venite?».

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«Dodici! Perché non solo uno?».

Dodici misteriose astronavi extraterrestri appaiono sulla Terra. Non c’è una logica dietro la scelta dei luoghi dell’atterraggio e, anche se gli alieni manifestano una certa volontà di comunicare, i governi non sono in grado di stabilire un contatto produttivo. Così il Ministero della difesa americano incarica la linguista accademica Louise Banks [Amy Adams] di instaurare un dialogo con gli alieni, scoprire quanto più possibile e prima che qualche altra nazione scateni una guerra le cui conseguenze non possono essere che disastrose. In team con il fisico Ian Donnelly [Jeremy Renner, The Avengers], Louise dovrà affrontare una corsa contro il tempo in cerca di risposte che possono cambiare il corso degli eventi e, probabilmente gli stessi postulati fisici che sono alla base della conoscenza della razza umana.

«La lingua è il fondamento della civiltà, […] è la prima arma che si sfodera in un conflitto».

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Ad interpretare il colonnello Weber, il personaggio che sceglie Louise per “salvare il mondo” è l’ormai veterano della fantascienza Forest Whitaker: dopo aver preso parte a Ultracorpi – L’invasione continua, la personale versione di Abel Ferrara del classico The Body Snatchers, ha recitato in Specie mortale, è stato co-protagonista dell’intrigante Repo Men ma, soprattutto, è stato il carismatico Saw Gerrera in Rogue One: A Star Wars Story. Il colonnello sceglie Louise per la sua grande capacità di immergersi nella lingua per trovare la giusta mediazione e non è una sorpresa se Denis Villeneuve sceglie Amy Adams per l’umanità che sa trasmettere ai personaggi da lei interpretati, e rimane solo una battuta goliardica il fatto che le abbia giocato a favore essere la fidanzata di uno degli alieni più amati dal pubblico, Superman, L’uomo d’acciaio, e rimane una pura coincidenza che i due nomi Lois/Louise si somiglino. A fianco a lei anche Jeremy Renner, chiamato a rappresentare la personificazione della razionalità pura, del calcolo logico, della scienza che sa fare un passo indietro per lasciare la scena a chi ha incamerato le regole, le ha rielaborate e le ha stravolte in maniera geniale.

«Tu affronti le lingue da matematico».

La comunicazione è proprio una delle chiavi di lettura principali, sicuramente quella più evidente, sin dai primi frame. Ma la grandezza del film sta proprio nell’importanza di ogni tassello.

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La fotografia di Bradford Young [Selma – La strada per la libertà, La grande partita] ben si sposa con il tono poetico della storia: è desaturata, molto curata nella composizione, che sfrutta nel migliore dei modi e nella giusta misura la regola dei terzi, le diagonali e, quando è possibile, la sezione aurea, senza tediare con il virtuosismo fine a se stesso, al fine di dare risalto ai personaggi e alla comunicazione visiva, di supporto a quella verbale, protagonista indiscussa della sceneggiatura di Eric Heisserer [Lights Out: Terrore nel buio, ma anche Van Helsing, il reboot annunciato per l’ambizioso Universal Monsters Universe].

La difficoltà di comprensione è ben rappresentata e sottolineata in modo implicito, ma comunque abbastanza evidente nella versione originale del film, dal nome che Ian dà ai due interlocutori extraterrestri: Abbott & Costello, il duo comico che ha reso celebre il numero “Who’s on first”, derivato dagli intrattenimenti leggeri del vaudeville, e diventato lo sketch che rappresenta per antonomasia ed in maniera esilarante il misunderstanding verbale. Probabilmente per non far calare troppo la tensione (Abbott & Costello in Italia sono Gianni & Pinotto) e fornire un riferimento più popolare, la traduzione italiana ha deciso di sostituire con Tom & Jerry i nomi originali. Lungi dal demonizzare una scelta che sarà sicuramente studiata su basi di calcolo matematico, per il bene del film e per la completezza del suo messaggio sarebbe stato opportuno rischiare. Ma si parla, in fondo, di “pelo nell’uovo”!

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Proseguendo l’analisi del film e addentrandosi in un livello ulteriore di significazione, ci si imbatte nel meccanismo ad orologeria di Arrival, il concetto-cluster di TEMPO, che trascina a sé tutto il resto e lo condensa nella forma simbolica del CERCHIO e nella sua declinazione a tre dimensioni: la sfera, schiacciata per ottenere una particolare forma di astronave che possa richiamare un altro simbolo che nell’iconologia classica incarna insieme i concetti di perfezione e vita, l’uovo, o i “gusci” come vengono chiamati nel film.

Assieme, cerchio e tempo, in interconnessione simbiotica di significato, abbracciano materie e culture ben differenti, ma che contribuiscono al sapere dell’umanità e forniscono una connotazione molto alta al testo cinematografico. Senza scendere troppo nel dettaglio e per lasciare al lettore la libera scelta di documentarsi prima per una miglior comprensione o di verificare i molti rimandi solo successivamente alla visione di Arrival, è opportuno segnalare la massiccia presenza di citazioni di materia scientifico-linguistica come la successione di Fibonacci, la formula per calcolare la variazione dell’entropia che campeggia su una lavagna quando Louise spiega che prima di chiedere qualsiasi cosa deve accertarsi che gli alieni capiscano cosa sia una domanda, il concetto di “gioco non a somma zero” ma anche di logogramma, le scritture semasiografiche, l’ipotesi di Sapir-Whorf, l’ensō (= cerchio) del buddhismo zen inteso come sintesi perfetta della libertà d’espressione del tutt’uno corpo-spirito, gli orecchini a forma di nautilus e i nomi dei due protagonisti che diventano un omaggio allo scrittore di fantascienza Iain Banks.

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Se il punto di riferimento per gli esseri alieni eptapodi sembrano essere le descrizioni degli Antichi di Lovecraft, innestate su di un’ibridazione di animali terrestri comuni come polpi, elefanti, ragni e balene, per quanto riguarda gli spunti di riflessione ed il voler innalzare ad un livello più alto la conversazione fantascientifica al cinema non poteva non essere il Nolan di Interstellar e Inception, che «hanno raggiunto un traguardo incredibile, al livello di Spielberg» in Incontri ravvicinati del terzo tipo, secondo il regista Villeneuve. Anche Arrival come il film di Spielberg, e come 2001 di Kubrick, gioca molto sull’elemento sonoro. Quando il guscio-monolito è inquadrato un suono particolare, forse di un didgeridoo, e questo suono dal sapore ancestrale gradualmente si fonde, per stratificazione, con i rumori diegetici e con la musica minimalista, composta da Jóhann Jóhannsson [La teoria del tutto, Prisoners], in un tutto armonico, che sembra suggerire una primitiva armonia con il creato mescolata con la paura-fascino per il perturbante, rappresentato da tutto ciò che è alieno.

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In maniera più intrinseca, poi, nel sottotesto, Arrival pone anche altri quesiti. Dietro al “da dove venite” e “perché” si nascondono domande di natura esistenziale, introspettiva e tipicamente umana: chi siamo? da dove veniamo? dove siamo diretti?

E se c’è qualcosa che il film lascia da elaborare mentre la melodia palindroma del violino accompagna i titoli di coda è una riflessione sull’amore, che risulta l’unico elemento cosmico slegato da qualsiasi legge o altra forma di sottomissione gerarchica: l’amore fa il suo corso dove e quando vuole ed è ciò che rimane anche quando tutto il resto è finito. Nessuno sa se nell’infinito ci sia amore ma una sensazione innata ci spinge a credere che l’amore sia infinito, al di là di ogni logica, e «inarrestabile», come la giovane Hannah (altro palindromo!) e la scelta d’amore di sua madre!

«Se potessi vedere la tua vita dall’inizio alla fine, cosa cambieresti?».
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Assassin’s Creed, di Justin Kurzel

Assassin’s Creed è un “Balzo della Fede” per tutti. La più bella trasposizione cinematografica che sia mai stata fatta di un videogioco che, con buona pace dei detrattori della sottocultura dei gamers, si spinge oltre l’intrattenimento ludico, fornendo un materiale narrativo senza precedenti, con trame e sottotesti, che tradiscono una visione del mondo al passo con i tempi e le teorie cospirative che, da qualche anno, sono oggetto dell’interesse pubblico.

Parafrasando la celebre frase dell’allunaggio, sarebbe potuto essere un piccolo balzo per il fan ma un salto nel vuoto per chi non ha alcuna dimestichezza con la serie e la sua complessa struttura narrativa che mescola sapientemente fantascienza, storia, azione e spionaggio. Invece, l’Assassin’s Creed di Justin Kurzel [Macbeth, Snowtown] diventa un’esperienza emozionante anche per chi non ha mai giocato al videogame e conosce solo per fama quello che è diventato, a suon di successi, uno dei migliori cross media brand degli ultimi 10 anni.

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Il primo a “saltare” a bordo, di questo progetto ad alto coefficiente di difficoltà, è stato Michael Fassbender, il cui debutto cinematografico è legato ad un’altra trasposizione cinematografica, dello stesso anno in cui la prima versione di Assassin’s Creed entra nelle case dei gamers, il 2007, quando, nel ruolo di Stelios, prende parte, diretto da Zack Snyder, a 300, il superbo adattamento del fantastico graphic novel di Frank Miller. Ha poi conquistato pubblico e critica con Hunger e Shame, diretti da Steve McQueen, per poi ricevere una nomination come miglior attore ai Golden Globe ai BAFTA e agli Oscar® per la sua interpretazione di Steve Jobs, diretto da Danny Boyle.

Un ottimo inizio abbinare uno dei giochi più amati di tutti i tempi con uno degli attori più acclamati del momento, ma si correva il rischio di fare gli stessi errori di altri adattamenti che hanno miseramente fallito nell’hitchcockiano intento di riempire schermo e sedili del cinema.
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Nell’inedita veste di produttore, Fassbender chiede ad un team familiare di fidarsi del suo istinto, coinvolgendo il regista Justin Kurzel, l’attrice Marion Cotillard, premio Oscar® per La vie en rose, lo sceneggiatore Michael Lesslie, il compositore nonché cantante-chitarrista e fratello del regista Jed Kurzel, il direttore della fotografia Adam Arkapaw, che avevano tutti preso parte al Macbeth del 2015. Curioso, poi, che Fassbender abbia scelto Brendan Gleeson per interpretare di nuovo un suo padre filmico come in Codice Criminale.

A fornire esperienza e ulteriore sostanza al cast già lussureggiante la presenza scenica di Jeremy Irons e Charlotte Rampling e del costume designer Sammy Sheldon [Ex machina, Ant-Man, V per Vendetta], fondamentale per la maniacale ricostruzione storica e l’adattamento concreto del game concept alla fruibilità attoriale.

Un bel “Balzo della Fede” lo avete compiuto anche voi lettori ad aver sopportato tutto questo preambolo prima di arrivare a conoscere la TRAMA del film:

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Antefatto ambientato nella Spagna del 1492, con la presentazione dell’interminabile scontro tra l’Ordine dei Cavalieri Templari, che cercano di impossessarsi della Mela dell’Eden e togliere così all’umanità il dono del libero arbitrio, e la Confraternita degli Assassini, che sono votati, anima e corpo, alla difesa della reliquia sacra e del genere umano. Nella Mela è, infatti custodito il seme della prima disobbedienza e potrebbe essere adoperata per assoggettare a qualsiasi volere la mente degli uomini.

«Le nostre vite non sono niente. La Mela è tutto»

Sulle note di una ballata heavy metal, che sottolinea perfettamente la spettacolarità di una ripresa aerea, cifra stilistica del gioco prima che del film, la mdp segue il volo di un’aquila e l’azione del prologo si sposta a Baja California nel 1986, quando qualcosa di estremamente significativo segna l’infanzia del protagonista,  Callum Lynch, e ne determina il futuro, ovvero il suo 2016, quando, ormai adulto attende l’iniezione letale nel penitenziario di Huntsville, in Texas.

«Il tuo sangue non ti appartiene»

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Segretamente salvato dalla Abstergo, società segreta che funge da facciata “pulita e luminosa” dei Templari, Callum [Michael Fassbender] è costretto a sperimentare una tecnologia rivoluzionaria ideata dalla dottoressa Sophia Rikkin [Marion Cotillard] per «eliminare la violenza e combattere l’aggressività»: l’ANIMUS, un macchinario, meravigliosamente migliorato rispetto alla sedia da dentista del videogioco, che permette al paziente di “rivivere in prima persona” i ricordi dei suoi antenati. Callum scopre, così, di discendere da quell’Aguilar de Nerha [sempre Michael Fassbender], membro dell’Ordine degli Assassini, vissuto nella Spagna del XV secolo, nonché ultima persona conosciuta ad aver posseduto la Mela. I Templari vogliono sfruttare il flusso di memoria per scoprire dove sia tenuta nascosta la reliquia, ma con i ricordi Callum immagazzina anche le esperienze, le conoscenze e le abilità di Aguilar e soprattutto ne eredita la missione.

«Giurami che sacrificherai la tua vita»

Assassin’s Creed ha un incipit che cattura e l’immedesimazione è la chiave di volta della trama, per il rapporto spaziotemporale che si crea tra il protagonista e il suo antenato e, parallelamente, tra personaggi e spettatori. Rapiti da e scaraventati nel pieno dell’azione fin da subito, si può non far caso al registro simbolico, indissolubilmente legato alla spettacolare fotografia, che valorizza i contrasti e rispetta la regola dei terzi e la sezione aurea senza troppo ricorso alla CGI.

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Girato nel deserto dell’Almeria, in Spagna, dove Sergio Leone ha realizzato i suoi western da antologia, il film di Kurzel dà eco al ribaltamento della simbologia classica operato già in origine dai creatori del videogioco e dona risalto ai Templari in inquadrature dove risultano avvolti nella luce, con la croce, loro emblema, a campeggiare prepotentemente, generando un sottotesto che sovverte in maniera provocatoria ogni concezione dogmatica, secondo la quale la luce debba rappresentare il Bene e l’ombra il Male.

Emblematica è una delle prime scene quando la mdp striscia rasoterra e sinuosa come il serpente dell’Eden e raggiunge la cella di Callum dove assistiamo ad uno scambio di battute e di vedute tra lui e il prete confessore in un tripudio di dialettica fotografica caratterizzato dal forte contrasto luce-ombra. La mdp strisciante è una cifra stilistica che tornerà nel corso del film a segnalare momenti significativi.

«Vuoi salvare la mia anima?»

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Lontani dalla luce dei riflettori, invece, svolgono la loro missione gli Assassini, la cui origine è liberamente ispirata ai Nizariti, la principale setta degli ismailiti, una corrente dell’islam sciita, seguaci dell’Aga Khan, e conosciuti in passato anche come Setta degli Assassini oppure semplicemente Assassini (Hashashin). La parola “assassino” deriva proprio dalla loro pratica di ricorrere a omicidi mirati per l’affermazione della propria politica .Realmente esistiti, quindi, ma, come i Templari, oggetto di miti e leggende che hanno dato ampio margine di manovra a soggettisti e sceneggiatori fino alla creazione del conflitto millenario che è alla base dell’Assassin’s Creed universe.

«Agiamo nell’ombra per servire la luce. Siamo Assassini»

Un ulteriore spunto di riflessione a caldo ha un’origine etimologica: malum/male e malum/mela sono entrambi sostantivi neutri della seconda declinazione, ma differiscono nell’accento (breve per “male” e lungo per “mela”), che però è facoltativo scrivere, quindi la mela da semplice anagramma è assurta ad emblema del Male per qualche traduzione sbrigativa persa nel tempo, nel Medioevo degli amanuensi, quando analfabeti pendevano dalle labbra di semianalfabeti ed era molto più semplice raccontare una fiaba fantasy che non spiegare che il Bene e il Male coesistono, senza confini ben definiti, nell’universo, allo scopo di equilibrarne le forze e mantenere l’archetipica armonia degli opposti.

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Infine arriviamo a quello che senza ombra di dubbio possiamo considerare il più grande “Balzo della Fede” nel film di Assassin’s Creed, perché reale, perché fuori davvero da ogni immaginazione: è  quello che opera Damien Walters, ginnasta, corridore e stuntman molto richiesto [Kingsman: Secret Service, Captain America – Il primo vendicatore, Scott Pilgrim vs. the World]. Nessuna controfigura digitale, quindi, per quello che è considerato nella narrazione stessa del videogioco come un’azione mitica, che ha in sé del soprannaturale. Fassbender, che si è fatto sostituire nelle scene di combattimento per solo il 15% delle riprese, è rimasto stupito: «Damien ha fatto veramente un Balzo della Fede di 35 metri buttandosi da una gru senza cavi e senza alcuna corda elastica, solo in caduta libera».

Anche per un stuntman con l’esperienza di Walters, la caduta libera fa paura al solo pensarci. La produzione ha messo in campo una seconda unità per catturare lo stunt sul set quel giorno, e meno male perché l’unità principale si era messa in pausa per guardare Walters saltare. Walters ci ride su: «L’effettiva sagoma della base su cui cadere è di soli 10 metri x 10 metri, l’effetto che ti fa quando sei sulla piattaforma a 35 metri è quello di dover cadere su un foglio A4. La cosa migliore è quando ne esci e puoi dire a te stesso “Sì, sto bene”».

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«Quando giri, 25 metri o 35 possono dare la stessa impressione – ha dichiarato il regista – ma per Damien era fondamentale raggiungere un’altezza record. È stata una giornata emozionante, ma anche stressante, ma credo che si riesca a percepire anche nel girato, senti che qualcuno lo ha effettivamente fatto. E mi piace il fatto che io ci fossi e che l’abbia potuto girare, non è come quando lo realizzi in tutta tranquillità con qualcuno che spinge un paio di pulsanti».

Prodotto da New Regency, Ubisoft Motion Pictures, DMC Films e Kennedy/Marshall e distribuito da 20th Century Fox, il film è destinato ad essere il capostipite di un franchise cinematografico a lunga percorrenza: «questo film segna l’origine di una storia – ha dichiarato Fassbender – Abbiamo un’idea su che strada percorrere nel corso dei prossimi due film. Abbiamo creato un arco narrativo in grado di coprire tre lungometraggi. Vedremo come gli spettatori reagiranno con questo primo capitolo». Intanto è in fase di preproduzione il secondo film, che Kurzel vorrebbe ambientare durante la Guerra Fredda, il periodo giusto per “vivere nell’ombra”!

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«Vivi nell’ombra!»

Il cliente, di Asghar Farhadi

Il cliente (in persiano: فروشنده‎, “Il venditore”) è un film di Asghar Farhadi, presentato il 21 Maggio al Festival di Cannes 2016, dove ha ricevuto la Palma d’oro per la sceneggiatura e per il miglior attore. È poi stato distribuito in tutta la Francia a partire dal 9 Novembre con il titolo Le client, mentre in Italia la Lucky Red lo distribuirà nelle sale dal 5 gennaio mantenendo il titolo nella traduzione francese, che non tiene conto dei sottili e continui rimandi al famosissimo dramma di Death of a Salesman, ovvero Morte di un commesso viaggiatore di Arthur Miller.

Completamente ambientato e girato a Teheran, Il cliente racconta, infatti, le vicende di una coppia di attori teatrali, Emad [Shahab Hosseini] e Rana [Taraneh Alidoosti], costretti a lasciare il loro appartamento a causa di un danno strutturale causato dai lavori nel cantiere limitrofo, proprio mentre stanno portando in scena Morte di un commesso viaggiatore. Grazie ad un amico, l’attore Babak [Babak Karimi], si spostano in una nuova casa.
«Finalmente la fortuna ci sorride».

Ma un giorno hanno l’infelice idea di spostare sull’adiacente terrazza alcuni oggetti dell’ex inquilina trovati in una stanza chiusa a chiave. Da quel momento si presentano alla loro porta tutta una serie di problemi, primo fra tutti l’aggressione subita da Rana per mano di uno sconosciuto, sulle cui tracce si mette Emad per indagare oltre la strana omertà della moglie e poter soddisfare il proprio personale desiderio di giustizia che viaggia sul sottile filo che separa la ragione dal torto, in uno studiato climax di suspence.

«Sono stata io ad aprire la porta: aspettavo te! Sono uscita dal bagno e ho aperto con il citofono e sono ritornata in bagno. Mi stavo mettendo lo shampoo e ho sentito che è entrato qualcuno. Da dietro mi ha messo la mano tra i capelli… Pensavo fossi tu! Poi ho visto le sue mani e non ho capito più cos’è successo».

Portare in scena la sofferenza delle vittime, la rabbia e la sete di vendetta dei loro familiari, spesso paga ma non appaga, cinematograficamente parlando, e sembra che il pluripremiato regista iraniano questo lo abbia imparato bene, se costruisce un intricato thriller, avvincente e preciso nei minimi dettagli, che stigmatizza anche l’umanità dei “cattivi”, sottolineando come la visione reale del Bene e del Male spesso non corrisponda al più diffuso modello manicheo.

 

 

Una grande prova attoriale quella dei protagonisti che ben sviluppano uno dei temi più ricorrenti nel cinema di Farhadi: una coppia solida e unita solo nell’apparenza, che nasconde, invece, modi di reagire e ideali in netto contrasto, che minano il loro rapporto armonico fino a far emergere un abisso profondamente oscuro di incomprensioni.

Con Shahab Hosseini, suo attore-feticcio, Asghar Farhadi trionfa sempre: con About Elly, vincitore dell’Orso d’argento a Berlino 2009 per la miglior regia; con Una separazione, nel 2012,  ha vinto il Golden Globe come miglior film straniero e la statuetta come miglior film straniero ai premi Oscar 2012. Si preannuncia una dura lotta con il nostro Fuocoammare per le nomination agli Academy Awards 2017! E sarebbe la quarta candidatura per Fahradi.

Una curiosità: durante la produzione, Farhadi ha postato un annuncio sui social media chiedendo alle persone di inviare delle brevi audizioni video per partecipare come attori non professionisti alla realizzazione del film. Risultato? Migliaia di iraniani hanno aderito all’iniziativa con la speranza di apparire anche solo per pochissimi secondi in qualche scena de Il cliente e record di incassi in Iran nel primo weekend.

 

Passengers, di Morten Tyldum

Passengers è un sofisticato catastrophic movie in cui si nasconde un storia d’amore o è un film sentimentale che usa come MacGuffin i tentativi di salvare una nave spaziale in avaria? Ognuno percepirà in maniera differente il piatto della bilancia che si sposta dall’una o dall’altra parte, ma il fatto è che il regista, Morten Tyldum, non è nuovo all’ibridazione dei generi, tra l’altro con esito estremamente positivo, vista la candidatura agli Oscar® con The imitation game, il biopic sul matematico inglese Alan Turing, che spazia dallo spionaggio alla riflessione sull’identità di gender.

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Durante un viaggio lungo 120 anni verso il pianeta Homestead II, sull’astronave-arca Avalon, Jim Preston [Chris Pratt, I Guardiani della Galassia, Jurassic World] si sveglia dall’ibernazione, ma è troppo presto, 90 anni prima del previsto, per la precisione, e senza alcuna possibilità apparente di soluzione: tutti gli altri si sveglieranno a 4 mesi dall’arrivo a destinazione, perciò niente equipaggio, pilota automatico e qualche intelligenza artificiale a provvedere alle necessità di routine!
A causa di un malfunzionamento al sistema della sua capsula, insomma, Jim si trova a dover vivere da solo su di una nave, lussuosa e «a prova di guasto» come il Titanic. Il destino sembra prendersi gioco delle speranze del ragazzo della classe operaia, partito per «costruire un nuovo mondo» con le sue competenze da meccanico e catapultato suo malgrado in una situazione ben sopra le sue capacità. Ma prima che il problema dell’Avalon risulti evidente ai suoi occhi, c’è un problema che gli risulta più importante al momento: deve svegliare o no la «bella addormentata» Aurora Lane [Jennifer Lawrence, Hungers games, X-Men] e “condannarla” a condividere la sua sfortuna?

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Un nome calzante, Aurora, una citazione forse anche troppo esplicita della protagonista della fiaba di Charles Perrault, ma non è l’unica e più avanti avremo modo di parlare dei riferimenti che il film semina all’interno della trama e delle scene. La ragazza rappresenta la prima svolta degna di nota della trama: la ragazza è una passeggera di prima classe (come la Rose interpretata da Kate Winslet), una scrittrice di New York che ambisce al premio Pulitzer e, per questo motivo, ha un biglietto di andata e ritorno per portare su una Terra, più vecchia di almeno 240 anni, la storia sensazionale della «più grande migrazione di massa della storia umana».
Entrambi i protagonisti hanno i loro obiettivi primari, in netto contrasto, ma il vero problema che sono chiamati a risolvere con urgenza è il guasto alla nave, un mistero che mette a repentaglio la vita di tutti i passeggeri. Non c’è tempo per egoistici traguardi, è tempo di “salvare la baracca”.

«Siamo prigionieri su una nave che affonda»

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La sceneggiatura di Jon Spaihts [Doctor Strange, Prometheus] è stata annoverata nella “black list” delle migliori sceneggiature non prodotte nel 2007. «Una delle cose che mi ha attratto di questo script è stato il modo in cui Jon ha collocato una storia intima all’interno di un grande scenario – dichiara il produttore Neal H. Moritz [Piccoli brividi, Fast & Furious 8] – è un film d’azione con una spettacolarità epica».

Chris Pratt è molto ben calato nella parte, si vede che ha dimestichezza, ormai, con il genere ed il green screen, dopo aver interpretato Star-Lord ne I Guardiani della Galassia. Pratt risulta molto espressivo mentre è in navigazione solitaria, un po’ meno incisivo quando deve interagire con il resto del cast, ma pur sempre credibile. Chi invece appare un po’ stretta nella parte è Jennifer Lawrence, che però riesce, nei momenti drammatici e adrenalinici, a ricavare lo spazio necessario perché il pubblico possa rivivere, seppur in parte, la forza e l’emozione dei personaggi che l’hanno resa celebre.

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Una menzione particolare va a Michael Sheen [Frost/Nixon, Via dalla pazza folla]. L’attore, grazie agli straordinari effetti speciali, interpreta l’androide Arthur, il barista di bordo, unica “presenza” fisica sulla nave per Jim fino al risveglio di Aurora. Il regista ne ha giustamente tessuto le lodi: «Michael ha dovuto apportargli umanità, e, allo stesso tempo, doveva emergere il fatto che nella parte inferiore è una macchina, senza farne un cliché»

«Sai tenere un segreto?»
«Non sono solo un barman, sono un gentiluomo!»

Il personaggio di Arthur richiama, insieme al bar stile retro in cui lavora, l’atmosfera dell’Overlook Hotel dello Shining di Kubrick, con tanto di discorsi al limite del paradosso con Jim, novello Jack Torrance, che dimostra scientificamente all’intelligenza artificiale la sua esistenza a bordo attraverso un ragionamento per assurdo [«Non è possibile che lei sia qui»] oppure con il robot che dispensa consigli [«Per un po’ si goda la vita»] e massime filosofiche. Una citazione che si va ad aggiungere a quella de La bella addormentata nel bosco e al riferimento principe della trama: il Titanic di James Cameron. Crea, in questo contesto, una certa indignazione il fatto che questi riferimenti non vengano mai citati in nessuna intervista, pressbook o articoli riguardanti Passengers.

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Parlando della realizzazione della gigantesca astronave Avalon, il regista Tyldum ci tiene a far notare che «guardando al futuro, hanno creato una navicella spaziale con un design molto particolare che utilizza la forza centrifuga tramite la rotazione di pale, per creare forza di gravità, e contiene robot, ologrammi, e altre tecnologie d’avanguardia» con un design generale che lui stesso definisce “nostalgico”, ispirato all’Art Déco, alla Hollywood classica de Il grande Gatsby e alle uniformi della seconda guerra mondiale. «Il passato è con noi – prosegue Tyldum – il passato ci ispira e volevo che apparisse nel film. Allo stesso tempo, ha dei robot, è una nave intelligente, ha degli schermi, e ha Artificial Intelligence. La combinazione di tutto ciò, su un piano puramente estetico e visivo, credo sia unico». Ecco, magari, proprio unico no, se addirittura Jim dice «Ti fidi di me?» ad Aurora, nella loro passeggiata mozzafiato sull’orlo di una nave di lusso che attraversa l’universo, come una qualsiasi coppia che si diverta ad emulare la scena cult di Jack e Rose sulla prua del transatlantico.
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Rendere evidente il riferimento allargherebbe maggiormente il target di Passengers alla fetta di pubblico femminile che, di solito, non apprezza le avventure spaziali catastrofiche, storicamente destinate più che altro ai gusti maschili.

Questo mancato tributo non getta di certo alle ortiche il film intero, che risulta piacevole ed avvincente, nonché spettacolare con CGI non troppo invadente. Unico problema è la flebile paura per la sopravvivenza dei protagonisti: i pericoli vengono affrontati in maniera troppo sbrigativa, eccezion fatta per la magistrale scena in piscina, forse per non distogliere dalle vicende sentimentali e mantenere un equilibrio da cinema classico, cosa che un cinefilo integralista etichetterebbe come una anacronistica mancanza di coraggio nelle scelte. Volenti o nolenti, questa non scelta rende Passengers un film per tutti.

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Jim: «Va’ a farti fottere!»
Computer: «Al tuo servizio»

Una crew d’eccezione per un blockbuster che promette spettacolo e sentimento: la colonna sonora è affidata a Thomas Newman [tredici candidature agli Oscar®, tra cui Spectre e Alla ricerca di Dory]; il direttore della fotografia è l’affidabile Rodrigo Prieto di Argo e The Wolf of Wall Street, forte di una Arri Alexa 65 equipaggiata con lenti Panavision Primo 70; le scenografie, poi, sono affidate a Guy Hendrix Dyas [Inception, I fratelli Grimm e l’incantevole strega]; inoltre, a fornire credibilità ulteriore a tute spaziali e a valorizzare il corpo della Lawrence in vestiti e costumi da bagno all’avanguardia è la costumista preferita di Alfonso Cuarón, Jani Temime [Gravity, I figli degli uomini, Harry Potter]; infine, il delicato settore dell’editing è affidato a MaryAnn Brandon [Star Wars: Episode VII – Il Risveglio Della Forza] che ha avuto il suo bel da fare a montare le scene girate in ottobre per sistemare all’ultimo ciò che non funzionava egregiamente.
Memorabile la performance di Andy Garcia!

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A good marriage, di Peter Askin, in DVD

Il Maestro del brivido Stephen King firma la sceneggiatura di A good marriage, sulla base del racconto Un bel matrimonio, inserito nell’antologia Notte buia, niente stelle. Una trasposizione degna di lode per lo scrittore americano che si può dire ormai uscito dalla vecchia maledizione che vedeva sfiorire ogni tentativo di portare con successo al cinema le sue opere. Il merito va a Peter Askin, classe 1940, regista di Trumbo, l’apprezzato documentario del 2007 [da non confondere con L’ultima parola – La vera storia di Dalton Trumbo, del 2015, diretto da Jay Roach], scritto dallo stesso figlio dello sceneggiatore due volte premio Oscar®, per il miglior soggetto di Vacanze romane (1953, William Wyler), attribuito al collega Ian McLellan Hunter e riconosciuto a Trumbo solo nel 2011, e per La più grande corrida (1956) di Irving Rapper. Trumbo fu inserito nella Hollywood Ten, la lista nera dei sospettati di avere simpatie comuniste durante la famosa “caccia alle streghe” del maccartismo. Ma questa, come lui stesso direbbe, è un’altra storia e, per quanto affascinante, esula dall’oggetto in questione, l’ironico thriller A good marriage.

Bob [Anthony LaPaglia,] e Darcy [Joan Allen] vivono quello che si definirebbe “a good marriage”: 25 anni di matrimonio e sono più affiatati che mai, hanno due figli “sistemati” e una bellissima casa «un posto per ogni cosa e ogni cosa al suo posto». Tutto perfetto. Ma dietro la loro vita si nasconde un segreto: Bob è un assassino spietato e lucido, il serial killer che ha violentato, torturato e ucciso dodici donne, l’uomo che polizia e media cercano da tempo.

«Sono solo un contabile collezionista di monete».

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Degna di nota la prova di Joan Allen [Room, Pleasantville], che è riuscita a trasmettere la vasta gamma di sentimenti che prova la sua Darcy, nonostante, stranamente, le scelte registiche non optino per dei necessari piani ravvicinati, almeno nelle scene finali, emotivamente più forti. È lei a tenere le redini dei dialoghi e dell’immedesimazione spettatoriale, mentre Anthony LaPaglia [Lantana, ma la maggior parte se lo ricorderanno perché dal 2002 al 2009 è stato Jack Malone, il protagonista della serie TV Senza traccia] è limitato nell’agire e, soprattutto, nel reagire, in modo da sottolineare la calma quasi ultraterrena del suo personaggio, un individuo posato, calcolatore e dal sangue freddissimo.

La mostruosità, in questi personaggi di King, è una voce interiore, come era già accaduto per Dolores Claiborne [L’ultima eclissi] che comunica un desiderio di morte, un’ombra che dilania lo spirito, invece del corpo, prima di trascinare vittime e carnefici nelle tenebre, in una tana del mostro che risulta celata nel più profondo baratro dell’animo umano.

Parte in sordina A good marriage, per poi alterare gradualmente gli equilibri, generando una complessità psicologica dei meccanismi interni alla coppia. Questi disequilibri sono resi visivamente da inquadrature che potremmo definire “litigate” dalle parti e che spostano il piatto della bilancia dell’empatia, nella mente dello spettatore, portato a riflettere sul da farsi, come se fosse egli stesso parte integrante del racconto, prima, e del film, ora.

E se il vostro partner fosse un serial killer? Voi, cosa fareste?

IL DVD

REGIA: Peter Askin INTERPRETI: Joan Allen, Anthony LaPaglia, Stephen Lang TITOLO ORIGINALE: A good marriage GENERE: thriller, crime DURATA: 97′ ORIGINE: USA, 2014 LINGUE: Italiano 5.1 DTS, Italiano 2.0 Dolby Digital, Inglese 5.1 Dolby Digital, Inglese 2.0 Dolby Digital SOTTOTITOLI: Italiano e per non udenti EXTRA: Trailer DISTRIBUZIONE: Cecchi Gori Entertainment

A good marriage è presentato da CG Entertainment in un’edizione DVD con classica custodia amaray a disco unico. L’audio è multicanale, ma solo Dolby Digital, in italiano e inglese. Il formato video da 2.35:1, uno spettacolare anamorphic widescreen, è segno che si vuole principalmente far leva sulle prerogative più smaccatamente cinematografiche del prodotto: la storia, traboccante d’ironia, e i personaggi, dei veri e propri eroi tragici. A dar ragione a questa ipotesi la presenza di extra ridotti proprio all’essenziale: solo il trailer.

The Gift – Regali da uno sconosciuto, di Joel Edgerton, in DVD

The Gift – Regali da uno sconosciuto si presenta come il suo autore: in punta di piedi e, senza fare troppo clamore, si guadagna sul campo la stima dei critici e del pubblico, che ne hanno apprezzato il clima di ansia persistente, la tensione latente che emerge gradualmente in superficie come in un crescendo musicale, con ogni nota ben studiata e un gran finale sorprendente, da standing ovation. Dire altro a riguardo significherebbe raccontare troppo.

«Chiedi e ti sarà dato».

Simon Callum [Jason Bateman, Juno, Hancock, State of play] e sua moglie Robyn [Rebecca Hall, The prestige, The town e, prossimamente, Il grande gigante gentile] si sono trasferiti da Chicago e hanno preso una casa fantastica in un sobborgo di Los Angeles, nella zona residenziale sotto la famosa Mulholland Drive, all’ombra dell’insegna “Hollywood”, un lusso giustificato da un posto di lavoro di alto livello che Simon ha ottime possibilità di ottenere.

Los Angeles per Simon significa anche un ritorno alle origini, radici ormai dimenticate, amici che ha perso di vista. C’è chi, invece, non si è dimenticato di lui: Gordon Moseley, [Joel Edgerton, Black mass, Animal kingdom, Midnight special] detto “Gordo”, suo vecchio compagno di liceo, che è determinato a ricostruire il loro rapporto.

Gordo è estremamente gentile, disponibile, servizievole, a tal punto da risultare morboso e inquietante, facendo recapitare regali a sorpresa a casa dei coniugi, anche in loro assenza, o andando puntualmente a far visita a Robyn quando Simon è a lavoro.

Regalo dopo regalo, favore dopo favore, la vita della coppia non sarà più la stessa. Ma… se il vero mostro non fosse lui?

«Tu hai chiuso con il passato ma il passato non ha chiuso con te».

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Inizialmente intitolato Weirdo, The gift – Regali da uno sconosciuto è un thriller ben congegnato, permeato di un’ansia persistente. Si ha la piena sensazione di qualcosa che incombe sui protagonisti, di qualcosa che deve accadere, volenti o nolenti, di un’oscura presenza, costante e foriera di inquietudine, messaggera di un passato mai dimenticato, che ritorna alla luce regalo dopo regalo, fino all’ultimo, quello di congedo, che terrorizza e spiazza il protagonista, così come lo spettatore.

Per Edgerton si tratta del debutto alla regia di un lungometraggio, dopo aver già diretto in passato due cortometraggi The list (2008) e Monkeys (2011).

Non occorre soffermarsi molto sullo sviluppo della storia per notare l’influenza che ha avuto Alfred Hitchcock sulla stesura della sceneggiatura, come anche film tipo Attrazione fatale di Adrian Lyne e Niente da nascondere di Michael Haneke. Ma è interessante notare come esistano parecchie connessioni con la trilogia della vendetta di Park Chan-wook e con Old boy, versione originale.

In The Gift – Regali da uno sconosciuto viene nominato più volte Apocalypse now, ma non è l’unica citazione cinematografica presente: il nome del dottore sull’etichetta delle pillole che Robyn ruba alla vicina è Dr. Sapperstein, lo stesso di Rosemary’s Baby; da Shining invece proviene il logo su una bottiglia di vino, all’inizio del film, che mostra lo stesso schema del labirinto di siepi presente nel film; inoltre Robyn viene ricoverata nella stanza 237, lo stesso numero della camera del Overlook Hotel!

Edgerton è anche produttore del film attraverso la Blue-Tongue Films, fondata con il fratello Nash (The Rover, Zero Dark Thirty), che lo ha sostituito dietro la macchina da presa quando era in scena. Nash ha anche lui un film all’attivo da regista The Square (2008), vincitore del premio per la miglior sceneggiatura ai Film Critics Circle of Australia Awards e sceneggiato da Joel. Anche di un intenditore come Jason Blum è rimasto stregato dal film di Edgerton, al punto che lo ha prodotto con la sua Blumhouse Productions. E sembra sia stato lo stesso Blum a cambiare il titolo da Weirdo a The Gift.

La colonna sonora è composta da Saunder Stenfert Jurriaans e Daniel Charles Bensi, due polistrumentisti e musicisti di formazione classica.

The Gift – Regali da uno sconosciuto è stato girato in soli 25 giorni con una Arri Alexa equipaggiata con lenti Canon C35 e ha riscosso molto successo nei festival dove è stato presentato, al Sitges e al Fangoria Joel Edgerton è stato addirittura premiato per la sua interpretazione di Gordo.

IL DVD

 

REGIA: Joel Edgerton INTERPRETI: Jason Bateman, Joel Edgerton, Rebecca Hall TITOLO ORIGINALE: The gift GENERE: thriller DURATA: 104′ (BluRay 108′) ORIGINE: USA, 2015 LINGUE: Italiano 5.1 Dolby digital, Italiano 5.1 DTS, Inglese 5.1 Dolby digital, Italiano EAROUND SOTTOTITOLI: Italiano EXTRA: Finale alternativo – Speciali – Scene tagliate – Trailer DISTRIBUZIONE: Koch Media

L’edizione DVD è a disco unico, audio multicanale, sia in DTS sia in Dolby Digital, in italiano e inglese, mentre il formato video è uno spettacolare anamorphic widescreen (2.39:1). Tra gli extra si dimostrano particolarmente interessanti gli speciali e, per chi non è mai sazio, il finale alternativo e le scene tagliate, che forniscono ulteriori spunti di riflessione.

Il 2016 è l’anno in cui s’inaugura un sistema audio innovativo, esclusiva assoluta della distribuzione Koch Media “per vivere le emozioni dei propri film in maniera ancora più coinvolgente!”, si tratta dell’EAROUND.

Earound è un nuovo formato audio che permette di avere un ascolto immersivo pur essendo un semplice file stereo […] quindi, è molto più fedele al mix originale ed in grado di portare all’ascoltatore le emozioni così come sono state pensate dai creatori del film”.

The Gift – Regali da uno sconosciuto è disponibile anche in versione BluRay.

Jack Reacher – Punto di non ritorno, di Edward Zwick

Jack Reacher – Punto di non ritorno è un action thriller che diverte, coinvolge e sa anche commuovere, nella giusta misura. È diretto dal premio Oscar® (nel 1999 per Shakespeare in love, in qualità di produttore) Edward Zwick, regista e sceneggiatore di Blood diamond, di Vento di passioni, de L’ultimo samurai, sempre con Tom Cruise protagonista, e di quell’Attacco al potere (da non confondere con Olympus has fallen o London has fallen, che in Italia sono distribuiti con lo stesso titolo).

Dopo il Jack Reacher – La prova decisiva del 2012, scritto e diretto da un altro premio Oscar® (nel 1996 per I soliti sospetti), il Christopher McQuarrie che ha poi magistralmente diretto Cruise anche in Edge of Tomorrow – Senza domani, si tratta del secondo adattamento cinematografico di uno dei bestseller della saga poliziesca del pluripremiato Lee Child (presente in un fugace cameo).

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I romanzi di Child hanno tutti come protagonista il personaggio di Jack Reacher, un ex maggiore della polizia militare statunitense che, dopo aver lasciato l’esercito, decide di iniziare una vita da outsider, vagabondando per gli Stati Uniti, libero da vincoli e da qualsiasi condizionamento del sistema.

Un lupo solitario, dal carattere duro, con una morale inflessibile e dotato di uno spiccato senso di giustizia, Reacher corrisponde all’archetipo del cavaliere errante senza macchia e senza paura, che non cerca guai, tanto saranno i guai a cercare lui, perché è sempre pronto ad aiutare chi si trova in difficoltà e a correre in soccorso degli amici e non solo, come già successo nel primo adattamento, per poi riprendere il suo cammino senza meta al termine di ogni avventura.

«Quelli come noi non tornano mai alla vita normale».

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Jack Reacher [Tom Cruise] stavolta torna allo scoperto per aiutare il maggiore Susan Turner [Cobie Smulders, The Avengers], che ha preso il suo posto al quartier generale della 110ª unità di polizia militare in Virginia, dove ha prestato servizio lui stesso in passato con il suo stesso grado. La donna è in pericolo per aver indagato su attività illecite, legate al traffico di armi in Medio Oriente, che qualcuno non vuole vengano portate alla luce dei riflettori. A complicare la situazione già torbida di per sé, dal passato di Jack Reacher emerge un segreto che potrebbe cambiargli la vita per sempre: e se l’ex maggiore avesse una figlia?

Si dice che un uomo non possa mai essere sicuro al 100% della paternità, ma Samantha [Danika Yarosh, giovane stella emergente, coprotagonista nella miniserie Heroes Reborn] sembra avere la stessa innata predisposizione di Jack Reacher a cavarsela nelle situazioni più intricate e a non saper gestire le relazioni sociali: i due si comprendono anche se hanno un modo tutto particolare di rapportarsi con gli altri, di chiedere scusa e ringraziare. Ma basta questo a testimoniare che sono padre e figlia?

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«Non amo essere seguito!»

Il regista Edward Zwick e il direttore della fotografia, Oliver Wood, lo stesso dello spettacolare Ben-Hur del 2016 diretto da Timur Bekmambetov, forniscono alla storia, avvincente e ben congegnata, un tocco maggiormente artistico, pur mantenendosi funzionali, senza cioè alzare il tiro verso virtuosismi tecnici che sarebbero stati coperti dalla concitazione delle scene. Anche la musica di commento di Henry Jackman [Captain America: Civil War, La quinta onda] risulta quasi “invisibile”, percepita ma non memorizzabile, perché quando si hanno combattimenti così ben coreografati non si sente la necessità di inserire canzoni rock o heavy metal, la melodia “stomp” viene realizzata dalla ritmica successione dei vari effetti audio del profilmico.

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Il personaggio di Cobie Smulders offre spunti interessanti sia per i risvolti che potrebbe avere sulla sfera affettiva del protagonista sia per la potenziale alternativa, tra l’altro femminile, ai combattimenti altrimenti affidati al solo Cruise, che continua, come al solito, a sorprendere recitando anche da stuntman di se stesso, un valore aggiunto non indifferente, che eleva la saga Jack Reacher al di sopra di molte altre, tra cui l’ormai obsoleto e troppo sofisticato – nel senso dispregiativo del termine – Agente 007.

«Un grande eroe ed un perfetto stronzo» come ha raccontato la madre a Samantha? «Non sono un eroe. Sono solo un fuggitivo che non ha niente da perdere», afferma lui nell’adattamento del 2012. I prossimi capitoli della saga magari forniranno delle risposte a tal proposito, ma probabilmente Jack Reacher ha già fatto breccia nel nostro duro cuore di cinefili incalliti e ci importerà solo di chi prenderà a calci in culo la prossima volta!

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La notte del giudizio – Election year, di James DeMonaco

In un futuro distopico si ritiene giusto che la cura per la crisi economica e la dilagante delinquenza sia fornire ai cittadini un’occasione annuale di iperviolenza “controllata”, denominata Sfogo [The Purge]: 12 ore di terrore, durante le quali tutte le attività criminali, compreso l’omicidio, diventano legali. Due sole regole: divieto di aggressione ai funzionari governativi di livello 10 e divieto di armi da guerra come granate, bazooka, mine antiuomo e lanciamissili. L’interessante serie di film che fanno capo a La notte del giudizio, di James DeMonaco [Il negoziatore, Assault on Precinct 13], un survival horror che sfrutta la tensione della home invasion per nascondere una forte critica sociale, parte proprio da questi presupposti.

La notte del giudizio – Election year è il terzo capitolo di questa fortunata saga che si fa prepotentemente largo tra i migliori titoli di un genere molto particolare: la fantascienza sociologica, termine che traduce l’originale social science fiction e che, dalla fine degli anni cinquanta, è stato coniato per definire un insieme di romanzi e racconti di fantascienza a sfondo sociale incentrati sulle scienze sociali più che sulla tecnologia. Scrittori come Robert Sheckley, Frederik Pohl, Cyril M. Kornbluth, William Tenn, hanno fatto da pionieri per i più noti Richard Matheson, Mack Reynolds e Philip K. Dick, che hanno ispirato pellicole leggendarie e che continuano ad influenzare le nuove generazioni. Le recenti saghe young adult di successo, come Hunger games, Divergent, La quinta onda o Maze runner, rientrano a pieno titolo nel settore social sci-fi.

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La fantascienza sociologica pone l’accento non tanto su improbabili tecnologie scientifiche o su avventure spaziali oltre i confini conosciuti dell’universo, quanto più su ipotetiche evoluzioni della società umana, che diventano proiezioni future del presente e, quindi, oggetto di satira, ironia e sarcasmo più o meno celati: politica, economia, mass media, pubblicità, industrializzazione, legalità, morale, abitudini, atteggiamenti, persino sentimenti e rapporti interpersonali, come Terry Gilliam ci mostra in The Zero Theorem, finiscono sotto una lente d’ingrandimento che diventa specchio distorto dell’epoca attuale.

Per fare un altro esempio illustre, nel racconto La settima vittima (1954, in piena Guerra Fredda), che ha ispirato La decima vittima di Elio Petri, Contenders – Serie 7 e, con molta probabilità, anche gli Hunger games, Robert Sheckley ipotizzava una società che, per evitare i conflitti bellici, con l’intento catartico di dar “sfogo” all’innato istinto violento dell’uomo, come in La notte del giudizio, paradossalmente istituzionalizzava l’omicidio, attraverso una sorta di gioco mortale con regole da rispettare per i partecipanti e premi ai “cacciatori” più esperti. Anche Ray Bradbury, in Fahrenheit 451 (1953) narra di una società futura antidemocratica in cui i giochi a premi interattivi offuscano la mente delle persone, possedere libri è un crimine e sono i pompieri a provvedere a bruciarli. Anche Fahrenheit 451 ebbe la sua trasposizione cinematografica grazie a François Truffaut nel 1966.

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Così, in questo contesto di satira sociale e fantapolitica quelli che in La notte del giudizio sono i leader chiamati «Nuovi Padri Fondatori degli Stati Uniti d’America, una nazione risorta» sono la proiezioni delle teorie cospirative odierne che vedono nella società segreta dei cosiddetti “Illuminati”, un gruppo oligarchico, che vorrebbe stabilire un “Nuovo Ordine Mondiale”, manipolando subdolamente la popolazione per soppiantare l’attuale status sociale con lo scopo ultimo di ottenere il controllo totale del pianeta.

Non si spinge a tanto la saga scritta e diretta da James DeMonaco e finanziata da due produttori oculati come Jason Blum [Insidious, Paranormal activities, Whiplash] e Michael Bay [Transformers, Ouija, Armageddon]. In La notte del giudizio – Election year, il più fantapolitico dei tre film finora consegnati alle sale da Universal Pictures, l’annuale Sfogo avviene in pieno clima elettorale.
A contrapporsi alla rielezione del leader dei Nuovi Padri Fondatori c’è la senatrice Charlene “Charlie” Roan [Elizabeth Mitchell, star di Lost, Revolution e V], donna dalle «tette piccole, ma dalle palle grosse», decisa ad abolire l’assurda ricorrenza che le è costata la famiglia diciotto anni prima. È pronta a mettere la sua vita in gioco per il bene della popolazione indigente, falcidiata da quella che viene definita, dagli ormai desensibilizzati fanatici, «l’Halloween degli adulti», ma qualcuno ha in serbo per lei un destino diverso da quello che lei auspica.

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«Useremo lo Sfogo di quest’anno per fare le pulizie di primavera».

Dopo il tradimento di una sua guardia del corpo, la senatrice è costretta a scendere per le strade, cercando di sopravvivere in mezzo a pazzi criminali, maniaci delle torture e delle esecuzioni capitali, teppisti emergenti, guerre tra gang rivali, vendicatori improvvisati e invasati “turisti dell’omicidio” provenienti da tutto il mondo. Ad affiancarla e proteggerla rimane solo il suo capo della sicurezza, l’ex sergente Leo Barnes [Frank Grillo], che in AnarchiaLa notte del giudizio era in strada per vendicare la morte del figlio.

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Torna, quindi, il personaggio interpretato da Frank Grillo [Captain America: Civil war, The grey], a svolgere un po’ il ruolo di filo conduttore della narrazione, ma solo per quanto riguarda i due capitoli più recenti, dato che non era presente nel primo capitolo. Se si è stati particolarmente attenti, infatti, durante la visione dell’intera trilogia, esiste un unico collegamento tra i tre film, a parte il meccanismo dello Sfogo: si tratta di Dwayne “Dante” Bishop [Red dawn, Die hard – Duri a morire], che in La notte del giudizio interpretava lo sconosciuto, braccato da una banda di aguzzini altolocati, che bussa alla porta della famiglia protagonista per chiedere aiuto. È lui a rappresentare la resistenza a oltranza di una società assoggettata ai voleri di pochi e il punto di vista estremizzato del regista e dello spettatore.

Come ulteriore ammiccamento ad un criptico sottotesto, si può notare che in uno scontro che si svolge in chiesa le due fazioni sono rappresentate da una parte dal Reverendo, addetto alle celebrazioni religiose dello Sfogo (!) e dall’altra proprio da Bishop che in inglese vuol dire “vescovo”.

«Benedetti siano i Nuovi Padri Fondatori che ci permettono di purificare le nostre anime. Benedetta sia l’America, una nazione risorta».

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Nel cast si può evidenziare la presenza di Mykelti Williamson, il Bubba di Forrest Gump e l’esordio col botto di Brittany Mirabile, che interpreta un villain che si stampa talmente bene nella memoria dello spettatore da meritarne l’incitamento a sopravvivere.

«I want my candy bar!».

Da segnalare, inoltre, la coinvolgente colonna sonora, impreziosita da una straniante 20th century boy dei T-Rex e una significativa I’m afraid of Americans di David Bowie, come ciliegina sulla torta, a commento dei titoli di coda.

«Ricorda tutto il bene che porta lo Sfogo».

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